“La torre”: romanzo distopico dalla Corea del Sud

Il romanzo “La torre” di Bae Myung-Hoon ci consegna un autore molto interessante: non sempre facile ma ricco nelle acrobazie e nella scrittura.

Daniele Barbieri

Troppo facile dire che è Babele. Le sei storie che si intrecciano nel grattacielo di 674 piani devono alla narrazione biblica meno che alla fantascienza (*) e sono debitrici a chi cerca la Corea di domani nelle tecnogerarchie capitalistiche e schizofrenie di massa dell’oggi. Mi immagino Bae Myung-Hoon – uno sconosciuto per me fino all’altro ieri – ascoltare le vibrazioni della classica bacchetta biforcuta, tenuta orizzontalmente per le due estremità: il romanziere rabdomante coreano però non cerca metalli o acqua ma futuri forse vicini. Le vibrazioni potrebbero essere risate o sogghigni. Comunque molto interessanti e in certi passaggi geniali.

Il primo capitolo s’intitola “L’epifania dei tre ricercatori (con e senza cane)” e subito incontriamo gli «alcolici come moneta» con la quale rendersi amici i poteri invisibili ma anche la rivelazione che nel cuore del dominio potrebbe esserci un cane, un attore a quattro zampe, che nell’Appendice viene anche intervistato. Il glossario finale spiega che «cane» però ha due significati: il quadrupede noto ma anche «una delle molteplici declinazioni dell’esistenza umana, riferito al fenomeno di estrema esternalizzazione dell’interiorità, che si verifica a seguito del consumo di un certo quantitativo alcolico». Hic. Anche senza nunc.

Avrete capito che siamo dalle parti di sfrontate provocazioni: il romanzo La torre – traduzione di Lia Iovenitti per Add editore (240 pagine per 20 euro) – ci consegna un autore molto interessante: non sempre facile ma ricco nelle acrobazie (più che una trama c’è una rete di ragno) e nella scrittura. Ci appassiona per la «suolofobia» come per gli ascensori e la divisione classista nei vari piani o per un ospite inatteso: l’elefante, quasi Buddha, usato a fini intimidatori nel palazzo-Stato di Beanstalk che è in guerra con Cosmomafia e i Paesi vicini. Le guerre, come certi amori (si cantava così a inizio Novecento) si fanno però non si dicono. Peggio: entrano da un orecchio ed escono dall’altro: «I raid aerei di Beanstalk […] avevano causato oltre 20 mila tra morti e feriti e 800 mila rifugiati, più dell’intera popolazione della Torre. I cittadini della Torre ne erano del tutto all’oscuro. Non perché le informazioni fossero censurate ma per puro e semplice disinteresse».

Bella la grafica. L’illustrazione in copertina è di Lucrezia Viperina: quasi scommetterei 5 cents che è un cognome d’arte.

Bae Myung-Hoon mi ha molto incuriosito e ho cercato altre traduzioni dei suoi scritti o comunque notizie. Ho incontrato il deserto ma se persone più esperte di me (o magari coreani) intravedono oasi mi facciano il classico fischio… 휘파람 – ovvero hwipalam – in lingua locale.

(*) A proposito di città verticali, nevrosi e sovrappolazione chi è appassionato di fantascienza penserà inevitabilmente a Monade 116 di Robert Silverberg con 881 mila abitanti su 1.000 piani in un solo palazzo e al grattacielo noto come Condominium (sono solamente 1.000 appartamenti su 40 piani) di James Ballard, rispettivamente del 1971 e del 1975. Di fronte a due contendenti così illustri Bae Myung-Hoon vince o perde? Opterei per un pareggio.



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