La violenza sulle donne è maschile: aggettivo scomodo che va nominato

La normalizzazione dell’aggettivo “maschile” quando si parla di violenza sulle donne pare ancora fantascienza. Anche per consolidare il termine “femminicidio” ci sono voluti decenni di profonda lotta culturale. Nelle scuole italiane si è sentito troppo silenzio per l’uccisione di Giulia Cecchettin: l’educazione tra i giovani riparta dal rumore delle parole.

Monica Lanfranco

L’aula magna della scuola è piena: sono circa in 200, tra ragazze e ragazzi del liceo Medi di Senigallia. Si parte con il minuto di silenzio in ossequio all’indicazione dell’attuale ministro. Troppo, troppo silenzio: vado dicendo e scrivendo da decenni che la violenza maschile sulle donne si nutre, tra l’altro, anche e proprio del silenzio. Dei vicini di casa, dei parenti, degli amici e delle amiche, della collettività. Siamo, ancora, a ‘tra moglie e marito non mettere il dito’.
Propongo quindi un’azione di rumorosa reciprocità: racconto dello slogan femminista usato nelle manifestazioni di piazza degli anni ’90 e dei primi del nuovo millennio, quando una voce lanciava la frase Donna, lo sai la forza che hai? e tutte ruggivano Si, lo so la forza che ho. Propongo un cambiamento: che i ragazzi lancino la stessa domanda alle ragazze, che le ragazze rispondano così e che poi siano le ragazze a lanciare lo stesso interrogativo ai loro compagni maschi. Ma al posto di forza ci mettiamo dolcezza. Perché di forza, usata male, i maschi ne hanno fin troppa.
Ecco, è iniziata così la mattinata di qualche giorno fa in una delle tante scuole che in questi anni ho visitato, dove con fatica entri a parlare di relazioni, emozioni e corpi reali a meno che non ci siano docenti, anche giovani, che si mettano di traverso.
Non entri perché il copione del progetto per le scuole Manutenzioni-Uomini a nudo Young – costruito solo con le frasi scritte dai ragazzi dei quali parlo in Crescere uomini – è ritenuto troppo spinto; oppure perché qualche famiglia teme che si parli di sessualità, pensa un pò, ignorando che il primo contatto con il materiale pornografico avviene a circa sette anni, attraverso il cellulare che proprio le famiglie amorevoli hanno posto tra le manine dei loro bambini e delle loro bambine.
Chi fa formazione sa quanto siano importanti gli appuntamenti e i progetti nelle scuole. Ma non solo: servirebbe una massiccia iniziativa in tutte le scuole dove finalmente parlare di rispetto e affettività, ma anche e soprattutto di emozioni, corpi, sessualità, piacere, anche per le persone adulte, non solo per i ragazzi e le ragazze.
Ma sembra che la parola sessuale collegata a quella educazione faccia parecchio paura. Così succede quello che leggiamo in cronaca: l’età media dello stupro si abbassa tra gli adolescenti e la violenza maschile sulle donne viene negata.
Ribadisco che gli incontri a scuola sono importanti proprio per questo: il breve anno di interruzione della vita collettiva causato dal lock-down ha fatto prosperare in modo esponenziale la propaganda dei men’s right activist ed incel tra i ragazzi, e i risultati si vedono. Anche qui, in questo liceo che pure ha attivato un percorso di consapevolezza, c’è chi prende la parola per dire: “Sì, certo, brutto brutto quello che è successo a Giulia Cecchettin. Però. Comunque. Ci sono anche donne violente”.
Eccolo, lo sconcertante e perenne parallelo, quello che anche la stampa ha rilanciato in questi giorni per via degli argomenti del difensore di Filippo Turetta, che si domanda come mai le ragazzine si vestano come meretrici. Un fan, l’avvocato non solitario, della tesi che te la sei cercata, se metti la gonna corta. Sconcertante il fatto che non si riesca a stare, a sostare, sull’argomento. La locuzione violenza maschile sulle donne risulta insopportabile, suona come un’ accusa a tutti gli uomini invece che una constatazione della realtà. Violenza maschile sulle donne, non di genere, in modo vago.
E siccome già è stato difficile introdurre il termine femminicidio, coniato per evidenziare il problema, perchè non si tratta di sconosciuti squilibrati che ti uccidono nella notte buia, ma di parenti maschi assortiti che dicevano di amarti, lungi dal tollerare l’aggiunta del aggiungere maschile.
E’ uno dei punti cruciali di un bivio: fino a che l’educazione e la cultura patriarcale, nella quale partecipiamo tutti e tutte, farà prosperare la negazione del problema maschile circa la violenza sulle donne, avremo tonnellate di cordoglio, grandi onde emotive di sdegno, e poi via verso la prossima morta ammazzata.
Si scopre ora che nelle scuole i ragazzi considerano normale controllare il cellulare della fidanzata o vietare uscite senza la loro presenza o autorizzazione. Chi va nelle scuole lo sa da decenni. Insegnare il senso del limite agli uomini, fin da piccolissimi, non è limitare, vietare o impedire: significa offrire il margine e il confine sul quale costruire relazioni sane ed equilibrate, nelle quali sono valide e apprezzabili tutte le voci e i desideri in gioco. Insegnare ai maschi che si deve accettare un rifiuto, soprattutto da parte di una donna, è dare loro la libertà di stare in contatto con la parzialità del loro essere.
È un grande regalo da fare a un figlio, o a un giovane uomo per guidarlo verso l’autonomia e fuori dal patriarcato. Intanto cominciamo da qui.


CREDITI FOTO: ANSA-ZUMAPRESS / Carlos Garcia Granthon



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