La vita di Clarice Lispector

“Cercavo un’immensità. Vita di Clarice Lispector” di Lisa Ginzuburg è curato nei minimi dettagli, dalla carta al segnalibro, e racchiude la bellezza dell'arte, della scrittura e della vita nomade di Lispector.

Marilù Oliva

«Scrivo molto semplice e molto nudo.
Per questo fa male […] Io lavoro con l’inatteso.
Scrivo come scrivo senza sapere come o perché –
Per fatalità di voce. Il mio timbro sono io.
(da Un soffio di vita)»

“Cercavo un’immensità. Vita di Clarice Lispector” fa parte della collana Jeunesse ottopiù della palermitana RueBallu Edizioni. Una casa editrice che si distingue per qualità ed eleganza, a partire dal confezionamento e dal packaging del libro, realizzato con ottima carta, confezionato con un elastico e accompagnato da un segnalibro. Ma l’aspetto è solo prodromo della sostanza, perché ogni volume (ne ho già recensiti altri) cerca una perfetta sintonia tra scrittura, arte e bellezza.

Scritto da Lisa Ginzuburg (dozzina Premio Strega e Premio Chianti 2021) e illustrato dal Premio Andersen Pia Valentinis, “Cercavo un’immensità” racconta la vita di questa autrice di origini ucraine, nata nel 1920 in un piccolo villaggio chiamato Tchetchelnyk (ma si sentirà per sempre brasiliana, dopo essere migrata in terra carioca che era ancora molto piccola). Forse più cosmopolita, in quanto il lavoro di diplomatico del marito le impose lunghi viaggi che accentuarono la sua predisposizione alla saudade. Se il non essere in nessun luogo è il suo primo strappo, Lisa Ginzburg, con la sua scrittura evocativa e potente, è molto efficace nel rendere l’idea di non appartenenza che accompagnò Clarice, ma anche il rimedio che trovò nella scrittura e l’agitazione che sarebbe stata per lei “congenita, strutturale”.

Non ci sono dubbi sul fatto che la sua vocazione letteraria si sia imposta sulle scelte di vita e gli studi di diritto furono una semplice deviazione da un percorso che, in qualche modo, era già segnato. Cominciò con traduzioni, finché, per isolarsi con la sua creatività, affittò una stanza in una pensione di Botafogo e lì redasse il suo primo romanzo. Come riuscì a ottenere quel magma dove ogni singola parola è astratta e precisissima, oltre che magnetica? La Ginzburg ce lo spiega:

«Un lingua dalla forma, in modo assoluto, brasiliana, ma nelle cui sonorità e nella cui libertà di forma riecheggia l’eco di un’ampiezza plurilinguistica che è stata dell’infanzia (la lingua ucraina e lo yiddish ascoltati e imparati da bambina)».

I disegni di Pia Valentinis rendono la caleidoscopica varietà di una vita nomade, i colori del Brasile, la tristezza della distanza, la dimensione evanescente di chi non si sente in nessun luogo eppure ne conosce tanti. Sia che sia un ritratto – dove spicca il bellissimo volto della scrittrice – sia che si tratti di uno scorcio napoletano – con il suo caos e i suoi scugnizzi – sia che sia una foto di coppia.

Questo libro, quindi, è un gioiellino di poco più di novanta pagine curatissime che ci renderanno ancora più cara un’autrice universalmente amata.

 

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