La voce degli afghani: il ritorno di un incubo

“Possono frustarci, incarcerarci, lapidarci, puntarci una pistola alla testa, ma non possono spegnerci, non più. Anche se siamo stati abbandonati dall’Occidente, anche se i riflettori si stanno spegnendo, anche se siamo di nuovo soli e sole, combatteremo, o ce ne andremo, o moriremo, ma non ci piegheremo”. Dopo vent’anni di occupazione americana, viaggio fra le paure e le speranze della società civile afghana.

Barbara Schiavulli

Da grande voglio fare la tassista
Un mese fa: «Aina, quanti anni hai?». «Quattro». «E cosa vuoi fare da grande?». «La tassista».
Oggi ogni parola, promessa, speranza, desiderio detto un mese, perfino una settimana fa, non conta più niente. Tutti pensavano che sarebbe potuto succedere. Nessuno immaginava che sarebbe accaduto così in fretta. I talebani sono arrivati come un colpo di tosse, che annuncia che si starà male per molto tempo. Diversamente dagli ’90 dove si insinuavano in un paese povero, annientato dalla guerra civile, con un analfabetismo del ’90 per cento, e una popolazione che non raggiungeva i 45 anni, oggi l’Afghanistan che si accingono a controllare, non è quello di allora nonostante decenni di guerra, di attentati, di corruzione e di povertà. Oggi o almeno fino ad una settimana fa, esisteva una società civile. Esistevano nelle grandi città, donne in politica, donne negli affari, donne nello sport. Vent’anni fa nessuna bambina afgana avrebbe risposto che voleva fare la tassista o la poliziotta. Avrebbe detto che voleva fare la moglie, al massimo la maestra di una scuola clandestina e la dottoressa. Perché nel Paese dei talebani era quella l’unica cosa che le donne potevano immaginare di fare. Le madri non raccontavano alle figlie che una volta andavano all’università, che indossavano veli leggeri e gonne che arrivavano appena sotto il ginocchio. Che i visi erano liberi di sorridere alla luce del sole senza burqa a nasconderli, e le teste di sognare. Ora invece è come un incubo che ritorna. Le donne sono già sparite nelle strade di Kabul, autochiuse in casa, nascoste nelle cantine e nelle soffitte, chiunque studi, lavori o sogni una vita da scegliere, è in pericolo.

Sono trascorsi due decenni dal regime dei talebani. Quel buco nero che nessuno vuole ricordare nella storia di un Paese già martoriato da anni di guerra. Eppure due decenni, migliaia di morti e decine di migliaia di feriti dopo, per ogni afgano che è riuscito a sopravvivere, sembra di assistere a un déjà vu. Molti continuano a chiedersi come sia possibile, dopo tutto quello che hanno passato, essere di nuovo al punto di partenza, dove l’opportunità di un cessate il fuoco è scandito dal rischio che la maggior parte dei diritti faticosamente conquistati vengano cancellati con un colpo di spugna da qualcuno che sta a migliaia di chilometri di distanza e che della loro vita non si cura.

La deriva è cominciata nel febbraio del 2020 quando l’allora presidente americano Donald Trump, dopo negoziati neanche troppo lunghi, ha firmato un fumoso accordo con i talebani per disimpegnarsi dalla più lunga e rovinosa guerra scatenata e non vinta dagli Stati Uniti. Lo hanno fatto senza consultarsi con le autorità afgane, senza informare la società civile, senza nemmeno curarsi delle apparenze. Quell’accordo ha anche segnato la fine del presidente Ghani, che isolato da tutti ha cominciato perdere pezzi della sua amministrazione e soprattutto di quelli che avrebbero dovuto difendere il paese e la gente, i militari. Militari gestiti da una leadership corrotta che ad un certo punto neanche hanno potuto o voluto reagire.

Un mese fa: «Ma quello che i talebani oggi non sanno è che noi non siamo come le nostre madri, le donne sono cambiate, non accetteranno mai di tornare tra le mura domestiche, sotto i burqa azzurri che hanno il peso di un muro», dice Maryam Sadat, ex parlamentare ora in servizio nell’ufficio relazioni del presidente Ghani. È intelligente, istruita, ha migliaia di followers sui social, uomini e donne, e una missione: quella che i talebani non si insinuino di nuovo nel tessuto politico del suo Paese, che ogni giorno è alle prese con attentati, scontri, dolore e sofferenza.

«Dicono di voler imporre un emirato islamico, ma noi siamo già una repubblica islamica. Che altro dovremmo fare per essere più musulmani di quello che siamo già? Smettere di studiare, smettere di lavorare, smettere di pensare? Questo non è essere musulmani, è essere bestie», sottolinea con l’impertinenza che la caratterizza Shukria Barakzai, ex candidata presidenziale, femminista e musulmana. E sopravvissuta a due attentati alla sua vita.

Oggi: Maryam da sei giorni cambia casa ogni sera. E’ sola, non vuole parlare con le amiche per paura di metterle in pericolo. “Barbara Jan, mi uccideranno, ma ti prego di a tutti di non fidarsi dei talebani, di non cadere nella loro trappola, perché quello che dicono e quello che fanno sono due cose diverse”.

I talebani hanno conquistato tutto alla velocità della luce e le menti degli afgani e di quella società civile che in questi vent’anni si è faticosamente creata nelle grandi città non sono espugnabili e tanto meno negoziabili. Per questo sono bersagli e si cerca in tutti i modi di salvarli e salvarle.  «Certo possono frustarci, incarcerarci, lapidarci, puntarci una pistola alla testa, ma non possono spegnerci, non più. Anche se siamo stati abbandonati dall’Occidente, anche se i riflettori si stanno spegnendo, anche se siamo di nuovo soli e sole, combatteremo, o ce ne andremo, o moriremo, ma non ci piegheremo», dice Barakzai, spiegando che la pace non è la fine dei combattimenti, non è il cessate il fuoco: «La pace è fatta di rispetto, giustizia, prosperità, diritti implementati». Altrimenti è solo dittatura.

La piccola Aina vuole fare la tassista perché la mamma, vedova, ha imparato a guidare e ogni giorno Aina la vede portare il pink shuttle (promosso da una ong italiana, Nove Onlus, per aiutare le donne a essere indipendenti) attraverso le strade caotiche della capitale, gestendo le occhiate a volte curiose a volte furiose degli uomini ancora radicati nelle vecchie sicurezze della tradizione, o incassando gli applausi di chi la saluta al suo passaggio, riempiendo Aina di orgoglio. Perché per le donne guidare, in Afghanistan, è ancora una presa di posizione (a Kabul, città di 5 milioni di abitanti, ci sono circa 500 donne con la patente), come lo è fare sport, lavorare, fare arte: essere altro oltre a una moglie e una madre. Ora ogni progetto è stato fermato. Le ragazze cancellano i contenuti dei cellulari che vengono sistematicamente controllati, le organizzazioni umanitarie distruggono i documenti per non far rintracciare chi ha collaborato con loro.

Il peggio è qui
Tutti continuano a chiamare e a pregare di non fidarsi dei talebani che dicono che sotto l’Emirato le donne saranno felici, che potranno studiare, che se si comporteranno come richiede la sharia, il diritto islamico. Una vita sempre più dura anche per gli uomini, con una disoccupazione che ha raggiunto livelli impressionanti, la pressione sociale che chiede loro di mantenere intere famiglie allargate, il pericolo costante ovunque si vada e qualsiasi cosa si faccia. Ricordano all’Occidente che i talebani mentono, che fino a qualche settimana fa si sono macchiati di attentati e omicidi mirati. «Ormai è stato superato ogni confine, mai avrei pensato che potessero esserci attentati negli ospedali, nelle scuole, nelle moschee. Ci sono luoghi che hanno sempre rappresentato posti sicuri, che nessuno avrebbe osato attaccare perché al di là della decenza. Ora non è più così e io sono così stanco di celebrare funerali e di cercare una spiegazione da dare alle persone che mi chiedono aiuto», racconta l’imam Reza, a capo di una delle principali moschee del quartiere di Dashte Barchi, dove a Kabul vive la maggior parte degli afgani hazara, un’etnia sciita tra le più colpite, perché sia i talebani sia i militanti dell’Isis, sunniti, li considerano apostati.

«Quel giorno mia moglie e mia figlia sarebbero stati dimessi dall’ospedale, mia figlia era nata una settimana prima, ma l’avevano trattenuta perché aveva problemi respiratori. Quando ho sentito al telefono mia moglie quella mattina era felice di tornare a casa». Non è mai tornata. È trascorso poco più di un anno da quando un commando di militanti dell’Isis ha fatto irruzione nell’ospedale gestito da Medici Senza Frontiere nel quartiere hazara sparando contro mamme, bambini e ostetriche. Said Korban Hussein si commuove al pensiero di quel giorno in cui ha perso l’amore della sua vita, di cui non possiede neanche una foto. Quello che gli resta di Zamira sono sei bambini, tra cui la piccola Hadia che la madre ha protetto con il suo corpo per salvarla dalla furia omicida di chi sparava contro le incubatrici e le mamme che allattavano. «C’è nulla di più terribile di questo?», chiede Said guardando la piccola riccioluta che gioca con i fratelli e non sa ancora di essere una sopravvissuta. Lui ha le gambe incrociate su un materassino per terra, in una casa sperduta alla periferia di Kabul, da sei anni, da quando ha avuto un incidente sul lavoro, è paralizzato. Quando ha saputo che l’ospedale era stato attaccato, ha preso la sua sedia rotelle ed è corso verso l’ospedale cadendo, rialzandosi, piangendo, e temendo che il peggio sarebbe accaduto. E così è stato. Perché in Afghanistan il peggio è sempre in agguato. E il peggio è arrivato.

Si può negoziare con i talebani?
«La guerra è numeri, operazioni, statistiche, bilanci», ci dice un giornalista di Tolo Tv, «ma molti si dimenticano che dietro a tutto questo ci sono persone, ci sono storie, c’è un dolore che toglie il fiato. Nessuno in Afghanistan conosce la pace, tutti conoscono la sofferenza, tutti sanno cosa significa mandare messaggi ai propri figli e se non rispondono temere che siano morti».

Assieme ad attivisti, donne e intellettuali, i giornalisti sono tra le categorie più attaccate: nove tra reporter e operatori dei media uccisi in un solo anno rendono questo Paese tra i più pericolosi al mondo per chi fa informazione. Eppure nessuno molla. «Raccogliamo l’eredità di ogni collega che cade e andiamo avanti e per questo abbiamo un giornalismo indipendente e maturo», spiega Lotfullah Najafizada, direttore di Tolonews, principale emittente televisiva afgana nonché quella che ha subìto maggiori perdite. «I talebani non hanno spiegato a nessuno cosa vogliono, io penso che ai negoziati di Doha in corso da mesi si stia solo perdendo tempo».

Il passo successivo all’accordo siglato con gli americani negli Emirati, dove i talebani hanno aperto un ufficio di rappresentanza, erano i cosiddetti colloqui intra-afgani durante i quali il governo afgano avrebbe dovuto raggiungere una sorta di secondo accordo. Per potersi sedere al tavolo, i talebani avevano chiesto e ottenuto il rilascio di cinquemila detenuti, alcuni dei quali con le mani che grondavano di sangue e sono diventati i comandanti che poi hanno conquistato provincia su provincia. Hanno poi avanzato altre richieste, tra cui la cancellazione dei nomi dei loro leader dalla lista nera delle Nazioni Unite. E infine, a luglio, le dimissioni del presidente Ghani, accusato di essere una marionetta degli americani. E tutto questo è successo. Il presidente Ghani è fuggito negli Emirati per evitare un bagno di sangue a Kabul. Il presidente intellettuale ha fatto la fine del gatto col topo, conscio del fatto che la sua fuga è vista dal suo popolo come codardia.

Americani e alleati se ne sono andati. L’esercito addestrato per 20 anni, neanche ha provato a proteggere il suo popolo. Restano altre nazioni, Iran, cinesi, russi. I cinesi, si sono insinuati senza sparare un colpo, accaparrandosi appalti di strade e miniere. Gli iraniani puntano a riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

Una situazione mai così precaria
I talebani intanto mirano a trovare un’alternativa regionale all’aiuto degli Stati Uniti e dei suoi alleati alcuni dei quali come Germania e Svezia hanno congelato la donazione di soldi, oltre che a prevenire la rinascita della forza di resistenza anti-talebana dell’Alleanza del Nord, che altrimenti godrebbe del sostegno finanziario e militare di quei Paesi. E l’India ha aperto un canale segreto con loro.

L’Isis e Al Qaeda, che dovrebbero essere combattuti dai talebani (la cosa fa parte degli accordi presi con Trump), in realtà se ne stanno tranquilli in disparte.

La questione afgana è tutto tranne che un fatto locale: è una battaglia internazionale che si è consumata sulla pelle della gente. Non a caso il Pakistan e il Tagikistan (che alle spalle ha una Russia preoccupata) chiudono e riaprono i confini ogni volta che temono che un’ondata di profughi possa varcare le frontiere in cerca di rifugio. Confini che oggi controllano i talebani. Cosa che i talebani hanno fatto costantemente in questi vent’anni, non riconoscendo il confine con il Pakistan e considerando tutta la zona come una terra unica. Confine che invece ben conoscono quei milioni di profughi costretti ad affidarsi a trafficanti senza scrupoli che li trascineranno per mesi attraverso l’Asia centrale nel tentativo di farli arrivare clandestini in Europa.

Pochi ascoltano le richieste di aiuto che si levano da queste terre, come quella dei 18 mila interpreti che in questi anni hanno lavorato con le forze armate e a cui gli americani hanno promesso visti speciali per proteggerli da morte certa. Duemilacinquecento sono partiti, gli altri vivono sapendo che ogni giorno che passano in Afghanistan il rischio di morire diventa più alto. E le donne, e i giornalisti, e gli attivisti.
La realtà è che la situazione non è mai stata tanto precaria, confusa e pericolosa quanto ora, con l’insediarsi dei talebani.

Biden se ne è lavato alle mani, ha accusato gli afghani di non essere stati capaci di difendere la loro terra. Ha confermato il sostegno finanziario e militare al governo afgano, solo non voleva altri morti americani sul suolo afgano e da quando, un anno e mezzo fa, gli Usa si sono accordati con i talebani, morti americani non ce sono stati. Gli ultimi bombardamenti con i droni sono stati effettuati più che altro per distruggere le attrezzature che i talebani hanno sequestrato alle forze armate afgane man mano che si ritiravano da avamposti e basi. Non è servito a nulla.

E il futuro?
L’idea degli americani era di fare in modo che i talebani entrassero nei giochi politici, come hanno fatto 20 anni fa gli impuniti Signori della Guerra che negli anni Novanta, dopo il ritiro dei sovietici, avevano distrutto il Paese. Sono diventati parlamentari, ministri, persino vicepresidenti mantenendo il loro status e le loro milizie ma alimentando anche il disprezzo della gente che in nome di un cessate il fuoco ha dovuto sacrificare il riconoscimento dei torti subiti. Oggi, ormai invecchiati, i Signori della Guerra non hanno fatto partire un colpo, solo la regione del Panshir resta inespugnata.

«Nessuno potrà prendere Kabul». È il sindaco Daud Sultanzoy a garantirlo un mese fa, seduto nel giardino del municipio dove tiene le riunioni in tempo di Covid. Ora si nasconde. Tutti assicuravano che la capitale era protetta, che c’erano troppi interessi internazionali perché possa essere conquistata. In realtà Kabul è stata presa a mani basse, ora i talebani sono ovunque, dall’occupare la sedia presidenziale alle strade, posti di blocco, vanno casa per casa a cercare chi ha lavorato per il governo, le donne gli attivisti, le ong.

Un mese fa: «Non bisogna però dimenticare che siamo anche il Paese che è stato capace di salvare i suoi film dalla furia dei talebani nascondendo le pellicole, murandole se necessario, che siamo quelli che scrivono poesia raccontando ciò che questo Paese potrebbe essere, che non abbiamo mai smesso di sognare», ricorda Sahraa Karimi, nota regista afgana, nonché prima donna a dirigere l’Afghan film, una compagnia di Stato che si occupa della produzione e della distribuzione di film e documentari nel Paese. Ha la voce delicata e gli occhi penetranti. E un amore sconfinato per Antonioni. «Se tornassero i talebani, io sarei la prima ad essere uccisa. Perché sono donna e faccio arte».

Oggi Karimi è volata in Ucraina, perché sapeva di essere un bersaglio troppo grande. «I talebani hanno dichiarato di essere cambiati, che non vogliono più che le donne non lavorino, non vadano a scuola o non facciano politica, ma una delle tre donne ai negoziati di Doha ha raccontato che ogni volta che apriva bocca i talebani appoggiavano la testa sul tavolo per non ascoltarla», fa eco Shukria Barakzai, che non crede a una sola parola che esce dalla bocca dei talebani. Solo l’anno scorso, nel sud loro roccaforte, 200 scuole per bambine sono state distrutte. «Fidarsi di quello che dicono o dei fatti?», conclude.

Lailuma Nasiri, co-fondatrice e vicepresidente dell’Afghan Justice Organization che si occupa di diritto alla giustizia, democrazia, questioni di genere, è convinta che l’istruzione sia la vera arma contro l’estremismo. Quell’istruzione che i talebani vorranno controllare. Il loro portavoce, quello che tiene i contatti con la stampa internazionale, uno dei pochi che parla inglese, è stato nominato ministro della Cultura.

Mentre la piccola Aina sogna un futuro da tassista e vaga con la fantasia, la madre prepara le borse per partire su un volo umanitario. Chiede se c’è un futuro di pace in serbo per loro, e se ci sarà dovrà essere in un altro paese, probabilmente l’Italia.

«Qualsiasi cosa succeda, non dimenticateci, perché la nostra sofferenza, non può essere vana».



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