“Laboratorio Criminale”, un saggio che denuncia la mafia romana

Il saggio di Marco Omizzolo e Roberto Lessio edito da People è un atto di accusa durissimo che interpella tutti. L'argomento finisce per apparire quasi un pretesto, uno strumento cioè per mettere in luce responsabilità che si intrecciano a più livelli e che tutte insieme descrivono la mortificazione della Repubblica. Qual è l’oggetto del saggio? La lunga e per nulla epica cavalcata criminale del clan Casamonica-Di Silvio con tutte le sue federate articolazioni e con tutte le sue articolate alleanze, che hanno avuto come epicentro, oltre a Roma, Latina.

Davide Mattiello

Il saggio di Marco Omizzolo e Roberto Lessio, Laboratorio Criminale, edito da People, è un atto di accusa durissimo che interpella tutti. Ma è al contempo un grido di speranza, quella possibile nelle umane vicende: la speranza fatta di consapevolezza, passione, senso di giustizia a lotta democratica.
L’oggetto del saggio finisce per apparire quasi un pretesto, uno strumento cioè per mettere in luce responsabilità che si intrecciano a più livelli e che tutte insieme descrivono la mortificazione della Repubblica. Qual è l’oggetto del saggio? La lunga e per nulla epica cavalcata criminale del clan Casamonica-Di Silvio con tutte le sue federate articolazioni e con tutte le sue articolate alleanze, che hanno avuto come epicentro, oltre a Roma, Latina.

Una cavalcata che incrocia la vita stessa degli autori il 30 Giugno del 2014, quando sul muro di cinta dello stadio del Latina calcio compare un inquietante striscione dalla chiara valenza intimidatoria: “Marco Omizzolo, Roberto Lessio: zecche di merda senza dignità”. Lo striscione, inequivocabilmente presidiato da un uomo del clan verosimilmente armato, rappresentò la reazione ad un articolo comparso il 28 Giugno su Il Manifesto, nel quale gli autori illuminavano relazioni e affari del Mondo che faceva riferimento al “presidente-padrone” del Latina calcio, l’allora potentissimo on. Maietta, uomo di Fratelli d’Italia (allora addirittura tesoriere del gruppo alla Camera), vicinissimo alla leader di allora e di ora, Giorgia Meloni.
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Una cavalcata lunga oltre un secolo, capace di ripercorrere le tappe di una organizzazione delinquenziale, in grado di farsi vera e propria mafia, aumentando il proprio potere ad ogni “giro di boa” generazionale, un potere fondato sul sangue dei rapporti famigliari, sulla violenza, sui soldi (tanti) frutto dei traffici illeciti, sulle alleanze criminali con le mafie più note (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta) e su interessate coperture politico-istituzionali.
Ma, scrivevo, questa puntuale ricostruzione appare quasi un pretesto per stendere un atto di accusa che riguarda tutti.
C’è nelle pagine di Omizzolo e Lessio, infatti, la fiera rivendicazione di un modo serio di fare indagine sociale, che non si appoggia comodamente sugli atti giudiziari, ma che sa incrociare rigorosamente fonti diverse, consultandone criticamente migliaia.
C’è l’attacco ad una politica che si candida a fare la differenza contro gli abusi di potere, ma che poi per superficialità o bieco tatticismo elettorale non sa adoperare questa risorsa preziosa, prendendo delle cantonate devastanti sul piano della credibilità.
C’è l’attacco al pregiudizio culturale di chi, attivamente o con colpevoli omissioni, alimenta una costruzione sociale basata sulla segregazione, sulla emarginazione del “diverso”, che condanna alla morte civile tanta umanità che vorrebbe soltanto vivere dignitosamente, libera dalla paura e dal bisogno.

C’è l’attacco ad una politica partecipe del sistema di accumulazione criminale, un sistema che attraverso la “malta” della violenza intimidatoria e della corruzione sa produrre montagne di denaro, ma anche montagne di consenso.
C’è l’attacco ad un approccio pigro e stereotipato alla questione “mafie”, incapace di coglierne la riproducibilità bel al di là delle rassicuranti (si fa per dire!) manifestazioni consolidate e conosciute, ogni qual volta si agglutini in qualche dannata periferia sociale un grumo sufficiente di violenza, ambizione ed appartenenza, che sfruttando la sciocca sottovalutazione di alcuni ed il fiuto per gli affari criminali di altri, sappia farsi sistema di potere.
Ma c’è infine anche un grido di speranza in questo saggio, che richiama ancora una volta i disillusi, gli stanchi, gli ammaccati, gli offesi, gli sconfitti a non darsi per vinti. A non indossare i panni inutili e tristi degli arresi. Gli arresi non interessano a nessuno, nemmeno ai loro più stretti congiunti. Un grido di speranza che si puntella sulle pratiche di chi non si abbassa le maniche e non si lava le mani. Di chi preferisce in fondo ed ancora, semplicemente restare umano.



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