“Laboratorio Palestina”: l’esportazione di un modello di controllo e segregazione

Le tecnologie, le tecniche e gli esperimenti avanguardisti di controllo di massa che Israele adopera nei confronti del popolo palestinese sono, ormai da decenni, importate e prese a modello da molti Paesi in tutto il mondo. Dalle più feroci dittature etnonazionaliste, alle democrazie più solide ossessionate dal controllo dei flussi migratori. In “Laboratorio Palestina” Antony Loewenstein, giornalista di inchiesta australiano ed ebreo, inchioda Tel Aviv dimostrando come le spietate strategie di controllo sui Territori Occupati non siano il risultato di una fase di particolare tensione o di un periodo circoscritto, bensì di una vera e propria priorità nazionale perseguita da tempo.

Christian Elia

“L’utilizzo della Palestina come laboratorio per metodi di controllo e segregazione delle popolazioni è il tema primario di questo libro, in cui esamino come Israele abbia esportato l’occupazione e perché sia un modello attraente, tanto da diventare una delle nazioni più influenti del pianeta, descrivendo in dettaglio i numerosi paesi dove i dispositivi e l’addestramento israeliani hanno ridotto le possibilità democratiche, ma rivelano anche una campagna per accrescere e influenzare le entità etnonazionalistiche che hanno posizioni simili”.
Se esiste un modello di patto tra autore e lettore, quanto scrive Antony Loewenstein nel suo Laboratorio Palestina ne è un esempio, perché mantiene fino in fondo le sue promesse. Giornalista investigativo tra i più noti al mondo, australiano nipote di profughi ebrei in fuga dalla Germania nazista, per anni ha vissuto a Gerusalemme raccontando la Palestina e Israele per testate come Guardian, New York Times, Al-Jazeera e Washington Post. Fazi editore ha finalmente tradotto il suo libro inchiesta che, come spiega nel sottotitolo, analizza ‘come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione nel mondo’.
E lo fa partendo da un punto chiave: è sempre stato così. In particolare l’analisi portata avanti da Loewenstein, con documenti e fonti, inchioda Tel Aviv a quella che non è una fase particolare o un periodo, ma una vera e propria priorità nazionale.
L’elenco dei regimi con i quali Israele ha collaborato, fornendo armi e addestramento, è impietosa: dall’Indonesia di Suharto ad Haiti dei Duvalier, dal Paraguay all’Argentina dei desaparecidos, passando per i massacri in Nicaragua e Guatemala, fino alle più recenti collaborazioni con Myanmar, Sri Lanka e Sud Sudan.
Una storia di export che tiene assieme Ceausescu e lo shah di Persia, fino alla Cina e alla Russia di oggi, passando per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
E il prodotto da esportare è sempre uno: l’occupazione. Il tutto ‘testato in battaglia’, come sostengono con orgoglio i piazzisti d’Israele in giro per il mondo, che significa una cosa sola: testato su uomini, donne, vecchi e bambini in Palestina.
Il giornalista australiano riesce a muoversi tra la storia e l’attualità con estrema chiarezza: il brand da vendere è quello dell’infallibilità: militare e di intelligence. Uno storytelling che vede impegnati decine di migliaia di persone, ogni giorno, e che parte da un mantra: nessuno come noi ha una tale esperienza e possibilità infinita di testare sistemi di controllo di massa.
Ecco che Loewenstein coglie il punto: l’occupazione è un affare, non un costo. Perché sostiene l’export di armi e sistemi di controllo, perché è strumento di diplomazia internazionale (alcuni dei migliori clienti di Israele sono stati sulla carta ostili a Tel Aviv), garantendo appoggi internazionali per respingere le accuse di apartheid e ottenere voti favorevoli all’Onu.
E nel frattempo Israele diventa modello. Per l’India in Kashmir, per i Tamil in Sri Lanka, risalendo il filo insanguinato della storia fino al Sudafrica dell’apartheid. Ma non solo per tutta la galassia di regimi che si confrontano con minoranze da soggiogare, anche per tutti quegli etnonazionalismi suprematisti dilaganti, che pur antisemiti veri, si ritrovano nel modello ‘di gestione’ del dissenso israeliano.
Fino a diventare il principale fornitore mondiale di tecniche di controllo anche per quelle democrazie ossessionate dalle migrazioni di massa: e tutti i muri – e i droni – sono al servizio di chi vuole, da remoto, impedire il movimento degli esseri umani.
Loewenstein è affilato nel ricostruire la mappatura di quella fitta rete di connessioni tra Stato e aziende private, che si passano dirigenti e condividono agende, muovendosi come un unico sistema. Aziende come la Elbit, leader mondiale della produzione di droni, la NSO e la Cellbrite per la cyber security e molte altre.
Fino ad arrivare al mondo dei social network, dove Loewenstein analizza a fondo le dinamiche di realtà come Facebook e Instagram, YouTube e TikTok, sempre più sotto pressione perché finiscono per riproporre all’infinito – e senza reali controlli – il processo di disumanizzazione che i palestinesi conoscono bene, e che oggi conoscono in tanti, vittime di invisibilizzazione e di orientalismi sempre più aggressivi e razzisti.
La dimostrazione di quanto tutto questo sia sistemico è che, come racconta Loewenstein, sono tanti gli avvocati e gli attivisti, le Ong e i giornalisti, i ricercatori e gli inquirenti – anche e soprattutto in Israele –  che cercano di avere accesso a certe informazioni, che chiedono al governo d’Israele di spiegare i suoi rapporti con regimi e dittature, o alle aziende del comparto militare e della sicurezza di spiegare le loro policy, ma tutto è negato proprio in virtù dell’interesse strategico nazionale superiore. Su questi temi, insomma, non c’è ‘unica democrazia del Medio Oriente’ che tenga.
“Come essere umano ed ebreo, so che l’uguaglianza e la giustizia tra israeliani e palestinesi sono l’unico modo per risolvere questo conflitto. Questo libro è il mio contributo per porre fine a decenni di discriminazione e rivelare i meccanismi segreti grazie ai quali è potuta durare tanto”, conclude Loewenstein, che forse non riuscirà nel primo intento, ma di sicuro centra il secondo, con il passo del giornalismo d’antologia.



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