L’Africa dei conflitti dimenticati, tra crisi climatica e instabilità geopolitica

Tensioni e conflitti non smettono di lacerare il continente africano. Per comprenderne l’origine e la natura non si può far di tutta l’erba un fascio, ma bisogna tenere in considerazione la molteplicità di fattori che influenzano in modi diversi un territorio molto vasto: dagli effetti della crisi climatica, alla competizione per le risorse, agli instabili equilibri geopolitici. L’analisi di Sara de Simone, ricercatrice presso la Scuola di Studi Internazionali dell'università di Trento.

Sofia Belardinelli

Tra i molti cambiamenti innescati dalla pandemia, nel 2020 si è registrata, rispetto all’anno precedente, anche una generale riduzione delle violenze e dei conflitti nel mondo. In quasi tutto il mondo, in realtà: il continente africano è stato, infatti, l’unica regione del pianeta in cui, rispetto al 2019, la violenza politica e gli scontri sono aumentati. È quanto rileva il Rapporto annuale relativo al 2020 di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), progetto che raccoglie e analizza dati sulle situazioni di crisi e sulla violenza nel mondo. «La violenza politica e le morti ad essa associate sono diminuite, nello scorso anno, sia in termini assoluti, sia in ogni regione del mondo, ad eccezione dell’Africa», si legge nelle prime pagine del Rapporto. «I conflitti di lunga data in Nigeria e nella Repubblica Democratica del Congo sono peggiorati, mentre nuovi conflitti hanno iniziato a intensificarsi e a diffondersi. Gli attori già radicati nei teatri di scontro rimangono potenti fonti di disordine, e Al Shabaab nel 2020 si attesta di nuovo tra i primi cinque gruppi armati più attivi e violenti».

L’Africa rimane, dunque, un continente “caldo”, percorso da scontri di varia natura ed entità, per comprendere i quali è necessario evitare – come avverte, in un’analisi comparsa sul quotidiano Mail&Guardian, Clionadh Raleigh, la direttrice di ACLED – le spiegazioni più superficiali e, invece, approfondire le diverse situazioni di crisi nella loro singolarità. È quanto sostiene anche Sara de Simone, dottore di ricerca in Studi Africani e Scienze Politiche e presidente della onlus “Mani Tese”, che abbiamo intervistato.

«Il continente africano – afferma de Simone – è un territorio vastissimo, che comprende realtà molto diverse tra loro: per questo motivo è difficile trattarlo come se fosse un unicum, percorso da fenomeni simili dal Mediterraneo a Città del Capo. Le regioni africane sono geograficamente, storicamente e politicamente molto diverse l’una dall’altra, motivo per cui anche i conflitti che le attraversano devono essere studiati e compresi tenendo a mente le specificità dei diversi contesti.

Ad ogni modo, credo sia possibile individuare alcuni temi abbastanza trasversali, che possono costituire una chiave per comprendere le numerose situazioni di instabilità che attraversano il continente: da una parte le problematiche ambientali, che sono da porre in relazione con le conseguenze della crisi climatica, dalle quali tutta l’Africa – vista la sua posizione geografica – è particolarmente colpita; dall’altra il tema della sicurezza, inteso nelle sue molteplici declinazioni».

La crisi climatica è un forte fattore d’instabilità per le società umane, in particolar modo nelle zone tropicali e subtropicali, dove gli effetti dell’aumento medio delle temperature e la destabilizzazione degli equilibri ecosistemici sono molto marcati. Il Rapporto annuale rilasciato dall’ISS Africa (Institute for Security Studies) per il 2020 lo afferma con chiarezza: «Gli impatti dei cambiamenti climatici hanno contribuito ad un aumento in frequenza e in intensità dei disastri naturali e hanno amplificato i problemi già esistenti circa la disponibilità di acqua e cibo soprattutto nelle zone aride», che coprono i due terzi del continente. Già l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), nel suo Rapporto del 2014, aveva individuato nel Sahel e nell’Africa tropicale occidentale dei “climate change hotspots”: queste regioni, infatti, subiranno – si legge ancora nel Report dell’ISS Africa – non solo gli effetti di un generale riscaldamento, ma anche una maggiore incidenza di eventi estremi come piogge e alluvioni, fenomeni che contribuiranno a destabilizzare ulteriormente il quadro geopolitico regionale.

«L’emergenza ambientale – spiega Sara de Simone – riguarda soprattutto la fascia del Sahel e il Corno d’Africa: queste regioni, infatti, si trovano a fronteggiare da tempo sia processi di lungo corso, frutto del cambiamento del clima, come la desertificazione, sia il ricorrere ciclico – con una frequenza crescente, negli ultimi anni – di eventi climatici estremi come siccità e alluvioni, che contribuiscono ad acuire l’insicurezza alimentare e che mettono a dura prova l’economia, principalmente di sussistenza, di queste zone. A questo quadro in peggioramento si aggiungono altri eventi disastrosi e fuori dall’ordinario altrettanto imputabili agli squilibri causati dalla crisi ambientale di origine antropica, come l’invasione di locuste verificatasi dell’estate 2020. I cambiamenti climatici rendono le regioni tropicali e subtropicali sempre meno vivibili, costringendo grandi masse di persone a spostarsi: le ondate migratorie si riversano così sui Paesi circostanti, creando una pressione demografica sulle risorse – già scarse, e in molti casi iniquamente distribuite – che causa una destabilizzazione delle zone e facilita lo scoppio di conflitti».

«Un altro tema di scontro – prosegue l’esperta – è il controllo di risorse essenziali come l’acqua: proprio la gestione di questo bene primario è al centro, ad esempio, delle attuali tensioni fra l’Etiopia e i paesi vicini (Egitto e Sudan). La prima, infatti, sta portando avanti la costruzione della Grande Diga della Rinascita Etiope (nota come GERD), che una volta ultimata sarà lo sbarramento fluviale più grande del continente. Il suo funzionamento avrà un forte impatto sullo scorrimento del Nilo azzurro, il principale affluente del Nilo: il rischio è che questa diga riduca drasticamente la portata del fiume, da cui dipende l’approvvigionamento idrico dei paesi a valle, Sudan ed Egitto, sia dal punto di vista agricolo che energetico».

Spesso accade che analisti (esterni e locali) interpretino in maniera riduttiva le cause dei conflitti, ad esempio riducendoli a questioni etniche o religiose: è proprio quanto è successo nel tristemente noto caso della guerra civile in Ruanda (1990-93), seguita dal genocidio dei Tutsi, e nella più recente guerra civile scoppiata nel 2013 in Sud Sudan. «Le motivazioni profonde dei conflitti sono, nella quasi totalità dei casi, di natura politica o economica: in altri termini, l’oggetto del contendere è l’accesso al potere o il controllo delle risorse», afferma de Simone. «L’idea secondo cui all’origine di molte guerre africane vi siano stati dissapori di origine etnica o religiosa pecca di superficialità ed è inoltre priva, in molti casi, di fondamento scientifico. Le divergenze etniche o religiose, infatti, vengono sì sfruttate per alimentare i conflitti, per accrescere, all’interno delle fazioni, meccanismi di paura e di rifiuto dell’altro e per mobilitare, in tal modo, grandi masse di popolazione; ma non sono mai la ragione principale o unica del conflitto. Ridurre i conflitti africani a questioni religiose o etniche cela un duplice pericolo: da una parte, infatti, si rischia di avallare una narrazione che depoliticizza il conflitto, depotenziandolo e, in un certo senso, normalizzandolo; dall’altra si dipingono le etnie come entità primordiali e immutabili, non come realtà sociali in costante evoluzione. Questo non può che peggiorare la radicalizzazione identitaria, e dipinge il conflitto come essenzialmente irrisolvibile, perché “radicato” nel modus vivendi delle popolazioni coinvolte. Si tratta di un’interpretazione che, se condotta da un punto di vista occidentale, pecca di etnocentrismo, ma che – forse inaspettatamente – viene portata avanti anche da esponenti delle élite locali, il cui obiettivo è spesso la depoliticizzazione del conflitto e la mobilitazione di grandi masse di persone al fine di perseguire interessi specifici, che raramente coincidono con il bene comune».

Rispetto ad una situazione di oggettiva e diffusa instabilità politica, la comunità internazionale è più volte rimasta a guardare: spesso, infatti, i conflitti in atto nel continente africano sono percepiti dai Paesi occidentali come lontani e non legati ai propri interessi, quindi non degni di un intervento tempestivo e adeguato. Ma c’è di più: a volte, infatti, il silenzio o l’inazione non sono dettati soltanto dal disinteresse. «In molti casi – rileva de Simone – i regimi al potere cercano con ogni mezzo di preservare la propria posizione, perché lasciarla costituirebbe, per essi, una perdita netta. In contesti economici deboli, infatti, detenere il controllo sulla proprietà pubblica garantisce anche la gestione e il controllo sul settore economico, e dunque l’accesso alle risorse – che spesso, nei Paesi africani, sono abbondanti, per quanto iniquamente distribuite. Negli anni, molti di questi regimi hanno imparato ad adattarsi al contesto di relazioni internazionali nelle quali sono calati, assecondando le richieste dei Paesi donatori, degli alleati e dei partner commerciali e approfittando dei benefici derivanti da questi legami a discapito del benessere del proprio Paese».

«Due questioni che, paradossalmente, hanno reso più difficile la democratizzazione dei sistemi politici dell’Africa odierna nonostante le numerose richieste dal basso, sono senza dubbio la lotta al terrorismo e il contrasto alle emigrazioni», conclude de Simone. «Si tratta di questioni molto presenti, in misura diversa e con varie sfumature, nelle regioni del Corno d’Africa e del Sahel, entrambe caratterizzate dalla presenza di gruppi terroristici locali con legami più o meno acclarati con le reti del terrorismo internazionale, e dalla presenza di corridoi migratori che dall’Africa Subsahariana conducono alle sponde del Mediterraneo. Nei Paesi di queste regioni, accade spesso che gli aiuti internazionali allo sviluppo siano vincolati ad alcune politiche interne – leggi anti-terrorismo, controllo delle frontiere – che hanno ben poco a che vedere con lo sviluppo e molto di più con un controllo securitario del territorio. Capita quindi che le leggi anti-terrorismo, la cui approvazione è fortemente richiesta dai donatori occidentali, vengano usate a scopo repressivo contro gli oppositori politici, o che il training di forze di polizia che dovrebbero pattugliare i confini si traduca in un rafforzamento di milizie armate poco controllate dai governi centrali o usate strumentalmente per garantire il controllo su territori periferici, come avvenuto ad esempio in Sudan. Una tendenza alla strumentalizzazione della sicurezza, intesa in senso lato, per chiudere spazi di democrazia e partecipazione è emersa anche nell’ultimo anno, nel corso della pandemia: l’attuazione delle misure di prevenzione dei contagi, secondo le linee guida rilasciate dall’OMS, è stata in più occasioni utilizzata come giustificazione per rimandare, o addirittura annullare, le elezioni, o per limitare fortemente il diritto di manifestare e la libertà di espressione».

(Credit foto Ansa EPA/STR)

 

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