Il 2021 annus horribilis per la laicità in Italia

Dalla “Nota” contro il ddl Zan alla mancata istituzione di una commissione di indagine sui reati sessuali commessi dal clero.

Marco Marzano

Per la laicità, nel nostro Paese il 2021 è stato l’ennesimo anno nero, segnato soprattutto da due eventi, entrambi riguardanti la Chiesa Cattolica e il suo rapporto con lo Stato e i cittadini italiani.

Il primo di tali eventi è consistito nella clamorosa decisione della Santa Sede di far recapitare all’ambasciata italiana presso il Vaticano, nel giugno del 2021, una “Nota verbale” riguardante il DDL Zan, il disegno di legge sull’omofobia e la transfobia allora in discussione in Parlamento. Il DDL avrebbe, secondo le autorità vaticane, rappresentato una violazione del Concordato, dal momento che avrebbe attentato seriamente alle libertà e ai diritti riconosciuti da quest’ultimo alla Chiesa Cattolica, in particolare quelli di espressione e di manifestazione del proprio pensiero. In altri termini, i vertici dell’istituzione religiosa temevano che con l’approvazione del DDL Zan sarebbe divenuto più rischioso per i cattolici esprimere pensieri e opinioni chiaramente omofobi, malgrado l’articolo 4 dello stesso DDL avesse chiarito che ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

Sul piano della tattica politica, possiamo dire che un intervento così radicale e senza precedenti su un provvedimento ancora in discussione alle Camere è stato probabilmente deciso in ragione della percepita debolezza dello stato e dei partiti politici italiani. In molti altri Paesi del mondo un simile gesto, una simile palese invadenza negli affari di uno Stato formalmente sovrano, avrebbe provocato un’immediata e dura reazione diplomatica e politica. In Italia questo non è avvenuto. Nel momento in cui hanno concepito l’inaudita mossa diplomatica i gerarchi hanno pensato, per un verso, che la forza e la reputazione di cui godono la loro organizzazione e il loro capo, il pontefice romano, presso il ceto politico nostrano li avrebbe messi al riparo da ogni conseguenza negativa del loro gesto e per un altro verso che il sistema politico italiano fosse divenuto così debole e smarrito che una spallata vigorosa come quella inferta dalla Nota sarebbe stata sufficiente per affossare definitivamente il provvedimento, evitando così ogni eventuale guaio futuro.

Direi che quello dei gerarchi, che non hanno perso il loro straordinario fiuto politico, si è rivelato un ragionamento pienamente vincente. Il disegno di legge, già traballante per l’oscillazione dei renziani verso destra, da quei giorni di giugno si è avviato alla mesta e rapida fine ratificata pochi mesi più tardi. La vibrante indignazione della stampa laica per l’invadenza vaticana è durata all’incirca un paio di giorni e ha lasciato subito spazio al ritorno in pompa magna dell’adorazione permanente e universale del pontefice come guida morale del mondo e del Vaticano come principale agenzia civile e sociale globale. L’Italia si è confermata ancora una volta il Paese più clericale d’Europa, quello più prono ai voleri delle gerarchie e più sensibile ai loro umori, anche quando questi contrastano con quelli della popolazione sovrana, degli elettori, che invece (lo avevano confermato i sondaggi di IPSOS), a larga maggioranza, tifavano per l’approvazione del DDL.

Detto questo, l’interrogativo principale (e di cui mai si discute) è il seguente: per quale motivo la Chiesa Cattolica continua ad attribuire tanta importanza alla discriminazione degli omosessuali? Per quale ragione poter censurare i comportamenti di questi ultimi è così vitale per i gerarchi cattolici? In definitiva, la Chiesa ha nel tempo mutato il suo giudizio su molte questioni (ad esempio sulla democrazia o sulla pena di morte), perché non può attenuare la condanna dell’omosessualità come comportamento “intrinsecamente disordinato” e naturalmente peccaminoso?

Io sono convinto che la censura dell’omosessualità non sia solo uno dei tanti valori che la Chiesa del XXI secolo ha ereditato dal suo lungo passato premoderno. La condanna dei gay è al contrario il perno essenziale sul quale poggia l’intero edificio istituzionale del cattolicesimo. E lo è per una ragione specifica che attiene alla stessa sopravvivenza dell’istituzione: il reclutamento e lo status del clero.

Moltissimi preti e seminaristi cattolici sono omosessuali e tantissimi tra loro hanno vissuto con grande disagio, in gioventù, la scoperta del proprio orientamento sessuale. Tra i motivi che li hanno spinti a entrare nei ranghi del clero vi è stata anche la speranza ingenua di poter mettere tra parentesi “il problema”, di poter evitare di confrontarsi con una vita sessuale attiva grazie all’istituto del celibato o perlomeno di poter mettere a tacere tutte le illazioni e i sospetti sulle proprie preferenze sessuali, le pressioni a sposarsi, a “mettere su famiglia”, eccetera. Indossare l’abito talare consente infatti ancora oggi di essere identificati come “casti” e collocati perciò al di sopra delle passioni e dei moti dell’animo che accendono tutti gli esseri umani, a ogni latitudine. Ovviamente quello della castità è un vestito portato, con convinzione e abilità, solo in pubblico. In privato i preti si comportano come il resto dell’umanità (di cui fanno integralmente parte): desiderano, si innamorano, si accoppiano, si prendono e si lasciano. Per la Chiesa l’essenziale è solo quel che appare sulla scena, è la recita pubblica della castità, premessa e architrave del celibato e della divisione del mondo in due caste: quella (inferiore) del popolo e quella (superiore) dei chierici.

Da questa prospettiva, in una società omofoba i preti omosessuali sono funzionari ideali per l’istituzione: sono grati alla Chiesa per averli accolti e protetti, non mettono in discussione il celibato perché non possono avere una vita affettiva alla luce del sole, sono abituati sin da piccoli, per evitare la stigmatizzazione nei loro confronti, a tenere celata la propria identità sessuale. Quello impregnato di omofobia delle società tradizionali è anche un mondo nel quale i preti gay non saprebbero dove andare se lasciassero la Chiesa facendo coming out ed è anche un mondo dove la repressione e la discriminazione dell’omosessualità si radicano in profondità in tutti gli interstizi della società e in particolare nella vita familiare, generando per questa via più facilmente quei sentimenti di vergogna e inadeguatezza che spingono molti dei giovani omosessuali che nascono in quegli ambienti a intraprendere la carriera clericale. Per dirla con una battuta, un ragazzo omosessuale che ha una mamma super cattolica e omofoba che gli ripete ogni giorno che se lei scoprisse di avere un figlio gay si taglierebbe le vene, può essere tentato dall’indossare l’abito talare anche per non farla soffrire o forse addirittura per farle pensare che lei sarà, con la benedizione del vescovo, l’unica persona davvero importante della sua vita.

Se però i valori sociali mutano e l’omosessualità esplicita diventa un’opzione come le altre, se ai gay viene riconosciuto il pieno diritto ad avere una vita affettiva e a non nascondere le proprie relazioni amorose, l’intero impianto istituzionale centrato sulla castità e l’ipocrisia viene clamorosamente meno, i seminari si svuotano, la casta clericale si assottiglia paurosamente.

Per tutti questi motivi la necessità di mettere un freno alla lotta all’omofobia è davvero per la Chiesa Cattolica una “questione di Stato”, che autorizza la convocazione di grandi raduni di massa nazionali, come avvenne nel caso del Family Day contro il DDL Cirinnà, o l’emissione di una “nota diplomatica” come quella dello scorso giugno. Insomma l’avversione per gli omosessuali è per la Chiesa Cattolica tutta politica. La morale e la dottrina c’entrano poco, tanto che all’intransigenza contro i diritti dei gay corrisponde un desiderio di ascolto, un’apertura colma di pietà, persino una qualche forma di “dolcezza” umana nei loro confronti, quella che il pontefice ha espresso molto bene in molte sue dichiarazioni. Io credo che questi ultimi siano atteggiamenti sinceri, forse anche manifestazioni del senso di colpa che la Chiesa avverte per i tanti patimenti che ha inflitto e continua a infliggere ai gay, soprattutto a quelli cattolici. Come se volesse dire loro: “Ci dispiace che dobbiate soffrire a causa nostra, non avete fatto niente di male ma negarvi diritti e tenervi ai confini dello spazio pubblico è per noi una questione di sopravvivenza. Cercate di capirci”.

Il secondo evento dell’anno sul fronte dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa è in realtà un non-evento e consiste nella mancata istituzione di una commissione di indagine sui reati sessuali commessi dal clero cattolico.

Su questo terreno l’Italia è ormai drammaticamente isolata dal resto del mondo: siamo infatti rimasti, credo con la Spagna, il solo grande Paese cattolico europeo e occidentale a non aver istituito un simile organismo. Lo hanno fatto tutti gli altri: i tedeschi, gli americani, gli irlandesi e infine, come abbiamo visto negli scorsi mesi, anche i francesi.  Talvolta l’iniziativa di istituire una commissione di indagine su questo tema è stata presa dagli enti pubblici, più spesso è stata assunta dalla stessa Chiesa Cattolica, col desiderio di far piena luce sui crimini sessuali compiuti dai propri funzionari nel passato. In ogni caso, tali commissioni sono state formate da esperti scientificamente qualificati, lasciati liberi di agire in modo totalmente indipendente dai dettami delle istituzioni che li hanno incaricati. Lo scopo del lavoro delle commissioni è non solo quello di raccogliere dei dati in modo sistematico e di ottenere a questo fine la collaborazione delle diocesi che debbono rendersi disponibili a consegnare i tanti dossier contenuti nei loro armadi, ma anche quello di sollecitare l’emersione di nuovi casi e di ascoltare le vittime. Gli abusi sessuali, ce lo dicono gli psicologi, generano in molti di coloro che li subiscono vergogna e un senso di colpa e di sporcizia molto difficile da cancellare. L’esistenza di una commissione che in modo sistematico e offrendo tutte le possibili garanzie di riservatezza solleciti le testimonianze degli abusati favorisce moltissimo la decisione di tanti di raccontare la propria storia, di squarciare la coltre di silenzi sotto la quale era stata sepolta facendo emergere un passato di sofferenze e traumi. Molto raramente le testimonianze degli abusi si trasformano in denunce penali, dato che il tempo trascorso dalla commissione degli abusi supera molto spesso quello sufficiente a generare la prescrizione del reato. I vantaggi che derivano dall’azione di queste commissioni sono comunque giganteschi, riguardano direttamente l’esistenza delle vittime (che possono essere fruttuosamente indirizzate verso un percorso terapeutico) e dei loro cari, costituiscono un atto di giustizia e soprattutto sanciscono in modo evidente la volontà della Chiesa o dello Stato (a seconda di chi abbia preso l’iniziativa) di riparare i torti subiti da tante persone e di impedire che simili crimini continuino a essere commessi in futuro. Istituendo una commissione di inchiesta sui crimini sessuali del clero, l’istituzione religiosa (o quella statale) mostrano di volersi prendere cura, anche con dei risarcimenti materiali, della cittadinanza, dei tanti frequentatori di canoniche e parrocchie che hanno subito in passato violenze e abusi da parte di sacerdoti.

Io sono convinto che la Chiesa Cattolica farebbe del bene a sé stessa se decidesse di istituire una commissione su questi crimini. Darebbe la sensazione di volerli finalmente affrontare, in uno slancio di purificazione interna, di petto e senza infingimenti, di voler davvero rompere con il passato, di disporsi autenticamente in ascolto delle sofferenze e dei drammi di tanti. Se si avviasse lungo questa strada, se incaricasse un’equipe di studiosi di affrontare, con metodi scientifici, un’analisi rigorosa del fenomeno, la Chiesa porrebbe anche un argine al trattamento superficiale, scandalistico e forcaiolo che ne fa molta stampa. È ovvio che ci sarebbero alcuni costi salati, oltre a quelli economici, da pagare e che questi consisterebbero, da un canto, nell’ammissione implicita dell’elevata pericolosità sociale di molti “funzionari di Dio”, dall’altro, nell’obbligo per la Chiesa di obbedire alle indicazioni e ai suggerimenti che ogni commissione fornisce al termine dei suoi lavori e quindi di accettare che qualcuno di esterno alla gerarchia possa indicare a quest’ultima la strada migliore per riformarsi distanziandosi dal passato. In un’organizzazione autocratica e abituata a pensarsi come autosufficiente e bastante a sé stessa sarebbe un passaggio enorme, simile a quello che ha portato alcune nazioni moderne a riconoscere il fatto che la loro nascita ha avuto come premessa lo sterminio ingiustificato di intere popolazioni indigene che vivevano prima pacificamente su quei territori.

Se la Chiesa non si rivelasse capace di fare questo passaggio dovrebbe subentrare il Parlamento italiano, che potrebbe istituire una commissione di inchiesta su questi temi, riconoscendone la grande rilevanza politica, sociale e morale e mostrando di sapersi prendere cura del dolore patito ingiustamente da molti dei suoi cittadini nel passato lontano come in quello recente. Se ne gioverebbero la qualità della vita democratica e la fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni repubblicane e nella loro sacrosante autonomia.

FOTO ANSA/ VATICAN MEDIA



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