Dalle studentesse di Creil a Samuel Paty. I paladini della laicità francese trent’anni dopo

Era il 1989 quando il velo islamico irrompeva sulla scena politica francese, dividendo sin da subito l’opinione pubblica. Tra quanti allora si ersero a difesa della laicità dello Stato spiccano i nomi dei filosofi Élisabeth Badinter, Régis Debray, Alain Finkielkraut. Trent’anni più tardi – e dopo Charlie Hebdo, gli attentati che hanno insanguinato il Paese, la morte di Samuel Paty, e con la legge contro il separatismo in discussione in Parlamento – i paladini di allora hanno cambiato idea o sono ancora dalla stessa parte della barricata?

Ingrid Colanicchia

Comincia tutto nel 1989, sullo sfondo la pubblicazione di I versi satanici di Salman Rushdie.

Il 6 ottobre di quell’anno, il responsabile della scuola “Gabriel-Havez” a Creil (dipartimento dell’Oise) nega l’ingresso a tre studentesse musulmane che indossano il velo. La polemica si infiamma e il ministro dell’Educazione, il socialista Lionel Jospin, in un’intervista al Nouvel Observateur (26 ottobre), così come in un intervento all’Assemblée nationale, dichiara che i dirigenti scolastici devono stabilire un dialogo con i genitori e i ragazzi interessati per convincerli a rinunciare a quei simboli, ma che se il dialogo fallisce lo studente – la cui scolarizzazione è prioritaria – deve essere accolto a scuola.

Come ricostruiva più di dieci anni fa la giornalista Laetitia Van Eeckhout, i termini della questione si pongono immediatamente all’attenzione dell’opinione pubblica francese per quelli che saranno poi destinati a restare. Sulle pagine di Le Monde, il 24 ottobre del 1989, Guy Coq, membro del comitato di redazione della rivista Esprit, scrive che è la tolleranza stessa che «morirebbe se le varie comunità religiose entrassero in competizione per impossessarsi dello spazio laico della scuola, per rompere la sua unità, per manifestarvi non lo spirito di accoglienza per ogni individuo in sé, come essere umano, ma il segno della chiusura di ogni comunità rispetto alle altre». Sulla stessa edizione del quotidiano, la scrittrice Leïla Sebbar dichiara invece: «Laicità sì, ma non a ogni costo. Tre foulard contro l’integrazione di tre milioni di musulmani in Francia».

Una settimana dopo, su Le Nouvel Observateur (2 novembre), un appello indirizzato al ministro Jospin e firmato da cinque eminenti personalità del mondo culturale francese (Elisabeth Badinter, Régis Debray, Alain Finkielkraut, Élisabeth De Fontenay, Catherine Kintzler) denuncia la «Monaco della scuola repubblicana». «Tollerare il velo islamico – vi si legge – non è accogliere un essere libero (nel caso specifico una giovane ragazza) ma aprire la porta a coloro che hanno deciso, una volta per tutte e senza discussione, di farle piegare la schiena. Anziché offrire a questa giovane ragazza uno spazio di libertà, Lei le sta dicendo che non c’è differenza tra la scuola e la casa di suo padre. Autorizzando di fatto il velo islamico, simbolo di sottomissione femminile, Lei firma un assegno in bianco ai padri e ai fratelli, vale a dire al patriarcato più duro del pianeta».

Il 9 novembre altri cinque intellettuali (Joëlle Brunerie-Kauffmann, Harlem Désir, René Dumont, Gilles Perrault e Alain Touraine) rispondono su Politis con un appello a «una laicità aperta» opponendo all’immagine della «Monaco della scuola repubblicana», quella della «Vichy dell’integrazione degli immigrati».

Lionel Jospin sollecita una presa di posizione del Consiglio di Stato, il quale il 27 novembre si esprime affermando che l’uso di simboli religiosi a scuola non è, in sé e per sé, incompatibile con la laicità in quanto costituisce esercizio di libertà di espressione e di manifestazione di credenza religiosa, pur affermando che l’esercizio di tale libertà ha dei limiti. La questione sarà “risolta” – si fa per dire – nel 2004 con la legge che stabilisce il divieto di simboli religiosi ostensibili a scuola.

A distanza di trent’anni – dopo la strage di Charlie Hebdo, gli attentati che hanno insaguinato il Paese a più riprese, l’assassinio di Samuel Paty, e con la legge contro il separatismo in discussione in Parlamento – i protagonisti di allora come la pensano?

Di certo non ha cambiato lato della barricata la filosofa Élisabeth Badinter. Intervistata da L’Express (22 ottobre 2020) ha dichiarato che trent’anni dopo quell’appello ciò cui assistiamo è la disfatta della scuola repubblicana: «Ecco il risultato di una serie di sottomissioni alle esigenze islamiste. All’epoca dell’affaire Creil sono state sufficienti tre ragazzine per far indietreggiare la scuola pubblica e laica. È stato il segnale inviato agli islamisti, cui abbiamo detto: “Via libera”». Il problema per Badinter è anche e soprattutto quella sinistra che accusa chi vuole lottare contro l’islamismo di fare il gioco di Le Pen. E sul futuro non è affatto ottimista: «Da trent’anni a questa parte le cose non hanno fatto che peggiorare»: «Bisognerebbe organizzare una guerra ideologica e legislativa contro gli islamisti. E questo non sarà possibile senza reazioni terribili del campo avverso. Nuovi attentati, più numerosi, più sanguinosi. La questione non può più essere risolta pacificamente, perché è andata troppo oltre. Quella che dobbiamo condurre è una guerra ma non sono sicura che i francesi siano pronti. Non solo perché possono nutrire dei timori, il che è comprensibile, ma perché gli islamisti grideranno alla dittatura alla più piccola misura che li ponga nel mirino».

Più o meno sulle medesime posizioni Alain Finkielkraut. «Il terrorismo non è un fenomeno in sé. Fa parte di un tutto e questo tutto è l’odio per la civiltà francese», ha dichiarato in un’intervista a Le Figaro (30 ottobre 2020) a ridosso dell’assassinio di Paty. «La Francia è presa di mira nella sua dimensione ebraica, nella sua dimensione laica e nella sua dimensione cristiana. […]. Il nemico è là, e non ci perdona di essere ciò che siamo». «La decapitazione di Samuel Paty non è stata pianificata né sponsorizzata dallo Stato islamico. Non porta il marchio di nessuna organizzazione nazionale o internazionale. Ma non per questo è opera di un lupo solitario. Questo attacco è stato preceduto da una macchinazione, che ha implicato almeno il padre di uno studente, un predicatore antisemita e degli alunni che, dietro compenso, hanno indicato il professore all’assassino nonostante quest’ultimo non avesse fatto mistero della sua volontà di umiliarlo e picchiarlo per aver mostrato delle caricature del profeta in classe. Questo attentato rivela la continuità che esiste fra l’islamismo ordinario e il terrore sanguinario».

Di sicuro non ha cambiato campo Catherine Kintzler (che di recente, su questi temi, ha anche sottoscritto un appello che sta facendo molto discutere). In un commento sul suo blog a pochi giorni dalla morte di Samuel Paty la filosofa ha scritto che «ridurre questo assassinio a un crimine equivale a eludere il carattere politico dell’obiettivo egemonico che trasmette. Perché questa atrocità si presenta come un’esecuzione espiatoria compiuta in nome di un ordine superiore che dovrebbe soppiantare non solo le leggi dell’associazione politica, ma anche ogni rapporto autonomo con la conoscenza, con il pensiero». «Se la scuola è laica, non è solo in quanto istituzione e organo del sistema repubblicano, ma anche perché attinge (o dovrebbe attingere) la propria autorità dalla costituzione dei saperi, che sfugge a ogni trascendenza, a ogni imposizione di una parola o di un libro e può essere costruita solo attraverso menti in dialogo». «Introdurre ogni spirito in questo dialogo fecondo e inquieto che ha come prima condizione il disorientamento, la distanza da se stessi, questo è ciò che ha fatto Samuel Paty, professore. Avrebbe dovuto poterlo fare normalmente, spiegando, illustrando, argomentando in un clima di serenità assicurato dall’istituzione: insomma professando, al riparo dalle pressioni e mettendo così i suoi allievi, con sé, al riparo dal vortice sociale. Ma, come migliaia di insegnanti oggi e da molti anni, lo ha fatto nonostante, contro gli assalti che costantemente rimandano la scuola al suo esterno, lo ha fatto nonostante le pressioni che, con il pretesto di porre gli alunni (e i genitori) al centro del sistema scolastico, li assoggettano alla ferocia e alla fluttuazione delle richieste sociali. Quello che dovrebbe essere un lavoro sereno e ordinario è diventato un atto di eroismo».

Più dubbiosa Elisabeth de Fontenay che in un’intervista a L’Express pubblicata il 24 ottobre 2020 (ma rilasciata qualche giorno prima dell’assassinio di Samuel Paty) ha dichiarato che dovrebbe essere messo in discussione l’«uso intollerante della Repubblica e dell’universalismo»: «Non c’è qualcosa di totalitario in questo universalismo? Possiamo costringere tutti gli esseri umani ai princìpi di uguaglianza e libertà? Penso che sarebbe meglio aspettare che queste diverse tradizioni giungano attraverso l’auto-riflessione a una maggiore uguaglianza di genere, piuttosto che affermare apertamente che il loro modo di vivere è intollerabile per l’universalismo repubblicano». E alla domanda su che fine avesse fatto la Elisabeth de Fontenay che firmò il famoso appello del 1989 ha risposto: «La globalizzazione ha reso le cose infinitamente complesse. Sono molto combattuta di fronte alle posizioni dei miei amici Élisabeth Badinter e Alain Finkielkraut. Mi aggrappo con tutte le mie forze all’universale, cioè alla forza offensiva e silenziosa di ciò che è valido per tutti. […]. Ma guardiamo agli inglesi: non hanno affatto le nostre fondamenta repubblicane e hanno potuto eleggere Sadiq Khan sindaco di Londra. Prima che il sindaco di Parigi possa essere un musulmano, avremo bisogno, credo, di più tempo…».

E colui al quale si deve la frase con cui quell’appello è passato alla storia? In un volumetto pubblicato giusto di recente per Gallimard (France laïque. Sur quelques questions d’actualité) Régis Debray torna sul luogo del delitto e dichiara: «Se mi si permette una confessione, dopo aver intitolato il manifesto cosiddetto degli intellettuali in occasione dell’affaire Creil “una Monaco della scuola repubblicana” e dopo aver chiesto, all’interno della commissione Stasi (2003), che il divieto di simboli religiosi ostensibili nelle scuole fosse oggetto di una legge e non di un regolamento […], mi sarei sentito di abbandonare questo cammino a metà del suo percorso se queste misure di esclusione non avessero avuto per complemento logico l’inclusione dei fenomeni religiosi nel campo degli studi. Sarebbe stata una laicità da teatro, che declama il proprio copione sulla scena senza scendere nella sala».

Parigi, 2004. Foto ©Ansa

 

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