Lamberto Borghi: una scuola libera per una società nuova e migliore

La storia di Lamberto Borghi, prima cacciato dall’Italia a causa delle leggi razziali, poi professore al Magistero di Firenze, autore di numerose opere considerate fondamentali per la pedagogia contemporanea.

Francesca Fulghesu

Nel 2023 la casa editrice Eleuthera ripubblicherà la raccolta di scritti di Lamberto Borghi La città e la scuola, curata da Goffredo Fofi, a cui si deve la ricca e puntuale introduzione critica. E se come afferma Fofi nell’introduzione del libro, dal boom del dopoguerra la pedagogia italiana è morta (o si è suicidata…), è tuttavia altrettanto vero – e la stessa esistenza di Borghi lo dimostra – che la scuola italiana non è mai stata totalmente orfana di maestri.

Il «maestro dei maestri», Lamberto Borghi, diresse la rivista «Scuola e città» dal 1965 al 1972. Erano gli anni in cui lo statalismo della scuola raggiungeva l’acme, gli anni in cui Don Milani veniva confinato a Barbiana, gli anni in cui l’utopia delle scuole autonome e connesse si infiammava ma paradossalmente perdeva aderenza con il reale.

Nella prestigiosa rivista che dà anche il titolo all’antologia, e da cui Fofi recupera i principali testi pedagogici dell’autore, Lamberto Borghi condivideva pratiche pedagogiche libertarie e propugnava una scuola che fosse non un cursus onorum, ma un luogo di incontro: il luogo, cioè, in cui si va incontro alla complessità, alla cultura, alla società, in cui ci si muove verso, e quindi si evolve, nel senso etimologico e dialettico del termine.

Nel 1990 Borghi tiene un seminario dal titolo apparentemente paradossale, «Apprendere la libertà». È possibile, infatti, imparare la libertà? È possibile insegnarla? E cosa si intende con libertà quando si parla di pratiche educative e di società? Nel saggio L’educazione libertaria, relazione dell’intervento tenuto al seminario, Borghi analizza proprio il senso bifronte della pratica libertaria, legata intimamente al suo senso semantico originale (non-coercitivo) e alla pratica scolastica e sociale. In riferimento, cioè, sia del metodo di apprendimento e d’insegnamento, sia dell’intero corpo sociale.

Recuperando il concetto di «educazione integrale», di cui massimo esponente fu Kropotkin, e il suo legame cogente con l’arte, primaria sede della libertà, Borghi dimostra come non possano esistere studio e cultura – sempre basati sulla ricerca, sull’approfondimento – senza il rifiuto dell’autoritarismo, senza l’abbandono della concezione di verità come dato assoluto e oggettivo.  Il maestro dei maestri recupera dunque i propri maestri, e delinea i presupposti e i metodi di un’educazione libera. A partire dal magistero di Proust e Dewey, infatti, Borghi rivendica la convinzione che l’arte sia «ciò che vi è di più reale, la più austera scuola della vita e il vero ultimo giudizio». L’importanza dell’arte nella formazione dell’uomo e nello sviluppo della società, del resto, trova conforto già nel pensiero di Marx ed Engels, come ricorda Borghi stesso nel saggio Da Fourier a Gramsci, e trova conferma proprio nelle pagine che Fourier aveva dedicato all’importanza dell’educazione musicale e della pratica teatrale nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Ma perché l’arte – anche nella sua accezione più ampia – si renda veicolo della cultura libertaria, è necessario ripartire dall’autonomia della scuola. E Autonomia è proprio il titolo di uno degli articoli di Borghi recuperato da Fofi, in cui il pedagogo affronta il problema dell’autonomia della scuola inserendolo in una lettura organica del problema dell’autonomia in genere.

L’autonomia, infatti, è il rifiuto dell’accettazione remissiva della realtà come data, stabile, compiuta. In una parola, oggettiva. E secondo Borghi, uno dei motivi fondanti della formazione della civiltà dev’essere proprio lo sforzo, compiuto e da compiersi, dell’autodeterminazione. L’autonomia della scuola è quindi la libertà dell’istituzione dai vincoli dello Stato, dell’industria e del capitale. Ancora oggi un progetto ideale che è di là da venire.

Di recente Sergio Tramma ha curato un’antologia di scritti pedagogici gramsciani per i tipi di PGreco dal titolo Educare nel mondo grande e terribile. Scritti pedagogici. L’opera contiene scritti di Gramsci sulla prassi educativa già pubblicati in altre antologie nel corso degli anni. Ma ripubblicare un’antologia, come ha notato il curatore, significa rivolgersi a nuovi lettori, significa dialogare con nuovi uditori.[1] Significa, quindi, attualizzare, non nel senso deteriore del termine, ma nella sua accezione di ricollocazione nel tempo, di rilettura alla luce dei tempi odierni. Con un approccio cioè storico materialista, che per dirla con Massimiliano Tomba, considera la storia nello stesso modo in cui l’archeologo considera le diverse stratificazioni di uno scavo e il geologo i diversi strati rocciosi: il passato deve essere considerato presente tanto quanto il presente più attuale.2

Ed è ciò che accade anche con la ripubblicazione di Borghi a cura di Fofi, che nei confronti del pensiero pedagogico gramsciano è sicuramente debitore. Proprio alle riflessioni gramsciane nel campo educativo è dedicato uno dei saggi di La città e la scuola, in cui Borghi delinea brevemente il programma di ricostruzione scolastica – divisa in scuola attiva e scuola creativa – che avrebbe dovuto, secondo Gramsci, accompagnare e sostenere la presa al potere della classe operaia:

“La scuola creativa è coronamento della scuola attiva: nella prima fase si tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di «conformismo» che si può chiamare «dinamico»; nella fase creativa, sul fondamento raggiunto di «collettivizzazione» del tipo sociale, si tende a espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea”.

È proprio Borghi a osservare che la «disciplina coercitiva aveva un suono diverso in Gramsci e nei cattolici e idealisti»; per il pensatore «essa era strumento di ascesa e conquista di autonomia; nei cattolici e negli idealisti essa era veicolo di perpetuazione di uno stato di minorità». Come ricorda Daniele Martinez in un suo saggio, Borghi ravvisava in Gramsci un isomorfismo tra piano sociale e piano individuale, «tra lo sviluppo del fanciullo nella scuola e quello della comunità».[2] Isomorfismo che Borghi stesso recupera. Ma qual è la comunità degli anni Venti? E qual è la scuola di oggi? È sul presente, l’unico vero terreno della nostra possibilità di esperienza, il presente della scuola italiana – sempre più sussunta alle logiche della società della mercificazione e della deriva digitale – che dobbiamo portare la nostra attenzione. Il presente di una scuola che sembra considerare l’insegnante solo un controllore sostituibile da un device, che fa credere agli studenti che l’unico obiettivo del percorso scolastico sia il possesso di un «titolo», che si illude di rendersi più inclusiva limitandosi ad utilizzare una pletora di etichette e sigle, e che troppo spesso confida in un’oggettività calata dall’alto, come quella dell’INVALSI. Una scuola riduzionista, quindi, che rischia di essere solo un sistema di produzione aziendale, emblema della distopia meritocratica e tecnocratica.

La vocazione burocratica del sistema scolastico spinge oggi in direzione della transizione digitale, e ciò avviene senza soluzione di continuità con il processo di atomizzazione delle discipline e degli studenti.  Le prime sono infatti sempre più specialistiche e irrelate, viste solo in maniera funzionale e tecnica; i secondi sono sempre più isolati e vittime di quelli che Fofi chiama «pedagogisti-cronometristi» e «pedagogisti-da-quiz». Il tutto in una ormai decennale aziendalizzazione del sistema scolastico.

Il problema del rapporto tra scuola e società, del resto, è di fondamentale importanza. Se il fine della scuola, infatti, è promuovere e aiutare il processo di sviluppo dello spirito critico (per sua essenza autonomo) – ed è ciò che Borghi stesso ci insegna – essa non può non essere strettamente connessa alla società. E nonostante la scuola sia sempre manifestazione della società in cui si colloca, se onorasse davvero il proposito di educare alla libertà, formerebbe «membri di una società diversa dalla nostra, cittadini di una nuova e migliore società»[3].

I padri della pedagogia possono ancora darci una risposta, possono ancora orientare insegnanti ed educatori in direzione della scuola umanistica disinteressata di cui parlava Gramsci: «una scuola di libertà e di libera iniziativa e non una scuola di schiavitù e di meccanicità.»[4]. E rileggere oggi Borghi significa proprio ripercorrere il pensiero dei padri della pedagogia – di Borghi stesso, e dei maestri su cui riflette e su cui innesta le proprie teorie – e reinserirli nel dibattito attuale. Non per cambiare il rapporto tra scuola e società, ma per creare una scuola che la società possa cambiarla.

 

 

[1] Sergio Tramma, Educare in un mondo grande e terribile, in «La tigre di carta»,

26 ottobre 2022, https://www.latigredicarta.it/2022/10/26/educare-in-un-mondo-grande-e-terribile/ 2 Massimiliano Tomba, Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book, Milano, 2011.

[2] Daniele Martinez, Gramsci e il movimento per l’educazione nuova. Alcuni spunti di riflessione, in «Studi sulla formazione», 1-2014, Firenze, University Press, pag. 181-202.

[3] Lamberto Borghi, La città e la scuola, Eleuthera, Milano, 2000, p. 137.

[4] Antonio Gramsci, Educare nel mondo grande e terribile. Scritti pedagogici, PGreco, Milano, p. 103.

 

Foto Wikipedia



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