L’appello delle madri israeliane e palestinesi per il cessate il fuoco

Unite dal dolore di un conflitto che distrugge le generazioni, le madri israeliane e palestinesi di Women Wage Peace chiamano i due popoli e la comunità internazionale, nel nome della nonviolenza, a confrontarsi per un cessate il fuoco definitivo e duraturo. Con questo appello ci indicano che l’unica strada possibile è quella del confronto disarmato, empatico e ostinatamente umano.

Monica Lanfranco

“Noi, donne israeliane e palestinesi, appartenenti a gruppi sociali diversi, siamo unite dall’aspirazione umana a un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le prossime generazioni. Noi crediamo che la maggioranza dei popoli delle nostre nazioni condivida le stesse aspirazioni. Per tale motivo, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di iniziare il prima possibile le trattative di pace con impegno serio per arrivare, in tempi ragionevoli, a una soluzione politica al nostro lungo e doloroso conflitto”.
Comincia così il breve ed emozionante appello, pubblicato in diverse lingue al sito di Women Wage Peace (in Italia per primo è stato il sito di Pressenza a lanciarlo) che chiama i due popoli e la comunità internazionale, nel nome della pratica nonviolenta, a confrontarsi per cessare il fuoco.
L’appello continua così: “Noi chiamiamo le/gli appartenenti ai nostri due popoli – palestinese e israeliano – e ai popoli limitrofi ad unirsi al nostro appello e di dimostrare il loro supporto alla fine del conflitto. Chiediamo a tutte le donne del mondo di appoggiare il nostro appello per un futuro di pace, di sicurezza, lavoro e rispetto per i nostri figli e per tutti gli abitanti delle zone a noi circostanti. Chiediamo a tutte le persone di pace del mondo, giovani, adulti, capi religiosi, leader ed educatori e tutti coloro per i quali la pace è importante di unire la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leaders ad aderire al desiderio di porre fine al conflitto palestinese-israeliano per arrivare a una pace stabile e giusta. Ci impegniamo a prendere parte attiva nei processi di negoziazioni e trattative fino al loro pieno compimento, in linea con la risoluzione dell’ONU 1325.
Chiediamo ai nostri leaders di mostrare coraggio e di fare un cambiamento storico che tutti desiderano. Stringiamo le mani con determinazione e solidarietà per fare tornare la speranza nei nostri popoli”.
Non è la prima volta che le donne, anche in quanto madri, pur essendo per appartenenza geografica e politica su due fronti opposti, si uniscono per prendere parola insieme, ed insieme testimoniare che si può e si deve tornare a discutere, spezzando la logica mors tua, vita mea.
Ne avevo scritto anni fa, a proposito sia dei tumulti negli Stati Uniti causati dalle violenze delle polizia contro giovani neri in quartieri difficili di alcune città sia delle rivolte dei giovani di seconda generazione nelle banlieu di Parigi.
Anche in quei frangenti erano state donne, e donne in particolare in qualità di madri dei giovani coinvolti, a parlare e agire per fermare lo spirale di violenza: negli Usa Toya Graham, nel 2015 andò fisicamente a fermare il figlio che stava per assalire la polizia, e fu immortalata mentre lo bloccava e trascinava dentro casa. In Francia un gruppo di donne, molte delle quali madri, sorelle e compagne dei giovani immigrati che stavano dando alle fiamme le banlieu di Parigi scrissero una lettera pubblica, nel 2006, contro quella violenza, affermando che distruggere auto, scuole, negozi nei loro quartieri significava danneggiare, imbruttire e violare il bene comune, lo spazio pubblico dove viveva la loro comunità. Molte delle donne impegnate nel fermare la devastazione dei quartieri periferici da parte dei giovani erano le attiviste femministe di Ni Putes Ni Soumises, associazione nata nel 2003 contro la radicalizzazione islamista nelle banlieu: l’anno prima una minorenne magrebina era stata bruciata viva dal fidanzato che non voleva che lei si vestisse come una ‘occidentale’.
Oggi le donne e le madri palestinesi ed israeliane che si incontrano e scrivono l’appello sono una piccola luce nel buio della violenza che sembra senza fine in quei territori, ma ci indicano che la strada, unica e possibile sempre, è quella del confronto disarmato, empatico e ostinatamente umano.



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