L’assassino di Anna Politkovskaja è stato graziato

Perdonato per aver combattuto in Ucraina da detenuto arruolato: così Sergei Khadzhikurbanov evita di scontare la pena di 20 anni di carcere per l'omicidio di Politkovskaja. La sua vicenda, che non sorprende per via del regime vigente in Russia, pone però quesiti importanti sul destino dei detenuti nel Paese e sul loro arruolamento nell’esercito.

Pancho Pardi

Si legge oggi sul Corriere della Sera che Sergei Khadzhikurbanov, condannato a 20 anni di detenzione per l’assassinio di Anna Politkovskaja, ha combattuto in Ucraina come detenuto arruolato nell’esercito russo. Il fatto forse era già noto. Ma c’è l’ultima novità: è stato graziato ed è tornato al fronte in un ruolo di comando. Così chi ha potuto entrare nell’ascensore insieme alla giornalista che tornava a casa e ucciderla sparandole in testa è un uomo libero che, secondo il suo avvocato, ha estinto il suo debito con la giustizia. Ed è pronto a mettere la sua competenza nel lavoro di uccidere ucraini al fronte.

La prassi dell’arruolamento dei detenuti nei reparti di prima linea con la promessa della libertà se sopravvivono pone vari problemi interessanti. Sorvoliamo sull’uso di questa moderna carne da cannone come rimedio alla scarsa combattività dei coscritti inviati a morire per un’inutile metro di steppa. Solo regimi dittatoriali privi di qualsiasi garanzia universale di diritto possono adottare misure simili. Ma c’è un altro punto che ci sollecita: chi sono gli arruolati con questo sistema? Sono stati dipinti come i rifiuti della società russa, assassini e grandi criminali, della cui morte in battaglia siamo invitati a non commuoverci. Ma dato che la società russa è quello che è niente impedisce di pensare che anche chi è entrato nelle prigioni per reati molto diversi, come quelli addebitati a chi esercita la disobbedienza civile, sia costretto a condividere il destino dei veri criminali. Quando poi un soggetto come l’assassino di Politkovskaja torna vivo dal fronte è lecito il sospetto che i suoi superiori gli abbiano usato qualche attenzione protettiva.

La grazia all’assassino rivela la gratitudine del potere, e la sua ricompensa, per un delitto che doveva per forza essere appaltato fuori dalla cerchia del potere stesso. Un delitto su cui si è potuto constatare anche solidarietà imbarazzanti: chi non ricorda il festoso gesto della mitraglietta messo in scena da Berlusconi in un incontro con la stampa insieme all’amico Putin poco tempo dopo l’assassinio?
La grazia concessa spinge avanti l’ultima domanda. I sostenitori delle ragioni di Putin per l’aggressione all’Ucraina saranno capaci di sostenere le ragioni di Putin per la concessione della grazia? O un silenzioso riserbo coprirà l’indicibile? Al contrario, tra quei sostenitori ci sarà qualcuno che vorrà criticare il capo dell’impero asiatico? O la memoria di Politkovskaja è per loro ormai avviata all’oblio?

CREDITI FOTO EPA/MAXIM SHIPENKOV



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