Le donne devono parlare di soldi. Recensione del libro di Azzurra Rinaldi

Azzurra Rinaldi, autrice di “Le signore non parlano di soldi”, ribalta il luogo comune delle donne peggiori nemiche di se stesse e dimostra che, se le donne si liberano degli schemi atavici, possono farsi spazio insieme in un mondo che parla ancora al maschile.

Marilù Oliva

“Le signore non parlano di soldi”, da poco uscito per Fabbri, è firmato dall’economista femminista Azzurra Rinaldi, attivista e direttrice della School of Gender Economics all’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza.

Si tratta di un saggio che, attraverso una disamina basata su approfondimenti, dati, ragionamenti che ci accompagnano per oltre duecento pagine, spiega quanto la discriminazione di genere – soprattutto quella economica – sia deleteria per l’andamento generale. La ricerca ruota attorno a parole chiave come cura, rappresentanza, sorellanza, ma anche denaro e disuguaglianza, e ci fa capire come la situazione di oggi sia la conseguenza di millenni di inattaccabile patriarcato. Ma il patriarcato non danneggia solo le donne: impone impegnativi modelli di guadagno, di egoismo e di leadership anche ai maschietti, ragion per cui sarebbe nell’interesse globale contrastarlo. Il primo passo per farlo, dunque, è un’acquisizione di consapevolezza, ottenuta anche conoscendo lo status quo: recenti sondaggi, report, statistiche che in questo libro sono riportate con precisione. Se gender gap e altri fattori discriminanti fungono da divisori tra i sessi e all’interno del sesso femminile, allora la solidarietà tra donne potrebbe rivelarsi una delle soluzioni:

«Il patriarcato ha bisogno di tenerci divise e quindi la società non ci insegna la sorellanza. Anzi, sin dall’infanzia ci inducono a esercitare uno sguardo spietatamente critico nei confronti delle altre donne, che sono sempre troppo qualcosa (alte, basse, grasse, magre, coperte o scoperte).[…] Perché è così importante entrare nelle grazie degli uomini? Perché veniamo educate a farci la guerra e non ad allearci? Perché ci insegnano a lottare per essere la prescelta?».

L’autrice ribalta il luogo comune delle donne peggiori nemiche delle donne e dimostra che, nonostante la rivalità instillata, se le donne si liberano degli schemi atavici, possono invece diventare le migliori amiche delle altre e portare avanti collaborazioni, coinvolgere professioniste nel loro team. Il prototipo uomo attivo versus donna passiva ha attecchito nei secoli, del resto le sue radici affondano nell’età primitiva e nelle epoche successive illustri pensatori (Aristotele, Tertulliano e via dicendo) hanno rafforzato il concetto, postulando e consolidando l’idea dell’inferiorità della donna in quanto creatura inaffidabile e “uterina”, incapace di prendere decisioni importanti, quando non addirittura minus habens.

Se di passi in avanti ne abbiamo fatti (anche grazie alle lotte delle suffragette, in tempi in cui conquistare il diritto di voto sembrava un’impresa), ce ne mancano comunque altri importanti per raggiungere la piena parità. E per ottenerla è indispensabile passare da quella economica che include sia la nostra presenza sul lavoro, sia la gestione patrimoniale. Sapevate, ad esempio, che nel nostro paese oltre un terzo delle donne non è titolare di un conto corrente personale? E che le laureate sono di più dei laureati, ma hanno meno possibilità di fare carriera e, qualora raggiungessero le vette, molto probabilmente verrebbero pagate di meno? Non soltanto il salario è uno degli indici che dimostrano quanto le donne vengano svilite, basti anche pensare alla loro rappresentazione in pubblicità e alla loro (ancora purtroppo scarsa) presenza in politica. Un aspetto molto bello di questo libro è che l’autrice non si fa sopraffare dall’evidenza di dati sconfortanti, anzi: espone, soprattutto in chiusura di capitolo, delle buone notizie per farci capire che qualche debole segnale di ripresa c’è e dobbiamo essere ottimisti.

Insomma, il nostro sistema fa acqua da molte parti eppure è migliorabile, questa è la parte propositiva del progetto: incamminarci assieme – maschi e femmine – verso un mondo più giusto. Partendo dal presupposto che non ci può essere empowerment senza indipendenza economica.



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