In Spagna, le elezioni anticipate sono una scommessa per Sánchez

La divisione all'interno della sinistra spagnola ha contribuito a deteriorare la fiducia dell'elettorato, ma nonostante il successo della destra alle amministrative, la partita per le elezioni nazionali è ancora aperta.

Steven Forti

La sinistra spagnola esce con le ossa rotte dalle elezioni amministrative del 28 maggio, ma non ha nemmeno il tempo di leccarsi le ferite. Deve rimboccarsi le maniche, e in fretta, in vista delle elezioni anticipate convocate inaspettatamente per il prossimo 23 luglio dal premier socialista Pedro Sánchez. Cerchiamo di fare il punto della situazione offrendo sette chiavi di lettura al riguardo.

1. L’analisi del voto del 28 maggio non lascia adito a dubbi. La sinistra ha perso e la destra stravince. Delle dodici regioni al voto, ben nove avranno governi del Partido Popular (PP) in solitario o in coalizione con l’estrema destra di Vox. Anche la grandissima maggioranza delle città di grandi e medie dimensioni sarà guidata dai conservatori: non si salvano nemmeno realtà che avevano dimostrato l’efficacia del municipalismo di sinistra. A Barcellona, Ada Colau finisce terza per solo un centinaio di voti dietro ai socialisti: per quanto il vincitore sia il nazionalista catalano di destra Xavier Trias, c’è la possibilità di un accordo progressista, ma dipenderà dagli indipendentisti di Esquerra Republicana de Catalunya e in ogni caso il sindaco sarebbe socialista. Anche Valencia, oasi progressista nelle ultime due legislature, ritorna a destra. E pure le Baleari, le Canarie, l’Aragona, l’Estremadura e le principali città andaluse, tra cui Siviglia. La Spagna conferma dunque il trend europeo in un paese – caso più unico che raro al giorno d’oggi nell’UE – in cui la sinistra è al governo e ha dimostrato di governare bene, al di là di difficoltà, tensioni interne e qualche passo falso, consustanziali in una congiuntura complicata come quella degli ultimi anni e con un esecutivo di minoranza che ha sempre dovuto cercare i voti in un parlamento estremamente frammentato.

2. Lo tsunami conservatore si spiega essenzialmente perché la destra è riuscita a convertire delle elezioni locali in un referendum sul governo del paese e a mobilitare quanto mai il proprio elettorato. Lo slogan è stato letteralmente “cacciamo Sánchez” unito a uno stillicidio continuo di fake news contro un governo tacciato dal suo stesso insediamento nel gennaio del 2020 come “illegittimo” perché formato da pericolosi chavisti che svenderebbero l’unità della Spagna arrivando ad accordi con gli indipendentisti e perfino con ETA, scioltasi, detto en passant, da più di un decennio. Questo è stato il livello della campagna con una destra sulle barricate in perfetto stile trumpista e appoggiata da un sistema mediatico poderoso. Per di più, il PP si è beneficiato della scomparsa di Ciudadanos, divorando l’elettorato di quello che si proponeva come una specie di macronismo in salsa spagnola, e Vox si è consolidata come terza forza a livello nazionale. La destra, nel complesso, ha guadagnato un milione di voti rispetto al 2019.

3. La sconfitta della sinistra è dovuta alla smobilitazione parziale del proprio elettorato: in quattro anni si sono persi per strada più o meno 1,5 milioni di voti. Però attenzione, in buona misura ed eccetto alcune regioni come l’Andalusia e l’Estremadura, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ha tenuto, perdendo poco più di 400.000 voti rispetto alle amministrative di quattro anni fa. In alcune regioni ha addirittura migliorato i propri risultati come in Catalogna dove l’elettorato indipendentista ha preferito in parte disertare le urne dopo la fine dell’utopia secessionista. A Sánchez, però, è mancato il suo socio di coalizione, Unidas Podemos (UP), che in diverse regioni non è riuscito nemmeno a superare la soglia di sbarramento, condannando così in partenza una possibile riedizione del fronte progressista in molti comuni e regioni. Ma se il governo ha lavorato bene e la sinistra radicale è riuscita a portare a casa notevoli risultati in questi tre anni e mezzo, perché il suo elettorato è rimasto a casa?

4. La risposta a questa domanda si deve essenzialmente alla divisione nell’ultimo anno dello spazio alla sinistra dei socialisti che hanno offerto una pessima immagine al proprio elettorato. Da una parte, Yolanda Díaz, attuale ministra del lavoro, candidata in pectore della sinistra radicale spagnola, che ha lanciato ad aprile una nuova piattaforma, Sumar, insieme a diverse realtà locali nate sull’onda degli Indignados come i Comuns di Ada Colau, scissioni di Podemos come Más Madrid di Íñigo Errejón, i valenzani di Compromís o la stessa Izquierda Unida. Dall’altra, Podemos guidato dalle ministre Irene Montero e Ione Belarra, ma con Pablo Iglesias che, pur avendo ufficialmente abbandonato la politica due anni fa, ne muove ancora i fili. Pur non avendo praticamente divergenze programmatiche, alle amministrative sono andati in ordine sparso: a volte insieme, a volte separati, altre volte presentando in alcuni casi anche due o tre candidature in uno stesso comune, come Cadice o Huesca, e favorendo così la vittoria delle destre. E, soprattutto, come detto, facendo passare la voglia a molti elettori di votarli. Si sono persi, complessivamente, più di un milione di voti rispetto al 2019, in parte finiti nell’astensione, nei voti in bianco e nei voti nulli.

5. Meno di 24 ore dopo la chiusura dei seggi, Sánchez ha deciso di raccogliere la sfida e rilanciare, convocando elezioni anticipate tra meno di due mesi. Può essere un azzardo o una sparata frutto della disperazione, come sostengono alcuni, ma più probabilmente è una scelta intelligente, per quanto non è detto che sia vincente. Piuttosto che farsi torturare durante sei mesi da una destra che controlla la maggior parte del potere locale, Sánchez ha preferito accelerare i tempi con un doppio obiettivo: recuperare iniziativa politica e mobilitare l’elettorato progressista. Il PP dovrà arrivare ad accordi in molte regioni e comuni con Vox nelle prossime settimane: lo spauracchio, reale e non solo immaginario, di un’estrema destra che entri presto anche nella stanza dei bottoni del Palazzo della Moncloa può essere l’elemento che schiodi dal divano quel milione e mezzo di votanti di sinistra che hanno preferito rimanere a casa il 28 maggio? Questa è la scommessa del premier socialista.

6. Dopo il terremoto del 28 maggio, la destra del PP e l’estrema destra di Vox ha buone probabilità di vincere le elezioni di luglio. Ma, attenzione, il risultato non è già deciso. La partita, per quanto difficile, è ancora aperta. Sánchez ha bisogno però anche di un alleato mediamente forte alla sua sinistra. La legge elettorale è chiara: il proporzionale corretto con la legge D’Hondt non solo penalizza i partiti piccoli, ma converte, in pratica, la terza formazione più votata nell’ago della bilancia. Sarà Vox o la sinistra radicale? This is the question. Se lo spazio di Unidas Podemos/Sumar si squaglia, la destra governa senza sì e senza ma. Ciò significa che Díaz e Iglesias devono rimboccarsi le maniche, sedersi quanto prima attorno ad un tavolo, trovare la quadra, mettere da parte le proprie differenze e presentarsi uniti. Si vedrà se questo sarà sufficiente per riportare a votare gli elettori persi per strada in questi anni. Di cose da rivendicare stando al governo ne hanno parecchie: aumento del salario minimo, riforma del lavoro, riforma delle pensioni, politiche femministe, misure ambientaliste e un lungo eccetera. In un contesto, non si dimentichi, con dati macroeconomici più che positivi: il Pil cresce più della media europea, la disoccupazione scende e l’inflazione è contenuta.

7. C’è un’ultima riflessione da fare. In Spagna si è chiuso un ciclo e se ne è aperto un altro? Si è definitivamente chiuso, in poche parole, il ciclo apertosi con il movimento degli Indignados una dozzina d’anni fa e che è continuato con l’entrata in scena di Podemos nel 2014, la conquista delle grandi città del paese iberico nel 2015 con Ada Colau a Barcellona e Manuela Carmena a Madrid e la formazione del governo di coalizione nel 2020? E si è aperto un nuovo ciclo in linea con il clima europeo e globale dove sono le destre – quelle tradizionali sempre più radicalizzate e quelle estreme tout court – a dare le carte? Vedendo i risultati del 28 maggio si direbbe di sì, ma l’ultima parola non è detta. Per quanto il ciclo apertosi con gli Indignados si è chiuso – e su questo ci sono pochi dubbi – e per quanto le destre stanno avanzando anche al di sotto dei Pirenei, non è detto che la Spagna segua in tutto e per tutto il trend europeo. Dipenderà, ovviamente, dalla mobilitazione dell’elettorato di sinistra. Come sempre, d’altronde.

di Steven Forti, Professore di Storia Contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona.

Foto Flickr | La Moncloa – Gobierno de España

 

 



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