Le mani del complesso militare-industriale sul Next Generation Eu

I fondi europei saranno utilizzati per una conversione sociale ed ecologica della società o per sostenere l’industria militare italiana? Il documento votato dalle Commissioni Difesa fa pensare al peggio.

Giorgio Pagano

“Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). il Governo Draghi sarà coerente con questo assunto? I fondi europei del Next Generation Eu saranno utilizzati per una conversione sociale ed ecologica della società oppure la pandemia sarà considerata solo un incidente di percorso e gli investimenti saranno dirottati su una semplice modernizzazione “green” e “digital” dell’attuale modello fondato sulle diseguaglianze crescenti e sulla predazione della natura?

Il documento votato all’unanimità nei giorni scorsi dalle Commissioni Difesa di Camera e Senato fa pensare al peggio. La priorità a cui destinare i fondi europei sarebbe infatti l’industria militare: “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Occorre, continua il documento, “promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti “distretti militari intelligenti” per attrarre interessi e investimenti.

La proposta ha riscosso l’assenso del Governo Draghi: il Sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè ha subito espresso apprezzamento sottolineando che “nei contenuti e perfino nella scelta dei vocaboli, corrisponde alla visione organica che ha il Governo del Piano di Ricostruzione e Resilienza”.

Non si può non convenire con la Rete Italiana Pace e Disarmo (che raduna 70 associazioni della società civile) nel considerare inaccettabile il documento. Innanzitutto perché propone obiettivi che sono l’esatto contrario di quella rinascita rispetto al “mondo di ieri” che il Next Generation EU intende perseguire. Un solo esempio: la sanità. Il nostro Paese è totalmente dipendente dall’estero per le tecnologie medico-sanitarie e per gli stessi medicinali: importiamo apparecchiature mediche per 7 miliardi. Ma è sostanzialmente autosufficiente nella produzione di sistemi per la Difesa armata: esportiamo annualmente sistemi militari e di sicurezza per 5 miliardi di euro all’anno. Sono dati che dimostrano quanto la proposta delle Commissioni Difesa sia insensata e quanto il complesso militare-industriale e la sua “ideologia delle armi” influenzino la politica di tutti gli schieramenti.

Non a caso – come ha documentato Francesco Vignarca dell’Osservatorio Milex, ed è il secondo motivo per opporsi – al comparto militare-industriale è già indirizzato un flusso sovradimensionato di soldi pubblici: i Fondi pluriennali di investimento e sviluppo infrastrutturale destinano alla Difesa ben 36,7 dei 143,9 miliardi di euro stanziati, e di questi almeno 27 miliardi per l’acquisto di nuovi armamenti. Mentre nel solo budget 2021 del Ministero per lo Sviluppo Economico oltre il 70% del programma di “Promozione e attuazione di politiche di sviluppo, competitività e innovazione” per le imprese finisce in nuovi sistemi militari (da soli quasi il 30% del bilancio complessivo del Ministero).

C’è poi un “mito” che va sfatato. Per le Commissioni Difesa l’industria militare sarebbe “strategica dal punto di vista industriale” e per la “competitività del Paese”. I dati ufficiali, diffusi proprio dal settore industriale, evidenziano in realtà il contrario: il comparto armiero vale meno dell’1% sia del Pil che delle esportazioni nazionali e anche per tasso occupazionale. Si tratta di un settore importante in alcune realtà territoriali, ma marginale per l’economia italiana.

C’è ancora di più. Come evidenzia spesso Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL), l’industria militare da diversi anni è sempre più calibrata sulle richieste dei “mercati esteri” rispetto alle reali esigenze del nostro Paese. La gran parte della produzione di sistemi militari è infatti destinata all’export. È il settore in cui c’è stata la miglior performance del Governo Renzi. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti, da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro, con un incremento del 581%.

Ma – ecco la questione – più della metà dell’export di armamenti non è per gli alleati dell’UE e della Nato, ma è diretta ad altri Paesi, soprattutto nella zona di maggior tensione del mondo: Nord Africa e Medio Oriente.

Conseguentemente è cresciuta sempre più la distanza tra la lettera della legge 185 – con il suo divieto ad esportare armi verso Paesi in stato di conflitto armato, sotto embargo internazionale, con politiche in contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, con gravi violazioni dei diritti umani e comunque sempre seguendo la direzione della nostra politica estera- e la sua applicazione, soprattutto recente.

I casi più eclatanti sono le forniture di armamenti a Paesi in conflitto come l’Arabia Saudita – durante il Governo Renzi la maggiore licenza per esportazione di bombe aeree, 19.675, ha riguardato il Governo dell’amico Mohammad bin Salman – e a Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come la Turchia e l’Egitto.

L’Egitto presieduto dal generale Abdel Fatah Al Sisi, salito al potere nel luglio 2013 quando, con un colpo di Stato, ha rovesciato il presidente democraticamente eletto Mohamed Morsi, è il maggior acquirente di armi italiane. Non gli stiamo facendo mancare nulla. Nonostante la violazione sistematica dei diritti umani, nonostante il rifiuto a fare chiarezza sull’omicidio di Giulio Regeni, nonostante la prigionia di Patrick Zaki, abbiamo fornito e stiamo fornendo all’Egitto tutto l’arsenale necessario per la repressione interna e per la guerra. Proprio in questi giorni stiamo consegnando la seconda nave Fremm: siamo l’unico Stato al mondo che vende armamenti a un regime coinvolto nell’omicidio di un suo cittadino.

Più in generale, il paradosso è evidente: l’industria militare italiana, che dovrebbe servire alla nostra difesa e sicurezza, fornendo buona parte della propria produzione a regimi autoritari e a Paesi in conflitto, alimenta le tensioni e l’insicurezza dalle quali dovrebbe difenderci. Se pensiamo al nostro export di armi verso certi Paesi africani, alla fine il giro si chiude: con interi popoli ridotti alla fame o in fuga anche grazie alle guerre combattute con le nostre armi. È un circolo vizioso, che porta profitti soprattutto alle aziende e agli azionisti delle maggiori industrie a controllo statale (Leonardo e Fincantieri), ma che non contribuisce alla nostra sicurezza.

Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo. Anche per questo i fondi UE del “Next Generation” dovrebbero essere destinati alla riorganizzazione dell’industria militare europea dismettendo i settori obsoleti, tagliando i doppioni e riconvertendo al settore civile – tra l’altro molto più remunerativo – le produzioni ridondanti. Un sistema di difesa europeo sarebbe più efficiente e meno costoso dei ventisette sistemi di difesa dei singoli Stati e il risparmio di ciascun Paese potrebbe favorire la riconversione di tanta parte dell’industria militare.

L’occasione del Next Generation Eu va utilizzata così, combattendo ogni irresponsabile subalternità al complesso militare-industriale. Altrimenti dovremmo cambiargli nome: vorrebbe dire che non vediamo futuro se non come ripresa di un passato inaccettabile.



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