Le piattaforme perdono, licenziano e gli italiani cominciano a diffidare

Perché il potere politico in Occidente è diventato così volatile da permettere di impadronirsene praticamente a chiunque? Non c’entreranno qualcosa i media, dalla telecrazia berlusconiana sino all’attuale governo delle piattaforme? Ne parlano Gabriele Giacomini e Alex Buriani nel loro nuovo libro.

Mauro Barberis

Non tira buon vento, per i giganti del digitale. Il 2022, alla borsa dei titoli tecnologici, il NASDAQ, è stato un anno da dimenticare. E vabbè che si veniva dagli anni della pandemia, quando internet ha occupato definitivamente le nostre vite, e quei titoli hanno accumulato guadagni talmente astronomici da far apparire gli affanni di oggi lo scoppio di una bolla speculativa. Poi nel 2022, l’invasione dell’Ucraina e le sue conseguenze economiche (crisi energetica) e finanziarie (inflazione, rialzo dei tassi) hanno portato gli investitori a puntare su titoli meno redditizi ma più sicuri.

Così, dei cinque grandi (big fives), o GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft), o AMAMA (Alphabet, Meta, Amazon, Microsoft, Apple), a perdere sono state soprattutto le piattaforme. Si calcola che nel 2022 i paperoni del settore – non solo quel mattoide di Elon Musk ma anche padroni più oculati come Zuckerberg e Bezos – abbiano perso fra 700 e 900 miliardi di patrimoni personali. Così sono partiti i licenziamenti: 154.186, secondo il sito specializzato layoffs.fyi. In ogni caso, Musk che compra Twitter e licenzia metà dei dipendenti non è stato un bello spettacolo.

Nota Nunziante Mastrolia sul sito www.stroncature.com, nel post Il capitalismo degli shareholders e quello degli stakeholders (1.2.2023), che queste vicende fanno tramontare qualsiasi illusione, se mai qualcuno l’avesse coltivata, sulla differenza fra capitalismo delle piattaforme e il tradizionale capitalismo finanziario. Evidentemente, anche gli ex guru del digitale, dinanzi a una crisi finanziaria si comportano come i vecchi padroni del vapore. Invece di assumersi le proprie responsabilità verso tutti gli interessati (stakeholders), cioè, compresi i dipendenti e l’ambiente, pensano solo ai propri azionisti (shareholders), e licenziano.

Anche l’immagine del settore, così, non ne esce bene. La leggenda eroica dei padri fondatori era già stata ribaltata dalle talpe-martiri del decennio scorso: Edward Snowden, oggi rifugiato in Russia, Julian Assange, alle soglie dell’estradizione negli Usa, molto peggio del 41 bis. Così, i signori della rete sono costretti a inventarsi ogni giorno una nuova diavoleria per catturare gli investitori. Mark Zuckerberg ha puntato sul Metaverso, universo virtuale che rischia di confondersi ulteriormente con l’universo reale (E. Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza, Mimesis, 2022).

Ancor più rumore sta facendo ChatGPT, l’applicazione interattiva di OpenAI del solito Musk, presentata come la prima vera alternativa a Google, il motore di ricerca che monopolizza il settore, se non come l’archetipo di una nuova intelligenza artificiale generativa o creativa. Chiunque, anche un perfetto analfabeta, discorrendo con questa chat sarebbe capace di produrre testi, foto, immagini originali, con almeno due conseguenze inquietanti. Una, la possibilità per gli studenti asini di farsi scrivere i compiti dal cellulare; l’altra, l’aumento esponenziale della disoccupazione fra i “creativi”.

Di tutto questo, cosa sanno e cosa pensano gli italiani? Ad esempio, si sono mai chiesti perché, indipendentemente dai vari sistemi elettorali, il potere politico in Occidente è diventato così volatile da permettere di impadronirsene praticamente a chiunque: dai vari Trump, Johnson e Bolsonaro sino al nostro “Giova” Donzelli, il plenipotenziario della Meloni sino a ieri più noto per essersi travestito da Minnie a Carnevale? In questi processi di frammentazione, polarizzazione e personalizzazione politica, non c’entreranno qualcosa i media, dalla telecrazia berlusconiana sino all’attuale governo delle piattaforme?

Proprio Il governo delle piattaforme. I media digitali visti dagli italiani (Meltemi, 2022, pp. 296, 24€), s’intitola l’ultimo libro di Gabriele Giacomini, ormai uno dei maggiori esperti del settore, e di Alex Buriani, direttore di ricerca dell’Istituto di sondaggi triestino Ixè, presieduto da Roberto Weber. “Governo delle piattaforme” significa due cose, spiegate chiaramente nei tre capitoli del libro. Una, trattata nei primi due capitoli, è il governo (government) esercitato dalle piattaforme sulla politica; l’altra, esaminata nel terzo, è come la stessa politica cerchi di gestire (governance) le piattaforme.

Il primo capitolo, dovuto a Giacomini, è davvero una «boccata d’aria», scrive Antonio Casilli nell’Introduzione, rispetto alla letteratura corrente, costellata di denunce «tanto esagerate quanto inefficaci»: vi si respira l’aria di un «ottimismo riformista» (p. 14), che non nasconde i problemi ma mira a risolverli. Giacomini approfondisce in particolare l’idea, ormai ampiamente condivisa, che la pretesa disintermediazione – l’apparente abolizione dei tradizionali intermediari della comunicazione (commercianti, giornali, politici…) – sia stata sostituita dalle stesse piattaforme, neo-intermediari infinitamente più pervasivi e incontrollabili.

La domanda a questo punto diviene appunto: ma gli italiani lo sanno, della neo-intermediazione, e cosa ne pensano? Il secondo capitolo riporta e commenta i risultati di un sondaggio realizzato da Ixè sin dal 2020. Il risultato principale sembra questo: da un lato, il 75% di noi usa i social, dall’altro l’83% sa benissimo che i suoi dati verranno usati dalle piattaforme per scopi pubblicitari e commerciali. Eppure, dovendo indicare chi dovrebbe rimuovere o almeno segnalare le fake news che circolano in rete, oltre il 60% di noi indica le stesse piattaforme private – con i loro dipendenti spesso impreparati e sottopagati, aggiungo io – piuttosto che autorità pubbliche (27%) o indipendenti (9%).

Il terzo capitolo, dedicato ai tentativi di riforma in atto (DSA, DMA, global minimum tax) mostra che gli italiani sono ampiamente favorevoli a regolamentare la rete, specie nei tre settori che sollevano più problemi. Il primo è la protezione dei dati personali, su cui c’è già il GDPR dell’Unione europea (2016, operante in Italia dal 2018). Il secondo è l’antitrust, cioè la legislazione contro i monopoli di motori di ricerca come Google. Il terzo è la qualità dell’informazione, alla quale tutti teniamo moltissimo, a parole, salvo non fare proprio ciò che sarebbe necessario: controllare le fonti delle news per valutare se siano fake oppure no.

E qui casca l’asino che abita ognuno di noi, e che aspetta solo una tastiera per dare il peggio di sé. Viva il riformismo costruttivo e tutte le regole del GDPR, contrattate anche con le Big Tech, lodate persino da Zuckerberg, e più credibili di qualsiasi regolamentazione statunitense, visto che gli USA non hanno interesse a mettere il bavaglio alla loro gallina dalle uova d’oro. Eppure, non occorre essere aver letto un po’ di psicologia cognitiva, basta essersi imbattuti nei cookie e nelle loro Condizioni Generali d’Uso (CGU) per sapere come vanno le cose, nonostante le regole. Ci chiedono di poter usare i nostri dati? E noi diciamo automaticamente di sì, perché ci sembra di avere sempre cose molto più importanti da fare.



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