Le regole del gioco sulla distribuzione dei vaccini

La competizione per le consegne dei vaccini, i ritardi e le disuguaglianze tra Paesi mettono a dura prova le vaccinazioni nel mondo. Per eradicare la malattia serve un approccio basato sull’equità e non solo sull’efficienza del mercato.

Marco Maria Grande

Il concetto di inconveniente causato dal ritardo nella consegna della merce assume una valenza tutta nuova nel 2021. Pfizer, Moderna e AstraZeneca a inizio anno hanno infatti annunciato tagli fino al 60% alle forniture europee dei vaccini, causando ritardi importanti nelle vaccinazioni.

A complicare le cose si è poi aggiunto il caso del lotto sospeso per alcune morti avvenute in seguito alla somministrazione del vaccino, sebbene si sia trattato di un allarme ingiustificato, come lo definisce l’AIFA, data la mancanza di un rapporto di causa-effetto.

Le tensioni con l’azienda anglo-svedese hanno persino spinto la Commissione Europea ad approvare il 29 gennaio il meccanismo di controllo dell’export dei vaccini al di fuori dei Paesi membri, misura che ha tentato di proteggere gli approvvigionamenti già accordati. Ad attuare questo meccanismo per prima è stata proprio l’Italia, bloccando 250.000 dosi destinate all’Australia.

Nel contratto con AstraZeneca reso pubblico si legge anche che la proprietà intellettuale del vaccino resta in mano all’azienda, pratica frequente in questo tipo di contratti che compromette ulteriormente le possibilità dell’Unione e di altri Paesi di accelerare sulle vaccinazioni. Medici Senza Frontiere e Oxfam hanno quindi chiesto a Draghi di sostenere la proposta internazionale di sospendere temporaneamente i brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale sui vaccini.

La complessità della diplomazia scientifica non è però prerogativa soltanto dell’Europa. In Medio Oriente, ad esempio, Israele si era inizialmente rifiutata di fornire vaccini ai territori palestinesi molto provati dalla pandemia e senza coperture economiche. Solo dopo diverse critiche e appelli internazionali, il governo ha deciso di consegnare dal 31 gennaio 5.000 dosi del vaccino Pfizer, salvo poi proporre di donare dosi in eccesso ad altri stati per scopi diplomatici e politici.

Tra brevetti, costi e difficoltà varie, la vaccinazione rischia dunque di diventare un problema sanitario e sociale con grandi disparità tra Paesi sviluppati che possono, dispute permettendo, produrre o acquistare il vaccino in quantità, e Paesi meno sviluppati che non possiedono le risorse necessarie. Secondo quanto denunciato già la fine dello scorso anno dall’alleanza per il vaccino popolare di cui fa parte Amnesty, nel 2021 “nove persone su dieci nei Paesi poveri rischiano di non essere vaccinate contro il Covid”. Basta guardare alle difficoltà di una potenza occidentale come l’Unione Europea per capire quanto sia difficile dare torto a queste previsioni.

La via cubana

Chi ha adottato un approccio differente è Cuba, che punta a vaccini pubblici e gratuiti. Attualmente sono in corso diverse sperimentazioni cliniche, di cui due dell’Istituto Vaccini Finlay: Soberana (ossia “sovrana”) 01 e 02.

I vaccini Pfizer e AstraZeneca utilizzano materiale genetico per far produrre la proteina spike del virus alle cellule umane e innescare la risposta del sistema immunitario. I due Soberana invece contengono direttamente una parte di questa proteina. Questo sistema prende ispirazione da altri vaccini già a disposizione nell’isola e permette costi minori e una gestione più semplice. Soberana 02 è da poco entrata in fase III e sembra aver dato risultati promettenti riguardo la sicurezza e la capacità di indurre la produzione di anticorpi.

Ma l’approccio cubano non differisce solo da un punto di vista molecolare.

Fabrizio Chiodo, professore di Chimica e Immunologia dei Carboidrati all’Avana, collabora con l’Istituto Finlay nella ricerca dei vaccini per motivi etici. Intervistato dal Sole 24 Ore, ha dichiarato: “Faccio questo lavoro per gli altri, spinto da una forte etica. E Cuba mi permette di rispettare quello in cui credo”. Il ricercatore definisce infatti Cuba come “un Paese socialista dove la biotecnologia è totalmente pubblica. E non trarrà alcun profitto da questi vaccini.” Queste parole trovano riscontro nelle dichiarazioni di Vicente Vérez, direttore generale dell’Istituto Finlay che ha affermato: “Non siamo una multinazionale dove il ritorno (finanziario) è la ragione numero uno, lavoriamo al contrario, creiamo più salute e il ritorno è una conseguenza, non sarà mai la priorità”. Una scienza quindi al servizio del popolo, che potrebbe far aumentare la fiducia nella medicina secondo il ricercatore italiano.

Una volta ottenuto il vaccino, è obiettivo del Paese vaccinare l’intera popolazione cubana, per poi esportare gratuitamente le dosi ai Paesi che ne hanno bisogno, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

La cooperazione internazionale risulta di fatto fondamentale per Cuba, rallentata dall’embargo statunitense. La ricerca pubblica cubana è all’avanguardia in campo medico e biotecnologico, ma per condurre i trial di Soberana 02 si è dovuto siglare un accordo congiunto con l’Iran, altro Paese sotto embargo USA.

Il vaccino italiano

A parole, l’intenzione dell’Italia sembra essere simile a quella del Paese d’oltreoceano. Il 27 gennaio il Ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato su Facebook che lo stato italiano è entrato con capitale pubblico nell’azienda italo-svizzera ReiThera, mentre lo scorso agosto il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti aveva anche annunciato che il vaccino di produzione italiana “sarà pubblico e a disposizione di tutti coloro che ne avranno necessità”, sostenendo di credere nel vaccino come bene comune.

L’azienda biotecnologica ReiThera ha avviato lo scorso anno la sperimentazione del vaccino GRAd-COV2, con i fondi e la collaborazione dei Ministeri della Salute e dell’Università e della Ricerca, del CNR e della Regione Lazio con lo Spallanzani di Roma. A gennaio è arrivato invece l’accordo per un investimento industriale e di ricerca di 81 milioni da parte dell’agenzia pubblica Invitalia.

Il vaccino in sperimentazione usa un meccanismo simile a quello di AstraZeneca ed è entrato solo a marzo in fase II/III, dopo che l’azienda ha annunciato a inizio anno buoni risultati per la prima fase in termini di sicurezza ed efficacia.

Di contro, non si sa ancora con certezza la data di arrivo per la distribuzione, e scienziati, come Antonella Viola dell’Università di Padova su La Stampa, hanno espresso alcune perplessità sulle prime fasi della sperimentazione. Sorgono infatti dubbi sulla maggiore efficacia di GRAd-COV2 rispetto agli altri vaccini già approvati e sugli aspetti etici dell’escludere persone dalle vaccinazioni già in corso per condurre le sperimentazioni.

Intanto, anche altre aziende italiane come Takis e Irbm stanno avviando la sperimentazione di nuovi vaccini.

Un nuovo rapporto

Appare evidente che per eradicare la malattia e raggiungere una piena vaccinazione in tutto il mondo serva un approccio basato sull’equità e non solo sull’efficienza del mercato. Il Papa e le istituzioni vaticane hanno chiesto in varie occasioni una distribuzione equa dei vaccini tra le regioni del pianeta, mentre il Direttore Generale dell’OMS a gennaio ha dichiarato che “Le persone devono venire prima dei profitti a breve termine”, esortando i governi a cooperare per un accesso equo ai vaccini.

Per risolvere la crisi delle forniture servirebbe dunque rafforzare le istituzioni internazionali (come il programma COVAX che ne ha già pianificato la consegna nei Paesi più poveri del mondo), ponendo la corsa ai vaccini e la loro distribuzione in cima all’agenda politica globale. L’OMS ha infatti criticato il meccanismo di controllo dell’export deciso dalla Commissione Europea, paventando rischi per l’approvvigionamento globale dei vaccini, con la dirigente Mariangela Simao che ha sottolineato la non utilità di divieti e barriere alla libera circolazione di farmaci fondamentali.

Se i contratti con l’industria privata permettono di sfruttare i loro brevetti e la loro capacità di produzione, il risvolto della medaglia sono i ritardi nelle consegne e un disequilibrio nella gestione della proprietà intellettuale. Un maggior controllo da parte dei committenti e un sistema sanzionatorio efficace potrebbero aiutare a limitare i pericoli attuali e futuri.

Ricerca e produzione da parte degli stati, come visto per Cuba e l’investimento italiano, possono essere un’altra soluzione. Una scelta di questo tipo potrebbe di fatto ridurre i costi legati ai comportamenti opportunistici delle imprese private, a seguito però di importanti investimenti che aiutino l’industria pubblica a specializzarsi.

In definitiva, mettere in discussione le regole del gioco e costruire un nuovo rapporto tra stati, industria e cittadini, con al centro la salute di quest’ultimi, dimostrano di essere una priorità indispensabile per la sfida al virus.

 

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