La pandemia ha mostrato il vero volto di Roma

La pandemia ha divaricato ancora di più la forbice delle disuguaglianze e colpito più forte la “città del disagio”. Una riflessione sulla Capitale a partire dal libro “Le sette Rome” (Donzelli Editore).

Ylenia Sina

Nel numero del 4 giugno di Micromega+, la giornalista e ricercatrice Sarah Gainsforth denunciava l’assenza cronica di “dati elementari per costruire politiche pubbliche” a Roma. A pochi mesi dalle elezioni amministrative, a colmare almeno in parte questo vuoto è la pubblicazione del libro Le sette Rome. La capitale delle disuguaglianze raccontata in 29 mappe (Donzelli Editore), scritto a sei mani da Keti Lelo e Salvatore Monni, rispettivamente ricercatrice e professore associato all’Università di Roma Tre, e dal dirigente pubblico Federico Tomassi, già autori nel 2019 di un volume diventato in poco tempo un pilastro per la comprensione delle dinamiche sociali della capitale, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana. Anche nella nuova pubblicazione i dati relativi a demografia, condizioni socioeconomiche, livello di istruzione, tipologie occupazionali, preferenze politiche, provenienti da diverse fonti, istituzionali e non, diventano il materiale per fotografare la situazione, con analisi, mappe e grafici.

Il cuore della tesi proposta è una non convenzionale geografia di Roma: raggruppando le aree con caratteristiche sociali ed economiche simili la capitale d’Italia non è più una sola città, ma sette. Sei di queste trovano riscontro anche nella geografia fisica: la città storica, “colma di testimonianze artistiche, architettoniche e archeologiche”; la città ricca “che unisce i quartieri benestanti di Roma nord, i villini dell’Eur, le grandi ville dell’Appia Antica e la gated community di Olgiata”; la città compatta “dei quartieri residenziali intensivi costruiti negli anni dell’espansione post bellica”; la città del disagio “in gran parte case popolari e borgate nate in maniera abusiva”, la città dell’automobile “disposta lungo i principali assi di viabilità di scorrimento” e la città-campagna “che comprende tutto ciò che resta dell’Agro Romano”.

La settima, “estesa su tutto il territorio comunale”, è la città delle decine di migliaia di ‘invisibili’, formata dai senza tetto, dai migranti dei centri di accoglienza, dai rom, dalle occupazioni abitative, dai detenuti, dagli anziani, dai disabili e dalle prostitute. “Le abbiamo chiamate città perché ognuna di esse”, scrivono gli autori, “pur non essendo delimitata da un punto di vista amministrativo, è perfettamente riconoscibile nelle proprie peculiarità e problematiche, nelle memorie e nei cliché che la riguardano”.

Questa lettura del territorio ha la forza di osservare con lucidità fenomeni altrimenti difficilmente visibili con gli strumenti semplificati che troppo spesso dominano il discorso cittadino, sui media o in politica, in questo momento particolarmente incline a lanciarsi in analisi e promesse: dalla contrapposizione tra centro e periferia, intese rispettivamente come luogo di benessere contrapposto a povertà e disagio, alla presentazione di problemi e di conseguenti proposte politiche pensate come risposte a determinati settori, spesso su spinta degli interessi delle singole categorie, pur legittimi. Non è un caso che in Le sette Rome particolare attenzione venga data proprio al grande assente dalle principali preoccupazioni che guidano l’elaborazione di politiche pubbliche cittadine: a Roma le disuguaglianze tra le condizioni sociali, economiche e, più in generale, di qualità della vita tra diverse aree urbane raggiungono livelli preoccupanti e alcune ‘città nella città’ sono prima rimaste escluse “dai benefici dello sviluppo” del cosiddetto ‘Modello Roma’ di inizio Millennio e poi ulteriormente colpite dalla crisi degli anni successivi.

La pandemia ha evidenziato ancora di più questo quadro, mettendo in mostra i problemi irrisolti della capitale. In virus, veritas è il titolo eloquente del terzo e ultimo capitolo. Un esempio dà la dimensione dell’abisso: nel 2018, il reddito medio nella zona semicentrale del II municipio era di 41.744 euro mentre nel VI municipio, all’estrema periferia orientale del territorio comunale, di 17.460. Meno della metà. “Sarebbe veramente utile poter confrontare questi valori e la loro distribuzione con dati più recenti, quando saranno disponibili, poiché è evidente che la crisi sanitaria ha fatto emergere con forza il divario economico e sociale che già avevamo descritto in Le mappe della disuguaglianza”. È già utile, sarebbe da aggiungere, aver posto questa domanda in una città dove solo alcune organizzazioni del terzo settore e di volontariato sembrano essersi poste il problema di comprendere chi sono, perché lo sono e a quale livello questi esclusi e non solo di tamponare una generica emergenza con bonus e contributi spot.

Sarebbe interessante, per esempio, se il Comune di Roma rendesse pubblici i dati relativi ai quartieri da cui sono arrivate più richieste di bonus affitto emessi proprio per l’emergenza di Covid 19 o alla composizione famigliare e occupazionale dei nuclei che hanno richiesto i buoni spesa. Il lavoro di Lelo, Monni e Tomassi mette in fila tutti i dati a disposizione. La pandemia, raccontano, ha divaricato “ancora di più la forbice delle disuguaglianze” e colpito più forte la città del disagio, dove case più piccole, lavori meno qualificati poco adatti allo smart working e maggiore incidenza di disturbi come diabete, obesità e malattie cardiovascolari, “più frequenti in aree urbane povere e disagiate”, hanno portato a una più alta circolazione del virus.

La città del disagio è quella che ha pagato, e pagherà, di più la crisi, ma sarebbe un errore non leggere come la mappa della geografia della città post pandemica del 2020 disegni una difficoltà trasversale alle diverse aree urbane, la cui incidenza a lungo termine andrà verificata nei prossimi anni. Per esempio: “A fare le spese della contrazione dei posti di lavoro dovuta alla crisi sono soprattutto le donne (-2,2% rispetto al -1,1% degli uomini), i giovani (-2,7% rispetto all’1% degli over 50), e i lavoratori poco qualificati (-3,5% con la sola licenza media rispetto al 0,4% dei laureati)”. Anche l’analisi dei numeri delle domande di Reddito di cittadinanza (Rdc) e di Reddito di emergenza (Rem), introdotto a maggio 2020 con il decreto rilancio e accolte a settembre 2020, offrono una geografia interessante. Se per il primo è la città del disagio a spiccare per assegnazioni, con il 5,4% dei residenti con più di 15 anni di età ad usufruirne contro il 3,2% della città-campagna, il 3,1% della città storica, il 2,9% della città dell’automobile e il 2,7 di quella compatta, le percentuali della seconda misura di sostegno economico sono identiche nella città del disagio e in quella storica, 1,9%, con una distanza meno marcata anche dalla città compatta che arriva all’1,5%. Il motivo è da ricercare nella differenza dei requisiti di accesso: “Se infatti per il Rdc è necessario essere residenti in Italia da almeno dieci anni, per il Rem è sufficiente la sola residenza, ed è quindi possibile fare domanda per gli stranieri residenti da poco in Italia”. Risultati “paradossali” sono emersi anche dall’analisi delle domande di bonus e indennità una tantum: la città storica, ricca e compatta supera i quartieri del disagio. “Questa apparente stranezza si spiega in parte con la presenza dei lavoratori domestici, quasi esclusivamente stranieri, che vivono vicino alle case dove svolgono la propria attività”.

Senza raccogliere, aggregare e analizzare i dati della nuova geografia che abbiamo di fronte sarà difficile per la politica (e quindi per i candidati a sindaco) comprendere ciò che sta accadendo e agire di conseguenza. Quanto si sono aggravate le condizioni socio-economiche-educative dei quartieri da sempre considerati disagiati? Quali sono le città – per restare nella geografia di Le sette Rome – che, per esempio, pagheranno di più il crollo del settore turistico registrato nelle aree centrali? Chi sono i nuovi poveri? Sarà una condizione temporanea? Come invertire la tendenza che porta Roma a essere una città sempre più diseguale?

CREDIT FOTO: ANSA/MASSIMO PERCOSSI


La città degli invisibili
La città degli invisibili è quella dei senzatetto e degli interstizi, è quella dei migranti, ammassati in centri di accoglienza piazzati nelle periferie più disagiate, ma anche dei richiedenti asilo e dei rifugiati esclusi dall’accoglienza istituzionale, costretti a vivere sui marciapiedi, in sistemazioni di fortuna o in edifici occupati. La città degli invisibili è quella dei rom, dei detenuti. È la città di tutti i romani socialmente marginali.



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