Le violenze della polizia croata sui migranti. Le testimonianze

Nel garage della stazione di polizia di Korenica, al confine tra Croazia e Bosnia, la pratica della violenza e della tortura contro i migranti è divenuta prassi quotidiana.

Valerio Nicolosi

La stazione di polizia di Korenica

Durante l’estate i molti turisti appassionati di natura si mescolano con i pochi abitanti di Korenica, una cittadina di 1700 anime al confine tra Croazia e Bosnia. Il Parco Nazionale dei laghi di Plitvice è l’attrazione più importante della zona e oltre il confine prende il nome di Parco Nazionale Una, dal fiume che attraversa il Nord-Ovest della Bosnia. I bar con i turisti sono accoglienti e i camper e le auto con portapacchi montato sono parte del paesaggio tipico di una tranquilla città croata.

Quello che non si vede è dentro il garage della stazione di polizia, dove la pratica della violenza e della tortura sono divenute prassi quotidiana e normale, tanto che nonostante le denunce da parte delle organizzazioni umanitarie e reportage della stampa, nessuno ha mai fatto nulla per fermarle.
Fuori la stazione di polizia c’è un parcheggio anonimo, dove oltre ai mezzi con la scritta “Policija” ci sono anche dei furgoni apparentemente civili, senza scritte e senza nessun riconoscimento. Eppure uomini in borghese che escono dal commissariato e che fino a poco prima sedevano al bar insieme a quelli in divisa, prendono quei furgoni e partono a tutto gas.

“Non ci hanno fatto mangiare e bere per tre giorni, stavamo seduti in una stanza con la porta blu e non potevamo fare o dire nulla, altrimenti ci avrebbero picchiato” racconta un ragazzo afghano appena respinto proprio dalla polizia croata nei pressi di Šturlić, dove il fiume Korana crea un confine naturale della Fortezza Europa.

La porta blu è stato l’unico elemento che negli anni ha reso riconoscibile questo luogo, tutte le testimonianze ne parlavano, così come di una sala con muri bianchi, senza altri elementi di riconoscimento se non un bagno chimico fuori la porta.

La porta blu è visibile anche dalla strada, così come il bagno chimico che gli sta accanto, dove con un po’ di pazienza, senza farsi notare troppo dagli agenti che entrano ed escono, si possono vedere gruppi di tre persone che vengono scortati da una poliziotta.

I migranti raccontano che per andare in bagno devi aspettare anche ore e se ti lamenti ti picchiano. Ma quello che parla ancor di più sono le cicatrici sui loro corpi, alcune anche di ferri roventi usati per marchiare le persone.

“Mi hanno preso a manganellate i piedi e le gambe, così non posso camminare per un po’ e non provo di nuovo a fare il game, l’obiettivo è quello di scoraggiarci ma noi siamo costretti ad andare avanti, non possiamo tornare indietro” mi dice Mashal, padre di tre bambini che è in viaggio con sua moglie da tanto tempo. Loro hanno provato il game decine di volte e con i bambini è ancora più difficile arrivare a Trieste: hai bisogno di più cibo e vai più lento. “Mia moglie ha un problema psichiatrico diagnosticato in un campo bosniaco, ha iniziato a stare male dopo un po’ di volte che ci hanno picchiato e respinto. Siamo stanchi ma non abbiamo altra scelta, non possiamo tornare in Afghanistan” aggiunge mentre con il figlio maggiore, di soli 13 anni, accende un fuoco per preparare la cena.

La vita per loro è difficile, sono in una casa isolata senza acqua e corrente elettrica, eppure sono una famiglia afghana e avrebbero diritto all’asilo, dovrebbero poterlo chiedere anche in paesi terzi e poi essere trasferiti, invece si scontrano ormai da anni contro i muri della Fortezza che l’Unione Europea ha costruito attorno a sé.

Nei primi sei mesi del 2021 sono 692 le persone afghane che hanno chiesto asilo in Croazia, 384 sono uomini e 308 sono donne, ma nello stesso periodo solo 9 hanno visto riconosciuto lo status di rifugiato e il Ministero degli Interni croato non ha comunicato la nazionalità. “Una disparità che rende l’idea di quanto sia difficile accedere alla protezione in questo paese” ci dice Maddalena Avon, che incontriamo a Zagabria al Centro Studi per la Pace, un’organizzazione che dal 1994 è sul campo dell’integrazione e dal 2015 ha organizzato tante nuove iniziative per dare sostegno ai migranti della Rotta Balcanica. “Negli anni scorsi avevamo segnalazioni di respingimenti da parte delle autorità e quindi abbiamo iniziato ad accompagnare le persone migranti nelle stazioni di polizia per poter chiedere asilo, questo ci è costato ore e ore di interrogatori oltre che diffamazioni pubbliche” aggiunge Avon, che racconta uno schema già visto anche in Italia contro le ONG che operano soccorsi in mare e ora anche contro Linea d’Ombra, l’associazione di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che a Trieste cura le persone che sono riuscite a terminare il “game”.

Negli anni la Croazia e la Slovenia hanno investito sulla protezione delle frontiere, oggi non ci sono solo blindati e uomini, ma anche una fitta rete di telecamere e termo scanner lungo i boschi battuti dai migranti. In alcuni punti la Slovenia ha costruito un muro fatto di rete e filo spinato, bloccando così il fiume Kolpa, confine naturale ma facilmente guadabile in estate.

“Ci hanno avvistato con un drone, li vediamo sempre più spesso e dopo meno di un’ora arrivano i poliziotti a prenderci” racconta Rewa, una ragazza che vive in una tenda dentro quel che resta di una casa del villaggio di Bojna. “Fino a poco fa ci trattavano male, ci dicevano che se volevamo essere libere potevamo andare a pulire la loro casa, invece ora la polizia ha iniziato a picchiare anche le donne. A me ha picchiato Leila, la più cattiva di loro” aggiunge Rewa mentre ci mostra i segni del manganello sulla gamba con movimenti lenti, segnati dal teaser.

La figura di Leila è divenuta famosa tra chi è spiaggiato in Bosnia e prova continuamente il game, molte donne non collegate tra loro raccontano di questa donna con i capelli neri che le picchia e lo fa più delle altre, rendendo la vita ancora più difficile a chi dovrebbe trovare accoglienza facilmente. “Il problema sono anche i cani però, da quando hanno iniziato a usarli contro di noi è sempre più difficile” aggiunge un’amica di Rewa che la notte precedente è stata respinta e che ha ancora il braccio segnato da un morso e dalle unghie dei cani.



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