La legge popolare per fermare l’autonomia differenziata. “Un Paese si sfascia così, pezzo per pezzo”.

Dopo un’ampia mobilitazione politica e sindacale, il 1° giugno al Senato sono state presentate le firme raccolte – oltre il doppio di quelle necessarie – a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per fermare l’autonomia differenziata. Un inizio importante, ma è solo l’inizio, per una rete di sindacati e comitati che, se troverà l’indispensabile alleanza delle forze politiche, può opporsi a uno dei disegni più eversivi mai concepiti dalla nascita della Repubblica a oggi.

Federica D'Alessio

Sono circa 106mila le firme raccolte, di cui il 60% su carta, tramite i vecchi tradizionali banchetti nelle piazze, e circa il 40% online, molte al sud e al centro, più a macchia di leopardo al nord (con alcune province avanguardia, come quella di Brescia), in favore di un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare che permetta di porre un forte “no pasarán” al progetto eversivo e secessionista dell’autonomia differenziata. Numeri importanti, che doppiano il minimo di legge delle 50mila firme, e hanno permesso ieri a Roma al Senato, ai rappresentanti dei Comitati per la salvaguardia della Costituzione e dei principali sindacati scuola, di consegnare formalmente la proposta.

La prima notizia è che la raccolta firme è stata il frutto di una mobilitazione sociale di grande peso, che non è passata dalla viralità dei social o dagli, dalle influencer bensì dal capillare dialogo di persona tra chi chiedeva la firma e chi ha firmato, secondo modalità che non passano di moda nella misura in cui si intrecciano con i nostri luoghi di esistenza e di socialità, con una politica intesa innanzitutto ancora come incontro fra le persone. Cose che Alfiero Grandi, vicepresidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale, ha sottolineato con forza nel suo intervento: “Per esprimere un vento contrario a quello che “soffia” serve creare l’occasione, la filiera della mobilitazione, l’obiettivo politico. Quando questo accade, le persone rispondono.”

Il costituzionalista Massimo Villone, estensore della proposta di legge e responsabile del Coordinamento per la democrazia costituzionale, per la difesa dell’uguaglianza dei diritti e dell’unità della Repubblica, ha illustrato la “strategia in due tempi che porteremo avanti: il primo tempo è il tempo di opposizione al Ddl Calderoli – per il quale sono in corso le audizioni nella Prima Commissione Affari Costituzionali del Senato – e il secondo tempo è quello delle intese ai sensi dell’articolo 116 comma 3 della Costituzione: il momento in cui si quantifica e determina quanta autonomia a chi, a quali costi e quali condizioni, laddove il Ddl Calderoli è una legge generale su come si arriva all’autonomia differenziata.”

Il Ddl Calderoli, ha spiegato Villone, “segna un modello che emargina ed esautora il Parlamento, e rimette tutto alla trattativa privatistica fra Ministro per le autonomie e Presidenti delle Regioni. Non guarda nemmeno, figurarsi, a ciò che la società civile dice, e che noi però possiamo ascoltare: da più parti, anche le più insospettabili – come Confindustria – si stanno sollevando molti dubbi sull’autonomia differenziata.” In questo senso la proposta di legge popolare “smonta il Ddl Calderoli e lo rimonta al contrario, cioè rimette alla sede parlamentare ogni decisione in merito all’autonomia differenziata, e alza argini su ciò che non deve potersi mai tradurre in autonomia differenziata.” Questi argini si possono alzare modificando il fondamento costituzionale dell’autonomia differenziata, pertanto riscrivendo gli articoli 116 e 117 della Costituzione, “in modo che un’autonomia lesiva dei diritti dei cittadini e dell’unità della Repubblica sia preclusa dalla Costituzione stessa”, come oggi non è, e questo – è bene ribadirlo – a causa di una riforma voluta all’epoca dal centrosinistra, come hanno più volte sottolineato numerosi costituzionalisti.

In particolare l’articolo 116, ha sostenuto Villone, “è pericoloso perché i cambiamenti che innesca sono potenzialmente irreversibili. Invece l’autonomia differenziata va riportata a una scelta reversibile nel tempo, e occorre introdurre anche la possibilità di un referendum abrogativo su scala nazionale. Inoltre, va ridefinito il concetto di “Livelli essenziali delle prestazioni” che così tanta importanza ha nella possibilità di creare disuguaglianze strutturali fra regioni e fra classi sociali nel diritto alla salute, o all’istruzione: e sostituire invece la formula “essenziale” con la parola “uniformi”, in modo da impedire le disuguaglianze. Sottraendo, inoltre, a qualsiasi possibilità di competizione fra Stato e regioni alcune materie essenziali per l’unità e l’uguaglianza, che già oggi sono “varchi per lesioni significative del contesto costituzionale”: per esempio la sanità, “con un Servizio sanitario nazionale che di fatto si è già dissolto. E ancora la regionalizzazione dell’energia idroelettrica, passata molto in sordina, quando corrisponde alla regionalizzazione del 40% dell’energia verde prodotta nel Paese e al 15% del totale dell’energia.”

“Un Paese si sfascia così, pezzo per pezzo”, ha sostenuto Villone: “togliendo competenze alla legge nazionale su settori come il lavoro, il commercio con l’estero, l’energia, il coordinamento della finanza pubblica. Sulle infrastrutture strategiche, materiali e immateriali.” Per questo un altro intento della proposta popolare è “introdurre una clausola di supremazia per le leggi statali, come esistono in Stati federali: Usa e Germania, per esempio.”

La mobilitazione per salvare la scuola
Il No all’Autonomia differenziata si sta alzando da tempo da più parti, ma un settore indubbiamente di primo piano è quello della scuola: Francesca Ricci di Uil Scuola, Maria Pistorino di Flc-Cgil e Orazio Ruscica di Gilda Unams hanno espresso al Senato tutta l’importanza della mobilitazione umana, sui territori, della raccolta firme per fermare il progetto di autonomia differenziata. Il No alla regionalizzazione è necessario per far sì che, come ricordavano sia Ruscica sia Marina Boscaino su MicroMega di recente, si dia corpo all’idea di Piero Calamandrei: la scuola è “un organo costituzionale”, “perché è un organo vitale della democrazia, che tutela tutte le persone e la dignità di ciascuno. Un completamento necessario del suffragio universale. Solo la scuola può aiutare a scegliere”, ha ricordato Ruscica. Ricci ha richiamato le lotte in corso in Francia. “Quando i meccanismi di protesta sindacali più strettamente legati alla concertazione in Francia hanno attraversato difficoltà, la società ha sostenuto la protesta. Anche nella scuola italiana sta succedendo la stessa cosa. Genitori, studenti, studenti universitari hanno aiutato nella raccolta firme per il Ddl di iniziativa popolare mobilitandosi in prima persona. Per questo la consegna delle firme oggi in Senato ha un grande significato politico: è in queste stanze che si decide. Abbiamo necessità che la politica dica cosa intende fare. Non in senso generico: le forze di governo devono dire cosa vogliono fare di questo progetto, perché nessuno in realtà su di esso si è esplicitamente pronunciato. E lo stesso valga per le forze di opposizione.”

Pistorino ha ricordato la posta in gioco: se la scuola diventa materia regionale, sia il lavoro degli insegnanti sia il diritto all’istruzione degli studenti vengono pesantemente declassati. Parliamo di “diritto del reclutamento dei precari, mobilità del personale di ruolo, parità di salario che viene intaccata, ruolo della dirigenza scolastica, ma in primo luogo unitarietà del sistema nazionale d’istruzione. L’autonomia differenziata produce infatti diversificazione di programmi, strumenti, risorse: non sarà più possibile incrementare la scuola dell’infanzia, che è un diritto per tutti i bambini, o sostenere il tempo pieno, così diseguale già adesso. Neanche parlarne dell’istruzione secondaria professionale e tecnica, primo oggetto dell’attacco del regionalismo” ha ricordato Pistorino “per via dei luoghi e contesti produttivi che possono inserirsi nell’offerta scolastica. Infine, la regionalizzazione diventa un attacco frontale al valore legale del titolo di studio, perché un diploma tecnico ottenuto in un certo contesto produttivo non potrà essere paragonato a quello ottenuto in contesti diversi.” L’attacco alla scuola, e alla stessa contrattazione sindacale dentro la scuola, è dunque frontale. “Il più grave e irreversibile attacco alla nostra Costituzione e ai suoi valori, e all’unità della Repubblica”, ha dichiarato Ruscica.

L’iter della legge
Unico senatore intervenuto – portando i saluti di alcuni suoi colleghi – alla conferenza stampa a sostegno della proposta di legge popolare, Peppe De Cristofaro, capogruppo al Senato di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana ha ricordato che ora l’iter per far sì che la legge venga discussa passa per la Commissione Affari Costituzionali, dove si voterà il cosiddetto “incardinamento” ovvero la calendarizzazione della discussione sulla proposta di legge. Dal momento dell’incardinamento, la discussione in aula deve avvenire entro quattro mesi. Per questo, nell’auspicio dei Comitati, ci sono sulla carta le condizioni perché la discussione su questa legge possa procedere di pari passo con quella, appena avviata, sul Ddl Calderoli. “Anche sulla scorta delle audizioni che si stanno svolgendo in queste settimane, mi pare che ci sia un ampio movimento di discussione attorno a questa proposta e che la sintonia anche con settori da cui ci aspetteremmo una risposta differente vada valorizzata e tenuta in conto”, ha ricordato De Cristofaro “Così come la larga convergenza delle forze di opposizione non è scontata , e il fatto che tale convergenza si stia dando è una notizia”. Il dissenso sul Ddl è ampoio, e lo diventerà ancora di più, ha ricordato il senatore, se riusciamo a “far passare un concetto, che ho sempre ribadito: il Ddl Calderoli non è dannoso solo per il sud, è dannoso per tutto il Paese. L’autonomia differenziata è un danno generale: questo punto emergerà e deve emergere con forza”.

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CREDITI FOTO: © MicroMega

 



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