Leggere nel Paese dei Balocchi

Come far crescere piccoli lettori e piccole lettrici? Valorizzando tutte le loro scelte, anche quelle inaspettate e insoddisfacenti rispetto alle nostre aspettative. Là dove ciò avviene, bambini e bambine diventano lettori e lettrici consapevoli, capaci di consigliare compagni e compagne, di scambiare idee con gli adulti.

Roberto Morgese

Chissà se nella Libera Repubblica dei Bambini e della Bambine i giovani cittadini dedicherebbero parte del proprio tempo alla lettura di libri. Possiamo dubitarne, visto che nel Paese dei Balocchi di Collodi, i famigerati oggetti sono simbolo “della noia e delle scuole”. Forse perché troppo spesso la scelta delle letture viene operata dagli adulti, genitori e insegnanti, senza interpellare i diretti interessati.
Nonostante le proteste degli aspirati somari, credo che però non esista una civiltà che stia in piedi senza storie. Non solo la Storia, come ricostruzione più o meno epica del proprio passato, ma come impianto culturale e struttura di pensiero condivisa.
Così come non si vive senza acqua, perché gli esseri umani sono acqua, non si resiste senza narrazioni, perché uomini e donne sono storie viventi. Stanno in una dimensione temporale, incontrano persone e personaggi, compiono azioni e intrecciano trame in luoghi differenti.
Per fare in modo che qualche libro circoli anche nel famigerato parco dei divertimenti h24, occorre allora che la lettura venga vissuta come attività piacevole e credibile, come occasione di vivere e immaginare narrazioni nuove e autentiche, sottraendone il controllo ai barbuti saggi osteggiati da Lucignolo.
Chi sono costoro? Tutti quelli che pretendono di avere l’ultima parola, spesso ideologica, su ciò che ci debba essere o no in un libro, su ciò che si debba leggere o mettere da parte, nutrendo aspettative sui fini educativi o istruttivi di un’opera, oppure formulando sui libri per l’infanzia un giudizio troppo “dotto”.
Questo testo vale, perché. Perché ha un linguaggio originale, perché ha trovate inaudite, perché affronta un tema importante, perché è di nicchia ma promuove un alto livello culturale. Gli invisi a Lucignolo (che non è detto abbia sempre ragione solo perché incosciente e ribelle), talvolta compiono selezioni e attribuiscono meriti che non corrispondono ai gusti dei giovani lettori e delle giovani lettrici.
Lasciamo allora che il pubblico coinvolto in prima persona scelga, commenti e premi ciò che legge o che desidera leggere.
Portiamo i figli e le figlie in libreria, lasciandoli liberi di comprare. Come insegnanti, passiamo del tempo con alunni e alunne davanti agli scaffali della biblioteca civica o scolastica. Prendiamoci una pausa dalla lezione classica, lasciamo che aprano, curiosino, leggiucchino, assaporino. Suggeriamo di dare una scorsa all’incipit, che dice molto di un libro. Incoraggiamoli ad aprire una pagina a caso per carotare il testo. Facciamo in modo che i nostri ragazzi e le nostre ragazze sviluppino idee chiare sulle proprie inclinazioni di lettura o che se le costruiscano. Non tutti preferiscono le storie; c’è anche chi vuole scoprire il mondo studiandolo, per poi ricucire le informazioni acquisite in una trama di conoscenze tutta sua: diamo spazio e occasioni anche a loro. Valorizziamo tutte le scelte personali, anche quelle inaspettate e insoddisfacenti rispetto alle nostre prospettive. Là dove ciò avviene, bambini e bambine diventano lettori e lettrici consapevoli, capaci di consigliare compagni e compagne, di scambiare idee con gli adulti.
È vero, l’attenzione dei meno esperti potrebbe inizialmente essere tratta in inganno dal lustro di una copertina o dall’alone che circonda certi autori o autrici improvvisati, noti grazie alla fama acquisita sul web. Tuttavia, non esistono lettori stupidi e se le pagine si rivelano brutte o noiose (o inutilmente difficili), verranno messe da parte; l’errore non si ripeterà.
Quando poi l’esperienza con il libro si amplia e il senso critico sale, l’adulto assume la preziosa funzione di rispecchiamento e di riformulazione dei pensieri del giovane lettore o della giovane lettrice, attraverso un dialogo paritetico, dal momento che ognuno sviluppa pensieri indipendenti su ciò che legge. Basta semplicemente ascoltarli quando spiegano che cosa apprezzano o meno di quel libro e perché. In questa fase non dobbiamo sottrarci al piacere di discutere con loro, esponendo la nostra opinione, ora più che lecita. In questo modo, noi adulti impariamo dai ragazzi e dalle ragazze che cosa li colpisce, li avvince, li stupisce. Quali situazioni ritengono interessanti, quali frasi entrano a fare parte del loro vocabolario emotivo.
Cerchiamo di fare un passo indietro. Ma se proprio non riusciamo a trattenerci dal “dire la nostra”, ricordiamo che “bisogna comunicare loro un legame stretto tra affetto e letteratura”[1] perché arrivi l’idea che offrire letture o leggere per qualcuno è un gesto di cura, a maggior ragione verso chi è in crescita.
Questa premurosa attenzione non deve tradursi nel proporre a tutti i costi testi che rispecchino lo status del destinatario in quel preciso momento, soprattutto se si tratta di un disagio. Significherebbe restituire un’identificazione totale con il suo malessere, a chi, magari, desidera percorrere altre trame, anche soltanto con la fantasia.
Proponiamo semplicemente delle belle storie, come a noi piace leggerne. Storie avvincenti, non per forza edificanti o pilotate, pure spiazzanti e non sempre scritte in un linguaggio da Nobel dell’artificio sintattico. Le parole devono soffiare un vento nuovo e propizio, non una tempesta senza nome. Devono spalancare finestre di idee, sollevando la polvere emozionale là dove è depositata. I racconti portano a conoscere realtà inaspettate, anche vicine, senza sermoni, né velati né espliciti.
Come scrittori capita spesso di entrare in scuole in cui è stato scelto un proprio romanzo come lettura comune.
È un tema che non può essere evaso. Occorre spiegare alla platea che quando un docente sceglie per i suoi alunni e le sue alunne, ha in mente i destinatari, soprattutto quelli più restii a impegnarsi nel compito. È quel gesto di cura di cui dicevamo prima. Ma affinché la cura non uccida il malato (che malato non è) è necessario dare spazio anche alla critica, ai consigli, ai pareri contrari. Solo così chi non ha gradito, trae vantaggio dal libro preselezionato e imposto. Bisogna domandare a lettrici e lettori che cosa pensano di ciò che hanno letto. Che cosa avrebbero immaginato oppure scritto diversamente? In quale personaggio si rispecchiano, ammesso che ce ne sia uno? Quale amano? Quale odiano?
Perché il pensiero trovi spazi di riflessione sincera, gli insegnanti devono rispettare il testo, senza cavarci fuori più di quello che contiene, senza far dire all’autore o all’autrice ciò che si vuole ottenere a tutti i costi, che sta scritto negli obiettivi scolastici. Un libro, lo ripetiamo, deve aprire prospettive, non chiuderle in senso convergente, ossequioso e ubbidiente. È molto meglio se si scatena qualche bel dibattito; se la classe si appassiona e prende posizioni anche contrapposte al proprio interno, anche diverse da quelle adulte o attese.
Se è vero che la lettura risente troppo spesso delle aspettative educative e dell’intervento di mediazione dell’adulto, allora cerchiamo, proprio noi grandi, di fermarci in tempo. Lasciamo che i giovani lettori e le giovani lettrici sperimentino, che si misurino con se stessi, attraverso i testi che scelgono. Non cadiamo nel medesimo errore di quella madre che, accompagnando la piccola in libreria, ma incalzandola con “questo è troppo da grande”, “questo è troppo da piccoli” “questo ha poche figure” e “questo ne ha troppe” “da quando ti interessa questo argomento?” si sia sentita rispondere dalla poveretta: “Allora non prendo niente”. Non è così che porteremo libri nel Paese del Balocchi.
Se è vero che crediamo che la lettura (o l’ascolto) di storie ci appartenga in quanto essere umani e che queste ci rendano più liberi aprendoci orizzonti, allora non restringiamo noi la visuale. Non imprigioniamo i lettori e non imprigioniamo i libri nei nostri stereotipi, affidando loro ciò che come educatori non sempre riusciamo a fare.
[1] Intervista a Daniel Pennac, in Domani, 21 dicembre 2023, anno IV, n° 351.
A questo link la puntata di Mappa del nuovo mondo che introduce il testo di Morgese.



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