Letta alla destra di Einaudi, Draghi alla destra di Letta

La proposta di Enrico Letta di una dote monetaria ai diciottenni valorizza il privato a discapito del pubblico secondo una logica liberista.

Francesco Pallante

«Abbassare le punte» e «innalzare dal basso». Così, nelle sue Lezioni di politica sociale (1944) Luigi Einaudi descriveva lo scopo della redistribuzione della ricchezza che sarebbe derivata dall’adozione di un sistema fiscale basato sulla progressività delle aliquote: vale a dire, su un meccanismo per cui più elevata è la quantità del bene tassato (la ricchezza o il patrimonio), più elevata è la percentuale di imposte che è dovuta al fisco. L’esatto contrario della flat tax, che lascia invece l’aliquota sempre uguale, svincolandola da ogni riferimento all’oggetto della tassazione: sicché, povero e ricco sono tassati esattamente nello stesso modo.

Recepito nell’articolo 53 della Costituzione, l’ideale della progressività venne parzialmente realizzato nella prima metà degli anni Settanta, grazie, soprattutto, a un’Imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef) strutturata su trentadue scaglioni, con aliquote comprese tra il 10 e il 72 per cento. Negli anni successivi gli scaglioni vennero progressivamente ridotti sino agli attuali cinque. E ora – come ha spiegato Alfonso Gianni – si prospetta la loro ulteriore riduzione a tre; con, in più, lo spauracchio dell’ennesima tassazione separata, mediante flat tax al 15 per cento, per quanto guadagnato in più rispetto all’anno precedente.

Einaudi aggiungeva che le risorse raccolte attraverso la tassazione progressiva devono essere utilizzate per far sì che ciascun cittadino, anche se indigente, possa quantomeno contare «sul minimo necessario alla vita», in virtù di un sistema di diritti attraverso cui far fronte ai suoi bisogni fondamentali. Una visione in cui risorse e diritti sono indissolubilmente legati tra loro: perché senza le risorse non si potrebbero attuare i diritti e senza i diritti non si potrebbe giustificare la raccolta delle risorse.

La redistribuzione della ricchezza, in altre parole, opera attraverso due canali: non soltanto quello della raccolta dei fondi tramite un sistema fiscale progressivo, ma anche quello del loro impiego tramite un sistema di politiche pubbliche orientate, in ultima istanza, a consentire a tutti gli esseri umani di poter sviluppare le proprie «attitudini» (nelle parole di Einaudi) e la propria «personalità» (nelle parole della Costituzione). In tal modo, far gravare l’impegno fiscale in misura maggiore sui benestanti non risulta una scelta rivolta contro di loro, ma a favore dell’intera società, di cui gli stessi benestanti sono parte.

Ben diverso è l’orizzonte ideale in cui si inserisce la proposta di Enrico Letta, ispirata ai lavori del Forum Diseguaglianze Diversità e volta ad assicurare una dote monetaria ai diciottenni, finanziandola tramite l’aumento delle imposte sulle eredità più ricche (aumento che sarebbe sacrosanto, considerato che in Italia abbiamo la franchigia più alta e l’aliquota più bassa di tutti i Paesi a noi paragonabili).

Affidare un “gruzzoletto” direttamente nelle mani dei singoli individui significa, infatti, operare la redistribuzione esclusivamente attraverso il primo canale, ignorando il secondo in piena sintonia con la logica liberista che vuole che ciascuno coltivi il proprio «capitale umano» facendosi «imprenditore di se stesso». È la logica dei tanti bonus, attraverso cui, negli ultimi anni, lo Stato ha abdicato al proprio ruolo di promotore di politiche pubbliche volte a realizzare l’interesse generale – o meglio: una visione politicamente sostenuta dell’interesse generale – ritenendo preferibile rimettere a ciascun singolo individuo la cura dei propri interessi particolari. Più in generale, è la logica della spoliticizzazione della società, dal momento che dalla somma dei particolari si ottiene un insieme di particolari separati e contrapposti gli uni agli altri, non una visione generale, di cui solo lo Stato, attraverso la rappresentanza, può farsi espressione. Confondere la volontà di tutti con la volontà generale è, come insegna la filosofia politica, un grave errore concettuale.

Nel valorizzare il privato a discapito del pubblico, Letta e il Partito democratico si collocano, così, a destra di Einaudi, la cui prospettiva liberale – non liberista – riconosceva il valore delle politiche pubbliche allo stesso modo in cui, sempre negli anni del dopoguerra, lo riconosceva un liberale come William Beveridge, universalmente noto come il “padre” del Welfare State. Che cosa, infatti, se non il radicale disconoscimento del ruolo dello Stato, impedisce a Letta di immaginare che le risorse raccolte attraverso una tassa di scopo siano vincolate alla realizzazione di politiche pubbliche a vantaggio dei più giovani? Tanto più in un contesto segnato dalla mancanza non solo della più elementare alfabetizzazione finanziaria della popolazione giovanile, ma anche da un analfabetismo funzionale sempre più diffuso, per via del sottofinanziamento della scuola. Sconcerta che per il Partito democratico sia così difficile comprendere che il modo più sensato di impiegare risorse a favore dei giovani è tornare a finanziare adeguatamente il diritto allo studio scolastico e universitario.

Ad aggravare il quadro, la pavloviana reazione di chiusura della destra e del Presidente del Consiglio alla proposta di Letta disvela l’ideologia classista che ne anima la visione politica: i ricchi non si toccano, perché la ricchezza, quale ne sia la fonte – l’inadeguata tassazione, gli ingiusti rapporti di mercato, l’elusione e, finanche, l’evasione fiscale, come dimostra il condono deciso dal governo – è il valore assoluto intorno al quale deve ruotare l’intera organizzazione sociale. Nemmeno lo spaventoso debito pubblico – superiore, oramai, al 160 per cento del Pil – che grava proprio sulle generazioni più giovani vale a provocare un ripensamento in chi, come Mario Draghi, confonde a bella posta l’1 per cento più benestante della popolazione con l’insieme dei cittadini («non è il momento di togliere i soldi ai cittadini, ma di darli», ha detto: come se i contribuenti fossero un’unica, omogenea categoria).

La triste realtà è che, mentre un po’ ovunque nel mondo la politica si apre alla discussione sulla redistribuzione della ricchezza, così ingiustamente polarizzatasi negli ultimi quarant’anni, la classe dirigente italiana fatica a comprendere il passaggio storico in atto, mostrando, ancora una volta, tutta la propria inadeguatezza.

 

(foto credit ANSA/FABIO FRUSTACI)



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