Lettera aperta a Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito

Il “merito“ nella valutazione degli studenti a quali princìpi, a quali metodiche e a quali criteri fa riferimento? Quale lo scopo della formazione scolastica?

Fausto Pellecchia

Egr.prof. Giuseppe Valditara,

il cambiamento della denominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in Ministero dell’Istruzione e del Merito, non lascia alcun dubbio sull’ideologia regressiva che ispira l’azione del Suo governo in rapporto ai metodi e alle finalità della scuola pubblica. L’esplicito riferimento al cosiddetto criterio “meritocratico” tende infatti a legittimare nel sistema scolastico lo spirito concorrenziale e competitivo che domina nella gestione neoliberista delle strutture sociali. Pertanto, l’unica idea di merito che emerge dalle Sue dichiarazioni programmatiche sembra legittimare unicamente una scuola (non importa se pubblica o privata) che ratifichi le differenze in ingresso, trasformandole in disuguaglianze in uscita. L’attuale azione di governo appare perciò in controtendenza con il principio sancito dalla nostra Costituzione, teso a garantire al sistema dell’istruzione condizioni strutturali e pedagogiche che rendano possibile la rimozione degli ostacoli e degli impedimenti alla concreta attuazione del diritto all’istruzione e alla formazione di tutti i giovani, lavorando al superamento delle differenze sociali di partenza, in relazione con la varietà degli stili di apprendimento, delle vocazioni intellettuali, nonché dei tempi e dei particolari bisogni formativi di ogni allievo.

Per questo, mi permetto di rivolgerLe una domanda chiarificatrice circa le strategie culturali e pedagogiche che il Suo Ministero intende perseguire nell’accertamento e nella promozione dei meriti scolastici. A quali principi, a quali metodiche e a quali criteri di valutazione bisognerebbe far riferimento per la determinazione del merito e dunque dell’efficacia della formazione scolastica?

Al giorno d’oggi, a partire dalla turbinosa mobilità sociale che caratteriza i Paesi post-industiali, tutti gli studenti sono ben lontani dal presentare un nucleo compatto di somiglianze comportamentali. Le profonde trasformazioni socio-culturali e politiche della nostra epoca sembrano pertanto consigliare o, almeno, autorizzare una provvisoria sospensione degli schemi e delle tassonomie concettuali custodite negli arsenali teorici delle scienze psico-pedagogiche, mettendo da parte la pretesa di costruire una Grande Narrazione sulle problematiche del mondo giovanile. Al suo posto, sembrano riacquistare una parvenza di legittimità i “giochi linguistici” che affiorano dalla memoria delle personali esperienze scolastiche degli insegnanti in relazione alle forme di vita dei loro allievi. Perciò, sul fragile e transitorio fondamento dei miei ricordi di insegnante liceale, negli anni che precedettero il mio ingresso nei ruoli della docenza universitaria, proverò a tracciare alcuni profili caratteristici degli studenti delle mie classi, così come si imponevano spontaneamente alla mia attenzione fin dalle prime lezioni del corso.

La prima posizione era occupata da quegli adolescenti che oggi chiamerei intelligenti di convenienza. Si tratta di giovani che sorprendono i loro insegnanti per la loro vivacità intellettuale, sempre lucidi e sorridenti, sempre al massimo del loro impegno nell’apprendimento, ma mai particolarmente indignati contro le situazioni di iniquità che inquietano il mondo che li circonda.

Poi ci sono i resistenti scettico-pragmatici: sono gli studenti che non vedono l’utilità di ciò che il loro insegnante di lettere e di scienze umane ha da proporre come oggetto di studio: testi di letteratura, di filosofia ecc. In genere, essi manifestano un buon rendimento scolastico, hanno una buona memoria e sanno comportarsi con diligenza, ma la loro preferenza si indirizza verso le discipline che procurano competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, come la chimica, il diritto, l’economia o la finanza. Con i resistenti scettico-pragmatici si tende perciò a siglare rapidamente ad un tacito patto di non-aggressione. Per questo, il mio atteggiamento nei loro confronti era ispirato ad una cautela minimalistica: essi si impegneranno nel mio corso solo quanto basta per ottenere una valutazione di sufficienza, perché in esso scorgono soltanto un mezzo utile per il conseguimento del titolo di studio. Ed io perciè, mi ripromettevo di non provare a stanarli, sforzandoli ad ingurgitare poesie, romanzi o sintesi filosofiche per i quali non mostrano alcun vero interesse. Dopo tutto, l’universo delle professioni abbonda di organizzazioni sia pubbliche che private che hanno bisogno di quadri operativi: perché allora lavorare duramente per far germogliare anche in loro i semi gettati da Nietzsche, da Pirandello o da Dostoevski?

Infine c’è colui che chiamerei l’elemento sovversivo: ce n’è sempre almeno uno per classe e mai più di tre. L’elemento sovversivo ha le stesse attitudini degli intelligenti di convenienza, ma non à mai in pace con se stesso e col mondo, neppure con i suoi genitori o i suoi insegnanti. Per quanto riguarda i voti, si unisce al gruppo di testa, ma preferisce sedere nei banchi in fondo all’aula. Da lì lancia battute sardoniche, frecciate o sfide. Spesso, non prende appunti. È altresì detentore di una qualità molto rara: possiede una cultura personale, che non proviene dai manuali né da tendenze alla moda: per uno di loro l’oggetto di culto sarà Bakunin, per un altro, Pier Paolo Pasolini, ma anche la musica atonale, il teatro elisabettiano o le maschere giapponesi.

Quando ho cominciato a insegnare, avevo 22 anni, e diffidavo degli elementi sovversivi, perché avevo press’a poco la loro età, e temevo che mi avrebbero destabilizzato. Perciò, la mia strategia didattica consisteva nell’appoggiarmi al gruppo degli intelligenti di convenienza, per emarginare quegli spiriti sediziosi. La cosa sembrava procedere tranquillamente, ma aveva per effetto che i primi, gli intelligenti di covenienza, si sentivano confortati nel loro conformismo giovanile, mentre i secondi si oscuravano in volto e finivano con il disinteressarsi al corso. Perciò, oggi cambierei radicalmente il mio approccio, e farei esattamente il contrario: ho capito, nel frattempo, che ci si poteva appoggiare sugli elementi sovversivi, trasformandoli in interlocutori privilegiati, accettando di scherzare con le loro provocazioni, beneficiando dei loro richiami per rendere l’insegnamento più ritmato e meno meccanico, ma anche per scuotere il blocco mentale degli intelligenti di convenzione e aprirli ancor più all’uso della fantasia.

Da qui si vede, ed è paradossale, quale straordinario profitto si può trarre da giovani tanto brillanti quanto trasgressivi. La loro indole sovversiva è, in definitiva, la migliore alleata dell’istituzione e delle autorità, perché permette e sollecita un continuo rinnovamento, grazie all’apporto supplementare dell’energia della contestazione e delle inedite prospettive culturali. La lezione che dovrebbe trarne il buon insegnante è che l’intelligenza non va mai totalmente persa per il sistema: gli accademismi odierni non sono forse le avanguardie di ieri?

 

Foto Miur



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