Lettera aperta a Flores d’Arcais sulla guerra in Ucraina, con una replica del direttore di MicroMega

I valori possono davvero essere “stiracchiati” in tutte le direzioni? Può la logica aiutarci a districarci fra posizioni diverse o tutto va lasciato alle personali opinioni e motivazioni? La lettera aperta di una lettrice e la risposta del direttore di MicroMega.

Daniela Calzolaio

Gentile dott. Paolo Flores d’Arcais, ho letto alcuni Suoi articoli sulla questione della guerra in Ucraina. In particolare, mi riferirò qui al Suo pezzo pubblicato su MicroMega questo 21 marzo (“Il compagno A, il compagno X e il riflesso pavloviano antiamericano”), che – devo ammetterlo – ha suscitato in me un certo disappunto e sul quale vorrei dire qualcosa. Per brevità, rimando alla lettura del Suo articolo ai fini di una migliore comprensione e ne riprendo qui solo alcuni punti-chiave, che sono ben riassunti nel suo sommario: «I valori di giustizia-e-libertà por-tano ad un’unica conclusione: gli ucraini vanno aiutati, con le armi e le sanzioni contro l’invasore. Che questa sia anche la posizione degli establishment contro cui ci siamo tante volte battuti non è una buona ragione per abbandonare un popolo che resiste». Questa è la posizione cui approda il “compagno A” del Suo articolo, unendo i fatti, la logica e i valori di sinistra. Ci sono molti altri “compagni” – continua nel ragionamento – che invece non ce la fanno a condividere le posizioni degli establishment di cui sopra e che dunque – si desume – rinunciano alla logica. E di nuovo questa parola è chiamata in causa quando scrive che «se il problema è avere il minor numero possibile di morti, allora logica impone che si chieda a quei milioni di cittadini che resistono di arrendersi» (poco importa quanto spesso da molti sia stato detto che la resa non è l’unica alternativa alle armi). Chiude chiedendo per quale «patologico riflesso condizionato» pavloviano dovremmo opporci anche ora alle amministrazioni Usa, contro le quali siamo scesi in strada tante volte in passato, se oggi mandano armi a un popolo oppresso.
Le questioni su cui voglio concentrarmi sono tre: l’inserimento del discorso entro un contesto di appartenenza politico-valoriale (e di declinazione pratica di valori), il richiamo alla logica e, infine, il riferimento alle motivazioni di chi sostiene posizioni discordi rispetto a quella da lei sostenuta. Mi sembrano tre questioni importanti, evidenti nel Suo articolo ma che rinvengo frequentemente nel dibattito più generale intorno a questa guerra.
Veniamo alla prima questione. Sin dal principio del Suo articolo, lei inserisce il discorso dentro la cor-ice dell’appartenenza politico-valoriale, nel senso che inquadra le Sue riflessioni facendo riferimento alla sinistra e ai suoi valori: libertà, eguaglianza, fratellanza, giustizia. Bene, rimaniamo per un attimo dentro questo approccio al problema. C’è da chiedersi, a questo punto, quali siano le declinazioni pratiche di tali valori nella situazione della guerra in corso. Lei ha la risposta, e la esprime con una teoricamente invidiabile sicurezza: aiutare il popolo ucraino sanzionando l’aggressore e mandando armi. A quest’unica conclusione si giunge necessariamente, dal Suo punto di vista, unendo i fatti, la logica e i valori di cui sopra. Dei fatti qui non parlerò; sulla logica mi soffermerò poco più sotto. Per quanto riguarda i valori, io pongo una domanda: è più “di sinistra” chi parteggia per soluzioni che possono ave-re un loro senso ma che causerebbero più morti, secondo molti inutilmente, e potrebbero portare a conseguenze estreme addirittura per l’umanità, o chi prende sul serio queste possibili conseguenze e parteggia per soluzioni che crede possano prevenirle (o, almeno, renderle meno probabili)?
Vede, io credo che i valori possano essere, se ci si mette un pochino d’impegno, stiracchiati verso una direzione o verso l’altra e tirati un po’ dove si vuole, cosicché gli stessi che accusano i “pacifisti non interventisti” di essere cinici e praticare poco la fratellanza (verso il popolo ucraino oppresso) possono essere da questi accusati, a loro volta, di essere cinici e praticare poco la fratellanza (verso la stessa popolazione ucraina e quella di altri Stati e finanche dell’intero pianeta, che sarebbero messe a rischio se la situazione progredisse in escalation). Il ragionamento, pur portando a conclusioni opposte, sarebbe lo stesso nei due casi, e analoghi sarebbero i princìpi seguiti: la differenza starebbe solo nella porzione di realtà che si è deciso di osservare. La questione, così posta, somiglia per certi versi a quel-la su chi sia nato prima, se l’uovo o la gallina, per cui lascerei da parte il richiamo ai valori e, soprattutto, la gara a chi è più di sinistra. Perché non ha molto senso, porta a ragionamenti fragili ma che si autoconvalidano e non mi pare neppure di grande utilità. Questo è un primo punto.
Veniamo alla seconda questione. Per legittimare le Sue opinioni (contemporaneamente delegittimando quelle altrui), lei fa frequente richiamo alla logica (termine che nel Suo articolo compare svariate volte), che viene chiamata in causa – mi pare – come fosse un riferimento astratto per la Verità, una sorta di visione superiore che starebbe là fuori, espressione di un’ideale oggettività, indipendente da noi. Ciò che lei denomina, a mio avviso impropriamente, “logica” sono piuttosto le conclusioni verso cui si scivola partendo dalle Sue premesse, è piuttosto quell’inquadramento personalissimo entro il quale lei (come è normale che sia, ma bisogna esserne consapevoli) legge la realtà: sappiamo (la necessità di reintroduzione dell’osservatore nelle proprie descrizioni è stata messa in evidenza dalla Cibernetica di Secondo Ordine. Ne è discesa la caduta del mito dell’oggettività delle nostre osservazioni e descrizioni della realtà) come ogni atto di osservazione implichi necessariamente, da parte dell’osservatore, un’attività di selezione e organizzazione dei dati, che ne pregiudica l’oggettività e che è influenzata dal-le proprie premesse (epistemologiche, teoriche, valoriali, ideologiche). Non vederne il carattere assolutamente soggettivo e scambiarlo per l’unica e giusta visione delle cose, per la Realtà, mi sembra un errore grossolano e maldestro, da cui ne discendono altri: uno è dato dal fatto che ne risulta un’esposizione attorcigliata su se stessa e perciò disutile, in cui il valore conferito alla Sua opinione viene tratto da se stessa e dalle sue stesse premesse; un altro è dato dal rischio di considerare le idee che si pongono al di fuori della propria visione come illogiche: in realtà, sono idee che trovano il loro significato all’interno di altri modi di delimitare il pezzetto di realtà su cui poniamo lo sguardo, enucleare figure da sfondi, leggere ciò che vediamo (e questo non significa giungere a un relativismo as-soluto in cui ogni affermazione “va bene” e vale quanto altre). Tanto è vero che altre persone, magari anche studiosi del campo, pur partendo dalla stessa convinzione di base (che vede Putin come un aggressore e l’Ucraina come l’aggredito che va aiutato), giungono a considerazioni, conclusioni, ipotesi di soluzione molto diverse dalle Sue. Tutti preda di errori logici o di riflessi condizionati pavloviani? Porla in questi termini non mi pare favorisca una qualche utilità della discussione. Meglio sarebbe entrare nel merito di ogni riflessione. Questo è un secondo punto.
Veniamo in ultimo alla terza questione, quella del riferimento alle motivazioni sottostanti al pensiero che per semplicità definisco qui come “pacifista non interventista”. Il non concordare con l’invio di armi all’Ucraina è visto da lei, anche, come un effetto della generalizzazione non pensata di una ten-denza insopprimibile dei “compagni” a opporsi alle amministrazioni USA. Affronto questo punto con una domanda: lei è proprio sicuro che la motivazione del dissenso rispetto all’invio di armi sia quella da lei individuata, derivante dal disagio del trovarsi in accordo con gli establishment sino ad ora com-battuti? Almeno che io sappia, infatti, nessuno ha motivato in tali termini la propria posizione. Ma chi non vuole mandare le armi tira in ballo le “colpe” dell’Occidente e della Nato – si potrà obiettare. Questo, però, non significa affatto voler rimarcare un’opposizione agli USA, alla Nato o all’Occidente: significa semplicemente inserire il discorso in un ragionamento più articolato e complesso, che non si circoscriva al qui e ora degli accadimenti e non si fermi alla reazione emotiva immediata ad essi; un ragionamento che investighi i pregressi, che contestualizzi l’attualità nel tempo e nello spazio delle dinamiche intra- e inter-nazionali. Che punti a comprendere le cose. E comprendere le cose non è noiosa speculazione fine a se stessa e all’autocompiacimento, ma presupposto ineliminabile per la ricerca di soluzioni – io credo. È un procedere strategico che ha uno scopo, che è cosa diversa dall’esprimere un giudizio emotivo (su cui mi sembra siamo tutti d’accordo, tra l’altro).
Molti dicono che non è tempo, ora, di fare ragionamenti complessi. Io chiedo: se non ora, quando?

***
La risposta di Paolo Flores d’Arcais
Gentile signora Calzolaio, mi spiace davvero averle creato «un certo disappunto». Spero non troppo profondo e non troppo prolungato. Che comunque vorrei attenuare provando a rispondere alle sue argomentazioni.
La sua prima contestazione riguarda la mia frase: «Se il problema è avere il minor numero possibile di morti, allora logica impone che si chieda a quei milioni di cittadini che resistono di arrendersi». La validità di questa mia affermazione sarebbe vanificata dalla circostanza che «spesso da molti sia stato detto che la resa non è l’unica alternativa alle armi».
E quale sarebbe un’alternativa che renda minimo il numero dei morti (e il numero minimo è zero) di fronte a un esercito che invade, se non la resa? Di fronte alle armi di un esercito invasore o si resiste con le armi o ci si arrende, le alternative di cui lei parla non le ha avanzate nessuno, perché sono alter-native che riguardano una eventuale tregua, trattativa, accordo, tra due campi che già si stanno affrontando con le armi. Ma se è un dovere morale fare in modo che il numero dei morti sia minimo, e poi-ché il numero minimo di morti è zero, è evidente che di fronte all’esercito di Putin era un dovere mora-le non opporre la minima resistenza, lasciar sostituire un presidente democraticamente eletto (col 73% dei voti) con un quisling, e diventare sudditi del potere putiniano.
Porgere l’altra guancia, insomma. Comportamento che un profeta apocalittico ebreo molto equivocato ha consigliato ai suoi seguaci un paio di millenni fa esclusivamente perché certo che nei giorni successivi sarebbe avvenuto il compimento dei tempi, in altri termini la fine del mondo, la distruzione del potere romano e il trionfo di egli stesso e dei suoi apostoli per intervento divino.
Successivamente, lei mi invita a lasciare «da parte il richiamo ai valori e, soprattutto, la gara a chi è più di sinistra», perché a suo dire «i valori possono essere stiracchiati un po’ dove si vuole». Qui il suo errore è duplice, perché senza valori non potremmo vivere (vivere è sempre con-vivere, e quel “con” è un insieme, per quanto minimo, di valori condivisi, quando non ci sono nemmeno quelli la situazione è di potenziale guerra civile) e perché il mio articolo si rivolgeva ai compagni, cioè persone che hanno scelto alcuni valori come bussola: giustizia-e-libertà, e non volontà-di-potenza, ad esempio. E perché, assunti certi valori, non è vero che si possono stiracchiare nella direzione che si preferisce. Se si usa la logica, almeno.
Proviamo a usarla insieme.
La logica non è, come lei mi attribuisce e paventa, «la Verità, una sorta di visione superiore che starebbe là fuori, espressione di un’ideale oggettività, indipendente da noi». È però lo strumento che ci permette di dialogare razionalmente, di opporre argomento ad argomento anziché volontà a volontà, urlo a urlo, che ci consente di vedere se un’inferenza sia valida oppure no. Altrimenti conterebbero so-lo le nostre emozioni e, infine, le nostre prepotenze.
Ora, noi abbiamo la Russia di Putin, un regime dispotico, che ha invaso l’Ucraina, retto da istituzioni democratiche. I poteri dispotici non sono tutti eguali, va da sé, e le democrazie hanno molti difetti, e alcune più di altre, va da sé. Ma la differenza resta cruciale. E dunque, sia secondo giustizia che secondo libertà, è doveroso stare con l’Ucraina che resiste, contro la Russia di Putin (che non è la Russia tout court) che vuole schiacciarla.
D’accordo, fin qui? Perché se non è d’accordo dovrebbe evidenziare il valori che non condivide con me (giustizia, libertà, entrambe), o l’inferenza logica non valida che avrei tratto.
Come sostenere la resistenza ucraina? A occhio e croce, una potenza militare molto superiore che ne sta aggredendo una molto inferiore, la si può combattere solo riducendo il divario tra le due, dunque dando armi alla più debole (l’Ucraina che resiste) e colpendo economicamente quella più forte (vi-sto che si esclude un intervento diretto, anche solo aereo, a favore della più debole, per paura che quel-la più forte passi alla guerra atomica).
Poiché io preferisco sempre, fino a prova contraria, pensare che le persone non siano in malafede, di fronte alle contraddizioni logiche che ho evidenziato ho provato a ipotizzare una ragione psicologi-co-politica che le spieghi. Visto che io per primo ho provato profondo disagio a trovarmi a condivide-re l’idea della difesa della resistenza ucraina, anche mandando armi, con persone (politici, intellettuali, giornalisti) che non amo affatto, talvolta disistimo profondamente, talvolta non solo sul piano professionale ma anche umano, talvolta considero in malafede.
L’ipotesi che ho avanzato (il disagio del trovarsi in accordo con gli establishment sino ad ora com-battuti) secondo lei è però infondata perché «nessuno ha motivato in tali termini la propria posizione». L’argomentazione mi è sembrata davvero bizzarra, anche chi ha letto dieci righe di Freud, e addirittura chi non ha letto nemmeno quelle, sa che molte delle nostre azioni vengono da noi “razionalizzate” attribuendo loro motivi che, scandagliando nei nostri fondali psichici, ne palesano altri diversissimi.
Ma lei avrebbe potuto essere di quelli che invece pensano che sappiamo sempre con assoluta lucidità il perché delle cose che facciamo e delle posizioni che sosteniamo. Andando sulla sua pagina web (la sua, non un suo profilo Google) leggo però che lei è convintissima che i nostri fondali psichici ce-lino molte cose. Si definisce infatti, fin dal titolo sotto il suo nome, «Psicologa e Psicoterapeuta» (le maiuscole sono sue) e si occupa «di formazione rivolta a psicologi e altri professionisti, in particolare nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento». Dunque sa assai meglio di me che è possibilissimo che tanti che si contraddicono, non traendo dai valori che professano le conseguenze che logicamente ne derivano, lo facciano per il disagio del trovarsi in accordo con gli establishment sino ad ora combattuti. Per una “ragione” emotiva, insomma. Possibilissimo, non certo, sia chiaro. Ho avanzato un’ipotesi. Mi sembra la più plausibile, e per loro anche la più onorevole.
Intanto però le bombe di Putin, mentre noi leggiamo e scriviamo, fanno a pezzi altri corpi di soldati ucraini che resistono, di civili, di donne, di bambini. Se i governi occidentali avessero dato agli ucraini che resistono molte più armi, e molto più efficaci, forse la Russia di Putin starebbe già ritirandosi, vi-sto che aveva messo in conto una passeggiata di due giorni e dopo più di un mese…
Lasciamo i cittadini ucraini morire sotto il fuoco di Putin, però. “Pacifismo” oblige. A me questo sembra sinistro, non di sinistra.



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