La letteratura può aiutarci a capire la scienza

Contro il diffuso analfabetismo scientifico, un libro di Marco Salucci (“Dalla mela di Newton all’Arancia di Kubrick”) propone un approccio innovativo: spiegare la scienza con la letteratura.

Silvano Fuso

Quando si ha in mano un libro per la prima volta, in genere, si sfoglia l’indice per avere un’idea dei contenuti. Nel caso di Dalla mela di Newton all’Arancia di Kubrick, di Marco Salucci (thedotcompany edizioni, Reggio Emilia 2022, pp. 281, euro 23,90), l’impresa non è semplice. Nell’indice compaiono infatti titoli che sicuramente incuriosiscono, ma difficilmente consentono di comprendere di cosa tratti il volume: Il vecchio Qfwfq, Gli gnommeri di Ingravaglio, Tex e il coyote nero, Il daggerotipo di Buendia, Capitolo puffo, “Quarantadue!”, Lo zio N’BaN’Ga, per limitarsi solo ad alcuni capitoli e paragrafi.

Il sottotitolo però può sicuramente aiutare: La scienza spiegata con la letteratura. Ma ancora più chiarificatrice è la citazione [tratta da una conferenza che il grande Richard Feynman (1918-1988), premio Nobel per la fisica nel 1965, tenne, nell’aprile 1963, presso l’Università di Washinton] che apre l’Introduzione al volume:

“Un’epoca scientifica, la nostra?” Certo, se con scientifica intendiamo le applicazioni tecnologiche la risposta è senz’altro affermativa: oggi abbiamo ogni sorta di applicazioni della scienza, che ci creano ogni sorta di problemi, così come ci forniscono ogni sorta di vantaggi. La nostra, di nuovo, è un’epoca scientifica, se con questa denominazione intendiamo riferirci ai periodi in cui la scienza ha avuto il suo massimo sviluppo e allargato rapidamente i propri confini […] Questa è stata un’epoca che ha segnato il passaggio dal non sapere quasi nulla del mondo a una conoscenza neppure lontanamente immaginabile in passato. Ma se intendiamo che oggigiorno la scienza svolge un ruolo nella visione del mondo della gente, ebbene, in tal caso, quest’epoca ha ben poco di scientifico […] questa non è un’epoca scientifica, da quel punto di vista.

Scopo del volume è infatti quello di analizzare il problema del diffuso analfabetismo scientifico, proponendo un approccio innovativo: partire da un brano di narrativa, dai versi di una poesia, da una citazione tratta da un film o da un fumetto (e qui si comprendono gli strani titoli dell’indice) per affrontare singoli e importanti problemi legati all’immagine, spesso distorta, che la scienza ha nell’opinione pubblica.

E questo consente anche di comprendere il titolo del libro. La mela di Newton simboleggia infatti una certa concezione della scienza, di stampo positivista, che vede in essa e soprattutto nelle sue applicazioni la via per “magnifiche sorti e progressive”. L’Arancia di Kubrick (che fa ovviamente riferimento al film Arancia meccanica) allude invece alle degenerazioni che una certa idea della scienza può originare e che induce molti ad avere sentimenti di paura e diffidenza nei suoi confronti.

La scelta di partire da riferimenti letterari è spiegata dallo stesso autore e nasce dalla «speranza di alleggerire la lettura suggerendo connessioni inaspettate che il lettore potrà seguire per conto proprio, esplorando spazi che sono impossibili da visitare in un solo libro».

Marco Salucci (nato a Firenze nel 1955) è dottore di ricerca in filosofia. È stato borsista presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici nonché ricercatore assegnista e professore a contratto presso le facoltà di Filosofia e di Psicologia dell’Università di Firenze, dove attualmente è cultore della materia. Membro di diverse istituzioni culturali, si è occupato soprattutto di filosofia della mente, pubblicando molti articoli e volumi monografici. Impegnato divulgatore, ha inoltre partecipato, dal 2006 al 2011, all’iniziativa Pianeta Galileo promossa dal Consiglio Regionale della Toscana.

La citazione di Feynman sopra riportata mi ha fatto venire in mente un celebre articolo scritto da Umberto Eco (1932-2016) nel 2002 e intitolato “Il mago e lo scienziato”. In esso il semiologo scriveva:

Noi crediamo di vivere in quella che, individuandola ai suoi primordi, Isaiah Berlin aveva definito The Age of Reason. Finite le tenebre medievali, iniziato il pensiero critico della rinascenza e lo stesso pensiero scientifico, si ritiene che viviamo oggi in una età dominata dalla scienza. A dire il vero, questa visione di un predominare ormai assoluto della mentalità scientifica, che veniva annunciata sia ingenuamente nell’Inno a Satana di Carducci che più criticamente nel Manifesto comunista del 1848, è più sostenuta dai reazionari, dagli spiritualisti, dai laudatores temporis acti che non dagli scienziati.

[…] I mass media confondono l’immagine della scienza con quella della tecnologia e questa confusione trasmettono ai loro utenti che ritengono scientifico tutto ciò che è tecnologico, in effetti ignorando quale sia la dimensione propria della scienza, di quella – dico – di cui la tecnologia è certo una applicazione e una conseguenza ma non certo la sostanza primaria. La tecnologia è quella che ti dà tutto e subito, mentre la scienza procede adagio.

[…] Però questa abitudine alla tecnologia non ha nulla a che fare con l’abitudine alla scienza. Ha piuttosto a che fare con l’eterno ricorso alla magia[1].

Il pensiero magico è, ahimè, ancora piuttosto diffuso. Magari non sempre assume le tradizionali forme occultistiche ed esoteriche del passato, ma emerge prepotentemente nelle diffuse e popolari pseudoscienze, comprese le variegate forme di congetture complottistiche che sui social, ma non solo, trovano ampi consensi. Ne abbiamo avuto una preoccupante conferma nei due anni e mezzo di pandemia che abbiamo alle spalle e nelle reazioni sociali che essi hanno determinato.

Tutte queste tematiche sono affrontate nel libro di Salucci dove, per ammissione dello stesso autore, «piuttosto che un unico filo conduttore, vi si troverà una rete di rimandi e di rinvii reciproci che legano le varie sezioni».

Nel primo capitolo viene affrontato il problema di cosa significhi conoscere e vengono fornite le basi su cui si fonda l’approccio scientifico alla conoscenza. Nel secondo capitolo si cerca di chiarire quali siano le differenze che distinguono il conoscere dal credere di conoscere. Si tratta di un tema di fondamentale rilievo in quando dalla mancata distinzione tra conoscenza reale e conoscenza illusoria derivano tute le derive pseudoscientifiche e gli atteggiamenti dichiaratamente antiscientifici.

Questi aspetti vengono ulteriormente approfonditi nel terzo capitolo, dove si cerca pure di comprendere le ragioni che inducono molte persone a credere in cose palesemente assurde, con tutte le conseguenze che questo può avere sulla convivenza civile e sulla democrazia. In questa sua analisi l’autore, esperto di filosofia della mente, si trova particolarmente a suo agio facendo ampi riferimenti ai risultati delle scienze cognitive.

Il quarto capitolo è invece dedicato a esaminare alcuni esempi reali di conoscenze scientifiche che hanno minato alla base radicate credenze che per secoli hanno influenzato le società umane. La storia della vita sulla Terra e la storia dell’uomo, la teoria dell’evoluzione biologica e il ruolo che in essa è svolto dal caso, ad esempio, hanno fortemente messo in discussione molte convinzioni di matrice religiosa che per secoli hanno condizionato l’umanità.

La dimensione storica gioca un ruolo importante anche all’interno della scienza stessa che (a differenza delle pseudoscienze) è soggetta a una costante evoluzione. L’evoluzione della scienza presuppone un progresso, un miglioramento della nostra capacità di comprendere la realtà. E da questo progresso, tramite le applicazioni tecniche, può anche derivare un progresso sociale e un miglioramento della nostra qualità della vita. Questi ultimi, tuttavia, non sono scontati e sono sostanzialmente indipendenti dal progresso della scienza. Infatti le conoscenze prodotte dalla scienza sono semplicemente uno strumento e dipende da noi come utilizzarle. Potenzialmente possono produrre effetti sociali positivi, ma se usati male possono anche essere dannosi. Ne è un esempio il degrado ambientale le cui problematiche sono affrontate dall’autore nel quinto capitolo.

Nel capitolo successivo poi lo sguardo si estende al futuro, riflettendo su quale potrà essere l’eredità che noi potremo lasciare ai nostri successori.

Le scelte che dobbiamo compiere implicano naturalmente un sistema di valori cui ispirarsi. Questo non può essere prodotto dalla scienza, ma dobbiamo essere noi a crearcelo tramite l’elaborazione di un’adeguata etica. L’ultimo capitolo, il settimo, cerca proprio di sviluppare una riflessione su queste tematiche chiedendosi anche se il metodo scientifico possa aiutarci nella costruzione di un sistema valoriale basato sulla razionalità.

L’approccio che Salucci mantiene per tutto il libro è equilibrato, pacato, critico e razionale. L’autore prende nettamente le distanze da una certa concezione trionfalistica e mitizzante della scienza che vede in essa la soluzione di tutti i nostri problemi. Ma, analogamente, prende le distanze anche da un certo tipo di metafisica antiscientifica, come pure da un ecologismo fondamentalista e integralista che considera la specie umana l’origine di ogni male del pianeta.

Dobbiamo prendere atto della nostra duplice natura di animali razionali e irrazionali al tempo stesso. La nostra mente, come l’autore ben chiarisce, «produce sia conoscenze che credenze; le prime, per usare una metafora, fanno gli interessi della realtà, le seconde quelli dei nostri desideri e speranze. Questi interessi possono entrare in conflitto e quando accade i secondi devono cedere il passo ai primi».

Il libro è quindi nettamente sconsigliato a chi voglia trovare risposte facili, preconfezionate e basate su semplicistici slogan. È al contrario caldamente consigliato a chiunque voglia cercare di affrontare criticamente i nostri problemi con l’uso della ragione perché, come affermava Primo Levi «altri strumenti atti allo scopo non ci sono».

[1] U. Eco, “Il mago e lo scienziato”, la Repubblica, 10 novembre 2002.



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