Un avvocato a Guantánamo

La guerra al terrore dopo l’11 settembre ha avuto come “conseguenza” l’orrore del campo di prigionia statunitense sul territorio cubano. L’estratto che pubblichiamo di “Lettere da Guantánamo. Dall’inferno al limbo” di Laura Silvia Battaglia racconta il lavoro di alcuni legali dei detenuti.

Laura Silvia Battaglia

Le uniche cerniere tra le famiglie dei detenuti, i detenuti stessi e il mondo esterno sono gli avvocati. La maggior parte di loro è volontaria e appartiene a prestigiosi e grandi studi di avvocatura negli Stati Uniti, solitamente a Washington DC e a New York City. La fiducia nei loro confronti, da parte delle famiglie, può diventare ossessiva. Aziz, il cognato di Haiel, mi ripete il nome dell’avvocatessa del parente in ogni momento; insiste affinché io ne conservi i recapiti; mi chiede se ci sentiamo ogni tanto per sapere se ci sono novità sul cognato, se non le abbia già parlato.

Jennifer Argabright dello studio Debevoise and Plimpton LLP per me era già diventata un’entità mitologica, prima ancora di essere riuscita a contattarla. Tendenzialmente non è impossibile. Ma gli avvocati dei GTMO prisoners stanno attenti a non fidarsi del primo che passa loro davanti con un registratore. Di sicuro, appartengono a quella categoria di persone che, a vario titolo, avendo avuto a che vedere con Camp Delta, X-Ray et similia, se non erano fatti di pietra, hanno rischiato di sviluppare articolate forme di stress, e conseguenze anche acute e disturbanti sulla loro psicologia. Il caso delle guardie della più famosa prigione degli Usa è paradigmatico: dal navy corpsman Nicole York, che ormai soffre costantemente di incubi e che, per resistere, si è rifugiata nell’alcol, alla vicenda di Andrew Turner, membro della Task Force Extraction, che, tra le altre ferite, si è maciullato una mano, per convincere un detenuto in custodia a non suicidarsi spaccandosi letteralmente la testa contro il pavimento.

In totale sono 28.000 le persone che hanno servito a Guantánamo e, tra queste, diciannove truppe, tra il 2008 e il 2011, sono state evacuate per ragioni di salute. Su questo numero molto elevato, solo i due militari citati, membri della Task Force Platinum, hanno rivelato le loro attuali condizioni psicofisiche, violando il regolamento, per incoraggiare gli altri che si trovano nella medesima situazione a farlo. Accanto ai graduati, gli unici appunto ad avere accesso a GTMO, sono gli avvocati volontari: a Guantánamo sono circa venti e incontrano i prigionieri periodicamente. A Jennifer Argabright è toccata la difesa di Haiel. Confessa che l’azione di difesa, negli anni, è stata particolarmente difficile. E si è complicata quando i detenuti hanno iniziato a praticare lo sciopero della fame. «In realtà» spiega «la loro condizione psicologica, specie se provengono da altre condizioni detentive come il campo di Bagram, in Afghanistan, è estremamente fragile e prevenuta». Nel caso di Haiel, Argabright ha dovuto proprio convincerlo a non rinunciare alla difesa. «Non si fidava. Ai primi incontri pensava fossi un’agente della Cia venuta a estorcergli informazioni o, peggio, torturarlo. A Bagram ne aveva incontrata una. Ho faticato moltissimo per infondergli fiducia nel mio ruolo. Poi ha capito che si può fidare e che non può fare a meno di me». Algabright sottolinea che il comportamento di Haiel non era isolato: «La maggior parte dei detenuti a GTMO non si fida. Non distingue un avvocato da una figura diversa. È un segno della loro condizione di stress estremo».

Essere avvocato a GTMO non è facile. La storia completa del sergente William “Bill” Kuebler, conclusasi con il suo decesso per malattia, la dice lunga. Kuebler, un bel cursus honorum alle spalle, con studi all’Università di San Diego, una carriera da avvocato aziendale e specializzazioni in diritto a Londra e in Italia, vira verso la Marina fino a essere assegnato all’Ufficio delle Commissioni militari per la sua “abilità, leadership, capacità professionali e integrità personale”. Le Commissioni militari non hanno un posto definito nel quadro costituzionale ma vengono utilizzate per perseguire violazioni delle leggi di guerra durante la Rivoluzione Americana. Usate pochissimo, durante la Guerra Civile e la Seconda Guerra Mondiale, vengono poi ripristinate da Bush durante la “guerra al terrore”.

Kuebler non era affatto contrario alla guerra al terrore e a come era stata condotta dopo l’11 settembre ma si era approcciato al ruolo richiesto “con l’idea che il sistema offrisse una presunzione di legittimità”. Il primo cliente lo licenziò il primo giorno di servizio, nel 2012. Il cliente era Ghassan Abdullah al-Sharbi, un saudita che parlava un inglese impeccabile e si era laureato alla Embry-Riddle Aeronautical University in Florida prima di essere stato detenuto in Afghanistan. Dopo essere stato catturato in Pakistan nel 2002, venne trasferito alla baia di Guantánamo, dove rimase per tre anni, in una cella “di sette piedi per otto piedi”, senza essere mai accusato di un crimine. Infine, nel 2005, gli venne assegnata l’accusa che recitava così: «Cospirazione per commettere omicidio da parte di un belligerante non privilegiato». In soldoni, al-Sharbi aveva in mente di fare la guerra contro gli Stati Uniti, pur non facendo parte di un esercito regolare. La data di contestazione si avvicinava, ma il prigioniero aveva rifiutato di incontrare anche Kuebler. Quando finalmente accettò, disse: «Grazie per l’impegno nell’aiutarmi, ma il mio obiettivo è uccidere gli americani. Io voglio ucciderti. Quindi non voglio che tu mi difenda».

Va bene, pensò Kuebler. Si poneva però un problema. L’MCO 1, ossia l’ordine esecutivo del presidente Bush, stabiliva che nelle commissioni militari era necessario che ogni accusato fosse rappresentato da un avvocato militare. Così, Kuebler sedette accanto al-Sharbi in tribunale spiegando al giudice militare perché al-Sharbi non volesse essere rappresentato da Kuebler. «Stesso circo con clown diverso» disse il giudice. E Kuebler, lì seduto, ascoltò il giudice negare ad al-Sharbi il diritto di non avere un avvocato. Era un nonsenso. Nel diritto americano, la rappresentanza legale è un dovere fiduciario: non si può rappresentare qualcuno che non vuole essere rappresentato. A Kuebler iniziò a scricchiolare la certezza della legge sotto ai piedi e le ipotesi diventarono concrete quando conobbe un collega che era stato licenziato solo per essersi rifiutato all’ordine del giudice che gli imponeva di rappresentare un non cliente. Kuebler cominciò a chiedersi se la rappresentanza degli avvocati come lui non fosse stata progettata per beneficio di qualcuno, se era qualcosa di più di un pacchetto da vendere al pubblico con dentro un gioco truccato.

Il compito di Kuebler sarebbe stato dunque quello di difendere al-Sharbi contro un crimine di guerra che non era mai esistito prima nella storia del mondo, confutando le prove alle quali, per motivi di sicurezza, al-Sharbi non avrebbe avuto il permesso di accedere, in un processo a cui ad al-Sharbi, sempre per motivi di sicurezza, non sarebbe stato consentito essere presente in toto. Per anni e in tutti i casi di cui Kuebler si occupò di prigionieri di GTMO (da al-Sharbi a Salim Hamdan, ritenuto uno degli autisti di Bin Laden, fino a Omar Khadr, un cittadino canadese il cui padre era un cattivo ragazzo in buona fede, arrestato durante una sparatoria nella città afghana di Khost), cercò di sviluppare delle tecniche difensive differenti, già adottate nel caso di David Hicks, un cittadino australiano chiuso a Guantánamo, facendo leva sia sui media che sul governo di cui era cittadino il detenuto. Il procuratore capo del processo di Khadr lo bollò come “un difensore che abitualmente disprezza le regole e fabbrica informazioni”. Non passò molto tempo che Kuebler venne licenziato dal generale. Gli fu data una scatola per imballare le sue cose e gli agenti del NCIS (Naval Criminal Investigative Service) lo scortarono fuori dall’edificio. Khadr ottenne rapidamente un patteggiamento con i procuratori per un periodo di otto anni di carcere.

Kuebler, reintegrato ma scomodo, venne spedito dalla Marina Militare all’estero per ottenere un master in Diritto Internazionale. Ma la sua lezione resta. Come avvocato di Khadr, Kuebler ha organizzato conferenze stampa, ha parlato con i media, e ha presentato una petizione alla Corte suprema che ha portato alla dichiarazione secondo cui parte del Military Commissions Act è incostituzionale. Kuebler ha scritto e pubblicato una dozzina di articoli condannando il sistema delle commissioni militari. Ma dopo aver lasciato la difesa di Khadr, non ha mai più pubblicato nulla in proposito.

Kuebler è morto nel 2015 per un tumore e la sua storia è stata rivelata interamente dalla moglie e dal collega Randy Leonard, già ‘Rule of Law Field Support Officer’ per la Marina americana in Afghanistan. Non diversamente da lui, ma con modalità diverse, l’avvocato Gilles Devers, francese, ha speso una buona parte della sua vita professionale a occuparsi di detenzioni straordinarie e rispetto delle convenzioni internazionali. Ha avuto in mano la difesa di alcuni detenuti di GTMO. Lo incontriamo a Ginevra. «La vicenda dei cinque detenuti uiguri arrestati in Afghanistan in un gruppo di ventidue deportati a Guantánamo è il tipico esempio di arresto razzista perpetuato in un contesto di assenza di legalità. L’assurdità di questa situazione è che il dossier che li riguarda dice chiaramente “arrestati per errore” ma continuano a rimanere in arresto. La vicenda avvenne nel 2001, durante l’epoca Bush dove tutto era possibile. Nel 2008 un giudice ha ordinato l’immediato rilascio ma i cinque uiguri sono ancora lì, dopo l’impugnazione del governo e la decisione finale della Corte suprema di respingere il loro appello. Perché? Perché non si sa dove ricollocarli. In Cina non è possibile, sarebbero perseguitati. Gli altri diciassette verranno presi in carico da Albania, Bermuda, Svizzera, arcipelago di Palau. Sa com’è l’arcipelago? Un centinaio di isole a est della Birmania, dove regna la miseria, 20.000 abitanti e nessuna possibilità di lasciarlo». L’avvocato non le manda a dire: «A livello internazionale manca un processo contro gli Stati Uniti: non si spiega come e perché si appellino alla Corte Penale Internazionale per giudicare Gheddafi, Gbagbo o Bashir, leader di Libia, Costa D’Avorio e Sudan, quando avrebbero potuto firmare il Trattato di Roma che sta alla base dei lavori della Corte Penale Internazionale. Quel trattato permetterebbe ai prigionieri di Guantánamo di fare valere i loro diritti legali. Mi spieghi: un Paese che ama la democrazia e i valori liberali, come può avere paura di una corte?».*


*Estratto da Lettere da Guantánamo. Dall’inferno al limbo, dove sono i detenuti del 9/11 di Laura Silvia Battaglia, Castelvecchi editore.
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