#LetUsTalk: la nuova campagna contro l’imposizione del velo e chi difende la ‘scelta’

“È il #MeToo delle molestie sui vestiti. Le voci di donne mediorientali che vivono in Occidente e che hanno dovuto indossare l'hijab, o lo indossano ancora, si stanno alzando. Affermano che il velo islamico non è un indumento banale e ancor meno una libertà per le donne”.

Monica Lanfranco

Da un giornale come #CharlieHebdo non ci si può aspettare nulla di meno, quindi il disegno a corredo del pezzo di Inna Shevchenko è assai esplicito: tre sagome femminili coperte dal velo che hanno, al posto del viso incorniciato dalla stoffa, delle vulve. L’ossessione per il corpo delle donne e per l’impatto che essa avrebbe sugli uomini nella visione fondamentalista islamica è palese, mentre meno evidente è l’assist che gli viene dalla corrente di pensiero multiculturalista, diffusa anche nel movimento femminista, che non solo sostiene che il velo è una scelta, ma che bolla come ‘islamofobica’ ogni critica. L’articolo dell’attivista, già leader delle Femen, mette al centro la campagna #LetUsTalk promossa da Masih Alinejad, scrittrice, giornalista e attivista laica iraniana, nota dal 2015 per il lancio della coraggiosa campagna mystealthyfreedom, autrice del libro tradotto in Italia Il vento fra i capelli. La mia lotta per la libertà nel moderno Iran.

“In Iran, mi è stato detto che se non avessi indossato l’hijab sarei stato espulso da scuola, imprigionata, frustata, picchiata ed espulsa dal mio paese, -scrive Alinejad-. In Occidente mi è stato detto che raccontare la mia storia provocherà islamofobia. Sono una donna del Medio Oriente e ho paura dell’ideologia islamica. Parliamo”. L’inizio della nuova campagna ha come spunto l’ennesimo caso di censura e conseguente ritrattazione delle critiche verso l’islam, ignorando l’attivismo laico delle donne sia nei paesi a maggioranza musulmana così come quelle che hanno dovuto lasciare i loro paesi perchè perseguitate, un copione già visto in tema di cancel culture e nell’aspro conflitto su altri temi divisivi, come il trasfemminismo, l’utero in affitto e la prostituzione. I fatti: il Canadian Medical Association Journal ha pubblicato in copertina una bambina che indossa l’hijab e il chirurgo pediatrico Sherif Emil scrive una lettera alla redazione dal titolo Non usate uno strumento di oppressione come simbolo di diversità e inclusione. “È diventato ‘liberale’ vedere l’hijab come un simbolo di diversità e inclusione, -annota il medico-. L’hijab, il niqab e il burka sono strumenti di oppressione per milioni di ragazze e donne in tutto il mondo a cui non è permesso fare una scelta”. Una posizione contro l’uso di una immagine assai criticabile esposta sulla più grande rivista medica canadese, dal momento che ritrae una bambina che non ha scelto di indossare il velo islamico. A stretto giro il Consiglio nazionale dei musulmani canadesi chiede l’immediata rimozione del testo dal sito web del giornale, ottenendone la cancellazione, con le scuse dell’editore per aver pubblicato le parole definite “erronee e offensive” del medico.Masih Alinejad ha reagito alla censura della lettera del medico twittando una sua foto d’infanzia con l’hijab, scatenando una valanga di reazioni simili: il suo tweet è piaciuto a più di 30.000 persone e l’hashtag #LetUsTalk ha iniziato a diffondersi.

“È il #MeToo delle molestie sui vestiti. Le voci di donne mediorientali che vivono in Occidente e che hanno dovuto indossare l’hijab, o lo indossano ancora, si stanno alzando. Affermano che il velo islamico non è un indumento banale e ancor meno una libertà per le donne. Sperando di essere ascoltato da certe femministe che ripetono come un mantra che il velo è una scelta”, così Inna Shevchenko nell’incipit dell’articolo su Charlie Hebdo.

Quando, nel 2006, a due anni dall’uscita di Senza velo – Donne nell’islam contro l’integralismo, Marea ospitò un seminario di due giorni dal titolo La libertà delle donne è civiltà, declinando la civiltà, in pieno dibattito sullo scontro tra culture, come imprescindibilmente connessa all’ottenimento dei diritti civili, politici e di cittadinanza per le donne la cosa che mi colpì maggiormente fu l’impossibilità, da parte di Sarvi, attivista iraniana che lavorava per una radio clandestina anti-regime di togliersi il velo, anche nel privato delle nostre cene casalinghe. Mi disse che per lei sarebbe stato troppo pericoloso, perché anche in Italia c’era chi controllava i movimenti dell’opposizione al regime, e il primo fattore di rischio era, per le attiviste, proprio lo svelarsi. Non si rischia la vita solo se accusate di critica al Corano (come nel caso del linciaggio della giovane afgana Farkhunda): per le donne anche mostrare il capo può significare morire, ancora oggi, in molte parti del globo.

L’obbligo di Sarvi mi parve una violenza insostenibile, un obbligo subdolo perché in apparenza lieve nella sua materialità, che invece grava pesante sul corpo come monito di sottomissione al patriarcato e alla fede religiosa, esplicitamente rivolto alle donne, sotto forma di un gentile, magari colorato, fazzoletto di stoffa. Gli uomini devono essere tenuti al riparo dal richiamo del desiderio, perché, è noto, le donne sono depositarie del varco verso l’inferno, e le chiome libere ne sono vergognosa allusione. Non si tratta di opinioni o soltanto di abbigliamento. Come ha riportato Giuliana Sgrena l’ideologia islamica trova il sostegno anche in Italia da parte della magistratura: a Perugia, a fine 2021, una sentenza ha archiviato la denuncia di una donna marocchina segregata in casa e obbligata alla copertura islamica da parte del marito, archiviazione motivata dal fatto che sia l’abbigliamento che l’imposizione maritale farebbero parte della sua ‘cultura’. All’inizio del 2022 la National Secular Society ha denunciato un ente di beneficenza islamico, la Utrujj Foundation, il cui sito web condona la violenza contro le donne da parte del marito. NSS ha denunciato l’organizzazione, registrata ufficialmente nella Charity Commission, perchè un articolo sul suo sito web afferma che un uomo “ha il permesso di colpire sua moglie come parte di ‘un processo’ per salvare il matrimonio”. L’articolo, intitolato Può un uomo picchiare sua moglie nell’Islam? è scritto da Haytham Tamim, fondatore di Utrujj e amministratore dell’ente di beneficenza.

Quando Sarvi se ne andò le dissi, nell’abbracciarla, che il mio più grande desiderio sarebbe stato, in un futuro incontro, quello di poterle vedere i capelli.

Per questo è commovente la risposta di Masih Alinejad nell’intervista sulla prima impressione provata una volta levato il velo: “Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano”.



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