Liberi di scegliere chi siamo: intervista a Björn Larsson

Parliamo con il celebre autore svedese della sua vita, dei suoi progetti e del suo ultimo libro pubblicato in Italia: “Nel nome del figlio”.

Roberto Rosano

Il Tour letterario di Micromega giunge in Svezia. Ad attenderci, Björn Larsson, docente di letteratura francese all’Università di Lund, filologo, traduttore e soprattutto uno degli autori svedesi più noti in Italia grazie alla casa editrice milanese Iperborea e a titoli di successo come La vera storia del pirata Long John Silver, Il Cerchio Celtico, Il porto dei sogni incrociati e altri. Parliamo della sua vita, dei suoi progetti e del suo ultimo libro pubblicato in Italia: Nel nome del figlio (Iperborea, 2021, pagg. 211, euro 16,50).

Professore Larsson, Lei di chi è figlio?
Sono figlio di me stesso in un certo senso. Quando mio padre è mancato, mia madre ha dovuto lavorare. Per questo ho dovuto costruire la mia vita da solo, più o meno. Dopo, verso i vent’anni, ho trovato qualche amico che è rimasto e mi ha permesso di andare avanti coltivando una certa fiducia in me stesso. Sono stati gli amici ad insegnarmi a credere in me stesso e nelle mie possibilità.

In che misura siamo liberi di scegliere chi siamo e cosa diventare?
Su questo tema ho appena finito di scrivere un libro. Sono quattrocentosessanta pagine scritte in inglese, ma sarà pubblicato in italiano nel febbraio 2024. In questo libro cerco di spiegare che abbiamo un margine di scelta che qualcuno potrebbe chiamare libertà. Io però ho un’idea di libertà un po’ diversa, condizionata dai filosofi che ho letto: non la libertà individuale di buttarsi o no dalla finestra, ma una libertà vissuta nell’interrelazione con l’altro. Quello che ci rende umani al di là della biologia, del sangue, è il potenziale, qualcosa che non ci è già dato dalla nascita, ma è in tutto quello che potremmo realizzare nonostante quello che ci è dato in partenza. Per questo dobbiamo lottare ed è questa la libertà. Se invece ci lasciamo prendere dal gioco del sangue, questa libertà di scelta si riduce drasticamente perché siamo portati a guardare al passato. A me interessa cosa posso diventare e non quello che sono diventato.

In questo libro Lei scrive che non bisogna riconoscersi completamente nei propri ricordi… Cosa intende?
Adesso si sono inventati un grande business basato sul desiderio delle persone di conoscere cosa sia nel nostro sangue, quali siano i nostri antenati. Una volta ho visto su Youtube il video di un attivista afroamericano che scopriva, grazie a questo test del dna, di avere il 15% di “sangue bianco”. È stato un colpo per lui. Ma dopo aver scoperto una porzione sconosciuta del suo passato, ha dovuto scegliere cosa tenere e cosa trascurare in base a quello che sentiva di essere, alla sua idea di sé stesso. Insomma, possiamo chiederci: cosa vogliamo di questo passato? Non dobbiamo prendere tutto.
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Per questo i suoi personaggi non hanno passato, non hanno famiglia?
Sì, ma non c’è una precisa volontà da parte mia. È stato una volta un mio lettore a farmelo notare e a chiedermi come mai. Io non ne avevo idea, non ci avevo mai pensato.

Ma è vero che i suoi personaggi sono anche individualisti?
Questo è il paradosso. È vero, ma nel prossimo libro insisto molto sull’idea che non siamo nulla senza gli altri. Dobbiamo chiederci però chi siano questi altri. Quando vado nel Salento con la famiglia di mia moglie, loro, circa una trentina, non vedono l’ora di riunirsi, per tutti i compleanni, persino per gli onomastici. Io non ho bisogno di questo tipo di riunioni, ho bisogno di un paio di persone con cui stare bene, ma non mi sento un lupo solitario per questo. Per loro il desiderio di solitudine, invece, non esiste. A volte, quando sono da loro, verso le sei di pomeriggio, dopo aver mangiato uno dei meravigliosi pranzetti preparati da mia suocera, mi ritiro sulla terrazza con un quaderno o un libro di fronte al mare. Mia moglie sa che ho quest’esigenza, ma mia suocera, ogni giorno, mi ripete: ma cosa fai lì da solo, non puoi stare con noi. Io ti preparo un bell’aperitivo… (ride)

È difficile rivendicare un po’ di solitudine nel Sud Italia… Ascolti, ma perché i sui libri piacciono tanto in Italia?
Me lo sono chiesto anch’io. Forse ho venduto qualche libro in più solo in Germania, ma questo vale per due o tre libri. Per il resto è in Italia il mio pubblico più numeroso. Forse io porto qualcosa che manca. Forse molti italiani inconsciamente sentono il bisogno dei miei personaggi…

Sì, non abbiamo molti personaggi di questo tipo da noi… Avventurieri spericolati… I nostri personaggi “tengono famiglia”, in massima parte…
Mi viene in mente Cristo si è fermato ad Eboli. Il bellissimo romanzo di un uomo italiano che in esilio ha dovuto fare i conti con la solitudine, ma non riesce ad essere felice in questa sua condizione. Neanche per un’ora o due. Io invece trovo sia molto bello stare un po’ soli, a volte.

Ma Lei mi dà l’impressione di non credere anche ad altre cose che possano determinare la vita: il destino, per esempio. Non mi sembra un fatalista.
Credere o non credere in qualcosa non fa davvero la differenza: le cose tanto capitano comunque.

Si considera un tipo coi piedi per terra, un realista?
Diciamo che per me conta, più di tutto, la capacità di distinguere tra realtà e immaginazione. Non bisognerebbe fare confusione. Per questo personaggi come Trump e Johnson sono pericolosi, giocano con le fantasie, con gli incubi, con l’immaginazione. Creano disordine.

È probabile che suo padre sia morto per salvare altre persone in un naufragio. Un figlio prova orgoglio o risentimento in casi simili?
Ho provato orgoglio per ciò che riguarda la possibilità che mio padre fosse un eroe, ma anche risentimento perché il suo coraggio potrebbe avermi sottratto il diritto di avere un padre. La possibilità c’è, ma non ho voluto ricamare su questa possibilità. Non mi sembrava opportuno trattandosi di fatti davvero accaduti. Mentre in un romanzo posso sviluppare tutte le possibilità che mi vengono in mente…

Ma è vero che in Svezia ci sono più di settanta modi per dire “se le cose fossero andate diversamente”. Tenete molto alla possibilità voi svedesi…
La Svezia è un Paese senza passato. Fino agli inizi del ‘900, era poverissima e la corte reale parlava francese. L’Accademia di Svezia è stata costruita sul modello di quella francese. Il re Bernadotte era un francese. Intorno alla corte non c’era granché. E poi, i vichinghi non scrivevano. Ci hanno lasciato una mitologia, ma nulla di scritto. Abbiamo avuto secoli di nulla o quasi, tranne la natura. Quando facciamo una riforma, siamo molto decisi, quasi massimalisti, e poi cominciamo i passi indietro. In Italia avete duemila anni di passato: avete una grande ricchezza, ma anche un fardello un po’ pesante, che a volte vi impedisce di andare avanti.

Il suo Paese fa parte della “cintura dei superalcolici”? Si è mai spiegato il perché?
L’alcol forte, l’acquavite, la vodka si traggono dalla patate, dunque si potevano già produrre da noi. Ho scoperto che i sindacati, quando i socialdemocratici hanno preso il potere, hanno cercato di regolare l’uso degli alcolici che stava diventando una autentica piaga sociale. Oggi in Svezia si beve solo nei weekend, non in settimana. Da anni la Svezia cerca di aumentare le tasse sui superalcolici a vantaggio del vino per incrementare il consumo del vino nei pasti. Io dico spesso, scherzando, che francesi e italiani sono sempre un po’ ubriachi, mentre noi lo siamo solo di sabato e di domenica.

Lei ha raccontato di aver perso la sua innocenza quando sua madre le ha fatto capire che non si poteva dire tutto quello che si pensa. Ci racconta?
Sì, fu una volta che riferirono a mia madre di avermi sentito dire che non ero triste per la morte di mio padre. Era la verità ma, quando vidi mia madre così devastata, in lacrime, chiedermi: è vero? Lo hai detto davvero? Capii due cose: che non si poteva dire tutto e che non tutti sono buoni. Io lo avevo detto ingenuamente ad un mio amichetto, lui lo aveva riferito alla madre. Nel giro di un solo pomeriggio, gli adulti fecero in modo di fare arrivare a mia madre quella voce. Questo episodio è stato più significativo nella mia vita della perdita di mio padre che, di fatto, non conoscevo.

Lei ha dei ricordi piccoli, insignificanti, ma indelebili?
Sì, quando ho sentito Edith Piaf cantare Milord nel salotto della nonna. Ricordo ancora il pulviscolo che volava qua e là su quelle note, la luce che filtrava dalla finestra. Forse è nata lì la mia passione per la cultura francese…

Lei viene dalla provincia, che è un po’ una categoria dello spirito. Quando pensa di averla abbandonata se l’ha davvero abbandonata?
Quando ho vinto una borsa di studio per andare in Arizona. Ricordo quando sono arrivato all’aeroporto di Phoenix e sono andato a mangiare messicano. Quelle salse mi sembrarono un nuovo mondo. Lo erano.

Nella sua vita c’è come un filo che passa sopra e sotto il mare. Nei suoi libri ci sono tante barche, tante vele, tanto mare, ma anche tantissime pietre, tantissimo sottosuolo.
Io volevo fare il geologo. Per questo mi hanno spedito in Arizona: per studiare le pietre.

E perché poi ha cambiato strada?
Ho scoperto che i geologi devono studiare tanta matematica e tanta chimica. Allora mi sono orientato verso l’oceanografia. Io volevo essere Folco Quilici, ma poi ho capito che non era facile. Ma penso che tutto dipenda dal sogno della scoperta, di un minerale, di una pietra, di ciò che è al di là dell’orizzonte. Andare a scavare, trovare. Forse questo avevo in comune con mio padre, sommozzatore.

Ma alla fine dei conti, cos’è il sangue per Lei?
Una ricchezza, ma non un’esigenza. A volte mia suocera, Longina, mi dice che i figli devono rispettare i genitori. Ed io: e se i genitori sono dei narcotrafficanti, mafiosi, stupratori?

E lei?
Cambia discorso. Questa cosa della famiglia, dei genitori, per lei è troppo importante. Non è disposta a metterla in discussione.

Ci racconta quali sono le sue abitudini di scrittura?
Se devo scrivere qualcosa, l’ideale per me è dormire solo e svegliarmi solo, altrimenti sono disturbato dalle chiacchiere di prima mattina, dalla colazione… Scrivo fino alle 10, 11 e poi arriva il mondo. Hemingway ha spiegato molto bene questa cosa: quando la mente è fresca, nelle prime ore del giorno, è più facile lavorare. Poi si può leggere, correggere, rileggere, ma non inventare una storia.

Come scrive: al computer, a penna, con la macchina da scrivere?
La prima versione a matita (mi mostra un quaderno interamente trascritto con una grafia minuta ed ordinata). Io ho avuto presto una macchina da scrivere ed ero velocissimo, ma è fondamentale per me il ritmo originario della matita. Scrivere su una tastiera ha un altro ritmo, un altro suono. Non riesco, a meno che non si tratti di un saggio.

E dopo aver scritto a matita?
Dopo aver scritto una ventina di pagine, ricopio al computer. Poi prendo una gomma e cancello la prima versione a matita. Su questo moleskine ho scritto anche libri di seicento pagine, cancellando e riscrivendo.

Questa rivista si chiama “MicroMega”, da un racconto filosofico di Voltaire in cui si scopre che l’essenza delle cose è in una pagina bianca, tutta da riempire… Lei quali parole scriverebbe su questa pagina?
Scriverei quello che disse una volta uno scrittore norvegese, Jens Bjørneboe, autore di una bellissima e durissima trilogia, Storia della Bestialità: “scrivi sempre come se le tue parole potessero essere usate contro di te”. La scrittura è una sfida. Ci vuole coraggio. Non possiamo pensare soltanto a scrivere il libro di successo.

 

CREDIT FOTO Wikipedia | Esby (talk) 22:04, 3 June 2010 (UTC)



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