La libertà (anche editoriale) è partecipazione

L'informazione oggi sembra schiacciata fra l'arroganza di pochi enormi gruppi editoriali che non esitano a eliminare le voci dissonanti al proprio interno e l'indistinto mondo delle fake news. Ma grazie a lettori (o ascoltatori) attenti e soprattutto partecipi una virtuosa "terza via" è possibile.

Alessandro Gilioli

Il luogo comune vuole che la crisi di copie dei giornali coincida con la fine del cosiddetto “gatekeeping”, cioè del potere di selezione, filtro, enfatizzazione o minimizzazione e magari anche censura delle informazioni e delle opinioni da parte dei proprietari dei giornali stessi, gli editori.

Questa opinione ormai prevalente rischia tuttavia di essere un po’ frettolosa e forse fin troppo ottimista. Si dà per scontato che nell’era della comunicazione diffusa e dei social network la produzione industriale di contenuti mediatici non abbia più un peso significativo, non influenzi l’opinione pubblica e non sia più uno strumento di influenza, di potere, di intreccio economico e politico o semplicemente di ricatto, come era stato nei decenni passati.

A mettere in dubbio questa certezza forse basterebbe il recente acquisto dell’ex gruppo Espresso – ora Gedi – da parte della famiglia Elkann: dato che economicamente l’editoria è un business in declino  – che non produce profitti se non in rarissimi e isolati casi – perché Fca si è presa Repubblica, L’Espresso e una coda di testate locali capillarmente diffusa sul territorio? E per uscire dal cortile di casa, si può ipotizzare che il capo di Amazon Jeff Bezos abbia acquistato la Washington Post non soltanto per prestigio o  divertimento?

Ma per dare una risposta meno superficiale, occorre provare a guardare i dati di realtà forniti dall complesso del sistema informativo  – e quindi della dieta mediatica dei cittadini – nell’interazione tra giornali/siti di informazione (quindi redazioni), tivù e radio (ancora redazioni) e social media (“grassroot journalism”, per usare un’espressione diventata di moda dieci anni fa e già rapidamente tramontata). Questa analisi ci permetterebbe di vedere facilmente come il sistema dei vasi comunicanti fra le tre realtà di cui sopra produce – se non una vera e propria egemonia culturale quotidiana –  quanto meno un pensiero prevalente sulla selezione, sul filtraggio e sulla interpretazione delle notizie, quindi un pensiero facilmente incline al conformismo e all’emulazione interna verso i “capibranco”, cioè appunto le maggiori testate.

Nulla di nuovo, s’intende: già quarant’anni fa Giovanni Cesareo aveva identificato questo meccanismo nel suo libro “Fa Notizia” (1981) che meriterebbe di essere sempre riletto. La novità, semmai, è il fatto che la dinamica ha subìto solo un breve scossone dopo la nascita e l’affermazione dei contenuti generati dagli utenti (gli “user generated contents” altra espressione molto di moda dieci anni fa e già finita nel grande dimenticatoio 2.0).

In realtà, molto presto, anche l’informazione circolante sui social ha finito per ricascare nel flusso deciso dai “capibranco”,  in una condivisione che ne subisce il conformismo e riducendosi ad avere come unica  alternativa il magico mondo delle fake news grottesche, del terrapiattismo pseudogiornalistico e dei suoi effetti deteriori come QAnon. Tanto che espressioni clickbaiting che fino a pochi anni fa  erano talmente in voga da diventare slogan di marketing editoriale da stampare su copertine di libri – come ad esempio “quello che non vogliono farti sapere”, “tutto quello che sai è falso”- oggi strappano più che altro satira e lazzi d’irrisione.

In questo contesto, per paradosso, in Italia siamo infelicemente tornati agli anni Cinquanta, quando il panorama editoriale era dominato da poche testate e da una sola rete televisiva di Stato – e il conformismo mediatico era di evidenza solare. La differenza, rispetto ad allora, è solo che oggi invece non è affatto evidente, anzi è surrettizio, benché sia palese l’arroganza dei grandi gruppi editoriali verso le voci dissonanti, che – se si trovano al loro interno  – provvedono a eliminare.

A chi non vuole arrendersi a questo panorama non restano molti spazi, ma questi tuttavia esistono. Chi scrive ha avuto la possibilità – o forse il lusso – di potersi sottrarre al meccanismo grazie all’esistenza di un soggetto editoriale unico in Italia come Radio Popolare, che alcuni decenni fa ha inventato nel nostro Paese quello che oggi viene chiamato crowdfunding, cioè un sistema di sostegno economico da parte degli ascoltatori abbonati, azionisti e tesserati. Gli abbonamenti e le altre forme di sostegno collettivo, insieme a uno statuto e a una governance che consentono ai lavoratori della radio di essere proprietari della testata senza il rischio di scalate esterne, garantiscono a Radio Popolare la possibilità di fare informazione – tra i pochissimi casi in Italia – senza intrecci e senza conflitti d’interessi, insomma di essere presidio di libertà e di democrazia.

Non sono quindi tempi bellissimi per la pluralità reale di voci, nel Paese. Ma allo stesso tempo è appassionante la possibilità di coinvolgere in questa sfida “lettori-partecipi” – o “ascoltatori partecipi” che comprendono quanto sono preziose per tutta la società le testate emancipate da un grande editore in conflitto d’interessi. E sostengono collettivamente queste testate.  Per Radio Popolare – così come per MicroMega, Valigia Blu e speriamo presto anche altre realtà – libertà  è sempre di più partecipazione.

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