Libertà per Boris Kagarlitsky e tutti i prigionieri politici russi

È sconcertante il silenzio e l’indifferenza mostrati dalla sinistra italiana verso chi, in Russia, si oppone alla guerra di Putin e paga prezzi altissimi per questo. Silenzio che si è interrotto solo per un nome che non poteva essere ignorato, quello di Boris Kagarlitsky, sociologo e intellettuale marxista il cui arresto, a differenza di quanto avvenuto per le altre vittime della repressione di Putin, ha suscitato reazioni anche da parte della sinistra italiana.

Germano Monti

Quando infuriava la guerra in Vietnam ero molto giovane, ma ricordo bene quanto fossero potenti le immagini delle proteste negli U.S.A. contro il proprio governo e per il ritiro delle truppe statunitensi. Le televisioni mandavano servizi sulle manifestazioni degli studenti e degli afroamericani, tutti i media riportavano le dichiarazioni e le prese di posizione di personaggi famosi, musicisti come Bob Dylan e Joan Baez, attori come Jane Fonda, atleti come Cassius Clay, per citare solo i nomi che mi tornano alla mente con più forza. Penso all’emozione che mi suscitava – e mi suscita ancora – l’ascolto di “Chicago”, la canzone di Graham Nash cantata insieme a Crosby, Stills e Young, che parlava della rivolta del ’68 a Chicago in occasione della convention democratica per scegliere il candidato alla presidenza (erano stati uccisi da poco Martin Luther King e Bob Kennedy). La protesta chiedeva la fine della guerra in Vietnam ma, dietro ordine del sindaco democratico della città, la polizia represse con molta violenza le manifestazioni cui partecipavano studenti, attivisti del Black Panthers Party, giovani disoccupati e quelli che allora venivano chiamati “Hippies”.
Il movimento contro la guerra negli Stati Uniti giocò un ruolo importante nella decisione del Presidente Gerald Ford di porre fine, nell’aprile del 1975, al conflitto che durava da venti anni. A quel movimento si ispiravano tutti quelli che, in Europa e nel resto del mondo, si mobilitavano per la pace. Oggi, invece, assistiamo ad un atteggiamento sostanzialmente passivo dei movimenti nei confronti di un’altra guerra di invasione, quella condotta dalla Russia di Putin nei confronti dell’Ucraina e, di conseguenza, ad uno scarso interesse verso i Russi che si oppongono alla guerra.

È un dato di fatto che nel nostro Paese l’opinione largamente maggioritaria dei dirigenti e degli attivisti di sinistra e pacifisti sia che la prima responsabilità della guerra sia dell’Occidente, degli Stati Uniti e della NATO. Infatti, dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio dello scorso anno, sono state promosse da “sinistra” un’infinità di manifestazioni contro la NATO e l’Unione Europea, mentre a protestare all’ambasciata russa non c’è andato quasi nessuno, se si escludono le manifestazioni della comunità ucraina e un paio di adunate atlantiste, peraltro ben poco partecipate. L’aspetto più sconcertante, però, è costituito dal silenzio e dall’indifferenza mostrati verso chi, in Russia, si oppone alla guerra di Putin e paga prezzi altissimi per questo. Si parla di centinaia di persone imprigionate e condannate a lunghe pene detentive, fra giornalisti, intellettuali e attivisti di sinistra, senza dimenticare le decine di migliaia di cittadini comuni sottoposti a varie vessazioni per le manifestazioni a Mosca, San Pietroburgo ed altre città nei giorni successivi all’inizio della guerra, parola che – è bene ricordarlo – in Russia non si può nemmeno pronunciare, se non si vuole rischiare una condanna fino a quindici anni di carcere.
I giornalisti e gli intellettuali russi che ne hanno avuto la possibilità hanno scelto la via dell’esilio, il solo modo che permette loro di continuare ad informare il mondo su quello che avviene nel loro Paese. Altri hanno scelto di non partire e di tentare di far sentire la propria voce dall’interno, sfidando la repressione. Il numero esatto delle persone incarcerate per essersi opposte alla guerra non si conosce, anche perché in Russia sono state messe fuori legge le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti umani, a partire da Amnesty International, i cui uffici sono stati chiusi l’8 aprile 2022, e Human Rights Watch. Fra i pochi prigionieri di cui si sa qualcosa, oltre ad Alexey Navalny, c’è il giornalista Vladimir Kara Murza, condannato a venticinque anni di reclusione, mentre della maggior parte si ignora anche il nome.
Un nome che non poteva essere ignorato è quello di Boris Kagarlitsky, sociologo e intellettuale marxista che, prima di essere arrestato il 26 luglio scorso, aveva conosciuto carcere e repressione sia quando esisteva ancora l’Unione Sovietica, sia all’epoca di Boris Eltsin. A differenza di quanto avvenuto per le altre vittime della repressione di Putin, l’arresto di Kagarlitsky ha suscitato reazioni anche da parte della sinistra italiana. Un appello per la sua liberazione promosso subito dopo il suo arresto è stato sottoscritto da un centinaio di esponenti della sinistra politica e intellettuale,  purtroppo senza alcuna iniziativa conseguente, mentre all’estero si sono tenute manifestazioni alle sedi di rappresentanza russe in diverse città, fra cui in Germania a Berlino, Monaco e Brema, in Francia a Parigi, in Spagna a Valencia, in Svizzera a Berna, in Polonia a Varsavia, in Argentina a Buenos Aires, in Armenia a Erevan, in Georgia a Tbilisi e in Israele ad Haifa.
Mentre scrivo, mi arriva la notizia che il tribunale di Syktyvkar ha prorogato per altri due mesi la detenzione preventiva per Kagarlitsky, come avviene abitualmente nei confronti delle persone arrestate per essersi espresse contro la guerra.
Per rendere più concreta e visibile anche in Italia la solidarietà con Kagarlitsky e i prigionieri politici russi, sulla base dell’appello internazionale sottoscritto, fra gli altri, da Jea.Luc Melenchon, Jeremy Corbyn, Ken Loach e Naomi Klein è stata convocata una manifestazione all’ambasciata russa a Roma per giovedì 28 settembre alle 17.30.



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