“Libertà per l’Ucraina, libertà per i popoli della Federazione Russa”. In piazza il 5 novembre!

Pubblichiamo alcune delle motivazioni con cui personalità e collettivi stanno aderendo all'appello di MicroMega per la manifestazione del 5 novembre. Fra questi Andrea Gullotta, Presidente della sezione italiana di Memorial - Premio Nobel per la pace 2022, lo storico germanista Brunello Mantelli, il Comitato Stop alla Guerra in Ucraina, il sociologo russo Alexander Bikbov e l'attore Paolo Hendel. Ecco le loro ragioni.

Redazione

Si avvicina la manifestazione del 5 novembre per il cessate il fuoco in Ucraina, organizzata da centinaia di realtà dell’associazionismo. MicroMega ha aderito scrivendo un appello intitolato “Pace subito, solidarietà con l’Ucraina, Putin go home!”. Ecco alcune delle motivazioni ricevute con cui personalità del mondo della cultura e dell’attivismo hanno deciso di firmarlo.

Il Comitato Stop alla Guerra in Ucraina, che il 7 ottobre scorso ha organizzato la prima manifestazione davanti all’ambasciata russa in Italia dall’inizio della guerra, ha scritto: “Aderiamo all’appello di MicroMega perché lo riteniamo coerente con gli obiettivi della manifestazione del prossimo 5 novembre e perché siamo convinti che non possa esistere pace senza giustizia. Pace e giustizia, per arrestare l’escalation militare e per affermare il diritto internazionale e il diritto all’autodeterminazione dei popoli, contro ogni imperialismo e contro ogni oppressione.”

Andrea Gullotta, Presidente di Memorial Italia, sezione nazionale dell’associazione Memorial che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace 2022: “Firmo convintamente questo appello che ricorda bene chi sia l’aggressore e chi la vittima, e che la pace può esistere solo quando la Russia abbandonerà le terre che ha conquistato illegalmente in questi mesi di violenta guerra e nel 2014. Se si vuole la pace bisogna sostenere il popolo ucraino e i russi repressi in patria perché anelano alla libertà e al rispetto dei diritti umani e civili.”

Il sociologo e dissidente russo Alexander Bikbov: “Cessare il fuoco è una esigenza fondamentale, ma più adatta ai uffici diplomatici che a un’espressione di società civile su piazza. Il movimento di piazza dovrebbe portare una causa più fondamentale, espressa in maniera più decisa. Non siamo di fronte a una guerra tra due Paesi e due forze armate, su lati opposti della frontiera. La società ucraina difende la sua indipendenza, su un territorio invaso. In una simile situazione, la cessazione del fuoco ha una seconda condizione collegata e ineliminabile: il ritiro delle forze armate dell’invasore. Il neutralismo dello slogan “Cessate il fuoco” della manifestazione del 5 novembre cerca di riconciliare e riunire i portatori di visioni discordanti su questa guerra e sulla sua soluzione possibile. Ma questo stesso neutralismo rischia di lasciare spazio a una motivazione puramente strumentale dietro il pacifismo: stabilire la pace per bloccare i prezzi del gas, calmare Putin affinché i missili nucleari non mirino sulle capitali europee. Tutto questo è legittimo, ma non sufficiente per quanto riguarda la solidarietà civile, né per sperare in una fine della guerra. Tutte e tutti quelli che ricordano che questa è già la seconda guerra ucraina (e non la prima della NATO contro la Russia) sanno che nel 2014, con l’annessione della Crimea, il governo russo aveva già realizzato una pretesa esplicita di espansione territoriale. La semplice cessazione del fuoco mantenendo l’occupazione del territorio ucraino sarebbe una promessa di nuova guerra. I politici e i diplomatici tentano di costruire un fragile equilibrio, ma i cittadini devono assicurarsi che questa tattica non sposti semplicemente a domani il problema di oggi. Siamo in un momento drammatico e dobbiamo abituarci di nuovo a pensare al futuro. Rivendicare il ritiro delle forze armate russe dall’Ucraina è vitale, anche per i russi che muoiono. Questa rivendicazione deve essere espressa con decisione: i compiti tattici del momento non possono oscurare l’obiettivo strategico della pace a lungo termine”.

Questa invece l’adesione di Paolo Hendel: “Una cinquantina di anni fa riempivamo le piazze di tutto il mondo al grido di “Yankee go home” contro la guerra degli Stati Uniti in Vietnam. Da allora ad ora cosa è cambiato? Tutto. Ma oggi c’è un’altra guerra d’aggressione di un’altra superpotenza, stavolta la Russia, contro uno Stato sovrano, l’Ucraina. Al di là delle opinioni che si possono avere sulla democrazia ucraina e sul suo Presidente Zelensky, penso non sia accettabile una posizione di equidistanza tra aggredito e aggressore. Non so come si dica ‘Putin go home’ in russo ma non sarebbe male se qualcuno ce lo insegnasse in modo da poterlo gridare in piazza il 5 di novembre” (“Putin go home!” in russo si dice “Путин, убирайся домой!”, “Putin, ubirajsja domoj!”, n.d.r.).

Roberto Carlini ha firmato l’appello con queste ragioni: “Aderisco pienamente alle considerazioni di MicroMega (che ringrazio vivamente, tra le altre cose, per aver voluto sottolineare alcune tra le cose più sottovalutate e meno citate come il memorandum di Budapest) e mi auguro che riesca ad avere la più ampia diffusione anche nell’ottica di una maggiore considerazione del diritto internazionale e delle risoluzioni e degli atti dell’ONU e della Corte Penale Internazionale.” mentre Marco Tullio Liuzza scrive: “Aderisco a questo appello, perché sono convinto che il vero pacifismo consista nel chiedere all’aggressore di fermarsi e di andarsene. Aderisco perché sono antifascista e non posso non scorgere nell’agenda putiniana la stessa protervia nazionalista e imperialista dei regimi fascisti del ‘900. Aderisco perché sono antifascista e vedo nella resistenza del popolo ucraino lo stesso desiderio di libertà che animava i nostri partigiani. Aderisco perché non possiamo rassegnarci agli orrori a cui la furia nazionalista putiniana ci sta abituando. ¡No pasarán! Putin go home!”.

Infine, lo storico germanista Brunello Mantelli scrive: “Aderisco convintamente all’appello “Putin go home!” in vista della manifestazione del 5 novembre. Sono sufficientemente vecchio da ricordare le mille manifestazioni “Yankee go home!” fatte al tempo dell’intervento statunitense in Viet Nam, e francamente non comprendo le remore di troppi a parlar chiaro. Le forze armate della Federazione Russa se ne devono andare dal territorio ucraino, punto e basta. Chi grida solo “Pace” e non invece “Pace nella giustizia e nella libertà” mi ricorda il Marcel Déat che il 4 maggio 1939 scriveva su “Une de L’Oeuvre” l’articolo, sedicente pacifista, “Mourir pour Dantzig?. Sappiamo bene che fine abbia poi fatto Marcel Déat: collaborazionista coi nazisti e ministro con Pétain. Putin non è la Russia, tanto meno rappresenta i popoli della Russia. Che le ambizioni reazionarie, neoimperiali, neozariste di Putin siano sconfitte è interesse non solo dell’Ucraina e dei suoi cittadini, non solo degli Europei tutti, non solo dell’Occidente, ma degli stessi cittadini della Federazione Russa, che non meritano di certo di vivere in uno Stato di polizia clericofascista. Libertà per l’Ucraina, libertà per i popoli della Federazione Russa. Putin go home! è premessa indispensabile perché le Russie possano riprendere il posto che meritano tra i popoli e gli Stati dell’Europa.”

CREDITI FOTO: Matti Karstedt | Pexels



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