Libertà, quante sciocchezze si dicono in tuo nome

Mauro Barberis

Dall’inizio della pandemia sono in tanti a denunciare violazioni inaudite della nostra libertà: dai no-vax ai populisti, dai negazionisti al centrodestra, o alla destra-destra che i sondaggi danno per maggioritaria. Nei giorni scorsi, Confindustria ha lasciato trapelare un favore per il Green pass, addirittura come condizione per lavorare, che ha spiazzato i “liberali” improvvisati e ha lasciato interdetti i sindacati. Infine, il governo ha approvato un decreto-legge che fa del Green pass la condizione per l’esercizio di alcuni diritti fondamentali. Non staremo davvero andando, come dice Giorgia Meloni, verso una dittatura orwelliana?

Cominciamo a sgombrare il campo dagli equivoci. La libertà, in particolare la libertà personale, perché è di questa che si sta parlando, non è mai stata il diritto di fare quel che si vuole: meno che mai per i tradizionalisti e i reazionari che oggi se ne fingono paladini. Concezioni negative o liberali si affermano solo di recente, nelle carte dei diritti, facendo della libertà la regola, e dei limiti l’eccezione. Ma la nostra stessa Costituzione, che la riconosce come il primo dei diritti, traccia dei limiti alla libertà sin dall’art. 13, e poi in altre parti del testo.

In particolare l’art. 32, riconosciuta la salute come diritto del singolo e interesse della collettività, stabilisce che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Di regola, cioè, ognuno ha il diritto di scegliersi liberamente i propri trattamenti sanitari, sia pure, in Italia, a spese dello Stato, ossia di tutti i contribuenti onesti. Quando la libera scelta individuale potrebbe provocare la malattia o la morte altrui, però, lo Stato ha il diritto/dovere di stabilire obblighi di vaccinazione: e sia pure per legge – in caso di necessità e urgenza, per decreto legge – così che il Parlamento possa controllarne i presupposti.

È l’ABC del diritto costituzionale e del buonsenso, e quasi mi vergogno a doverlo ricordare. Eppure questo ABC non pare condiviso dai tanti politici che mirano solo a rastrellare i voti degli scontenti e degli ignoranti. Certo, la libertà e la salute sono diritti così personali, e così delicati, che il legislatore serio non fa mai prevalere l’uno o l’altro assolutamente, bensì cerca di bilanciarli, come dicono i costituzionalisti. Ad esempio, non impone obblighi di vaccinazione – anche dove, come nel caso dei sanitari e degli insegnanti, sarebbero perfettamente ragionevoli – ma preferisce strategie meno dirette, e meno lesive della scelta individuale.

Il Green pass, come condizione per accedere ai locali pubblici e ad alcuni servizi essenziali, è una di queste strategie. Dati per persi i no-vax, i complottisti, i paranoici, il legislatore cerca così di convincere/costringere a vaccinarsi i riluttanti: i ni-vax, quelli che «ma il vaccino sarà abbastanza sicuro?», o semplicemente i free-riders, quanti pensano di non doversi vaccinare pure loro perché tanto lo faranno già tutti gli altri. In Francia, dove i riluttanti erano molti più che da noi, questa strategia sembra aver funzionato. Che altro dire, se non: speriamo che funzioni anche da noi?

Purché sia chiaro che solo su questo – sull’efficacia della strategia, sorta di cartellino giallo prima di passare al cartellino rosso dell’obbligo vaccinale vero e proprio – vale la pena discutere. Metterne in dubbio la legittimità costituzionale, invece, sostenendo che il Green pass violi la nostra libertà, è semplicemente ridicolo.



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