Libia, un voto per la rinascita

Dopo la Conferenza di Parigi si guarda alle elezioni del 24 dicembre, senza le ingerenze di Russia e Turchia. Ma il futuro del Paese è ancora incerto.

Maurizio Delli Santi

La Conferenza appena svoltasi Parigi ha cercato di porre un punto fermo sulle elezioni presidenziali e parlamentari del 24 dicembre. Queste dovrebbero rappresentare una svolta decisiva dopo il cessate il fuoco sottoscritto un anno fa dalle parti in conflitto, il governo di Tripoli, allora guidato da Fayez al Serraj, e l’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, che controlla la parte est del Paese. Ma se da una parte l’incontro di Parigi segna una fase importante dell’intesa consolidata fra Francia, Italia e Germania, dall’altra parte, se si guardano gli attuali scenari libici c’è ancora molto da fare per parlare di stabilità del paese.

La Libia ha visto recentemente gravi criticità nelle istituzioni politiche della transizione, sia per accuse di corruzione che per altre rilevanti divergenze anche sulla legge elettorale e sull’ipotesi di una riforma costituzionale. Uno degli elementi in discussione sarebbe l’articolo 12 della attuale legge elettorale che taglierebbe fuori dalle candidature chi ha ricoperto incarichi istituzionali fino agli ultimi tre mesi dalle elezioni. Altrettanto gravi sono poi le condizioni economiche e finanziarie, specie per effetto del collasso energetico sia della rete elettrica che di quella petrolifera, del ribasso dei salari e in generale della forte riduzione di oltre il 40% del Pil registratosi nel 2020, senza considerare il dato che su 7 milioni di abitanti oltre un milione di persone ha necessità di assistenza umanitaria.

Gli elementi di incertezza sono quindi riconducibili a cosa realmente potrà mettere d’accordo i vari attori libici, e soprattutto se le decisioni di Parigi riusciranno a superare le titubanze e le diverse posizioni del Consiglio presidenziale, del Governo, del Parlamento di Tobruk, dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli e della Commissione elettorale. E non vi è dubbio che un problema sarà ancora quello del ritiro effettivo delle forze turche e russe, perché Mosca e Ankara pur da opposti fronti potrebbero guardare non con molta convinzione il processo di riunificazione della Libia, atteso che dovrebbero così rinunciare alle loro rispettive basi in Cirenaica e Tripolitania.

Un altro elemento di incertezza è rappresentato dalla circostanza che a poco più di un mese dalle elezioni non si parli ancora di candidature ufficiali. Le ultime note di agenzia parlano solo di una formale candidatura annunciata alla Commissione elettorale da parte di Saif el Islam, il figlio di Gheddafi. In verità, il non più giovane rampollo, grazie anche a una intervista del New York Times, aveva già lanciato segnali per promuovere la sua candidatura negli ambienti degli ex gheddafiani e delle tribù berbere Qaddadfa. Benché sia stato raggiunto da una condanna a morte per genocidio da un tribunale libico e colpito da un mandato di cattura della corte penale internazionale, gli stessi appoggi che gli consentono di vivere in una villa nell’ovest del Paese ora potrebbero sostenerlo nelle prossime elezioni. Varie fonti hanno quindi riferito della discesa in campo del suo principale oppositore, il generale Khalifa Haftar, figura di cui si sa ormai abbastanza a partire dall’ “Operazione dignità” che dal 2014 lo ha portato all’attuale leadership su Cirenaica e Fezzan. Sul fronte dello schieramento di Haftar si parla anche della candidatura di Aquila Saleh, politico moderato e di formazione giuridica, già presidente del parlamento libico prima della crisi del 2014, ritenuto vicino all’Egitto e ben considerato a livello internazionale. Sul fronte opposto, c’è l’illustre candidato Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro della Libia dal 15 marzo 2021, appartenente a una delle famiglie più importanti di Misurata, cui non sono state risparmiate accuse su controversi rapporti economici con la Turchia e di corruzione nei confronti di alcuni delegati del Forum di Dialogo Politico che lo ha eletto.

Tra le altre candidature che si ritiene possano avere buone chances si parla dei moderati Ahmed Maitig, ex vicepresidente di Al Serraj, ritenuto anche buon mediatore nei rapporti con Haftar, di Fathi Bashaga, ex ministro dell’interno del governo Serraj, nonché di Khalid Almishri, attuale presidente dell’Alto Consiglio di Stato, ritenuto vicino alla Fratellanza musulmana, da cui però almeno formalmente si sarebbe allontanato.

In definitiva, qualunque saranno le figure degli eletti, l’assetto istituzionale della Libia richiederà necessariamente ancora la condizione di una larga rappresentanza delle varie componenti, anche all’interno dello stesso Consiglio presidenziale, non a caso individuato in una composizione collegiale. Ci sarà dunque ancora da fare per la stabilità del Paese: per i 7 milioni di libici ma anche per l’intero Mediterraneo e la sua sponda europea, il futuro della Libia è tutto da tracciare.

 

(credit foto ANSA/FILIPPO ATTILI )



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