I miei dodici libri “invisibili” del 2021

La “sporca dozzina” selezionata da MicroMega è lo spunto dal quale nasce questa panoramica tra altri 12 libri, “scelti fra i medio-piccoli-piccolissimi editori”.

Daniele Barbieri

Bella la «sporca dozzina» ovvero le letture che hanno accompagnato Micromega nell’anno 2021 dell’Era Comune (o d. C. se contate come i cristiani). Sono 12 libri che assai mi riconsolano – 3 li ho letti e consigliati, 2 persino regalati – proprio mentre fra Natale e Capodanno mi sgomento con le classifiche dei “giornaloni” tutte orientate a segnalare esclusivamente i soliti noti, meglio se noir, e/o i pompati dagli editori tritatutto. In particolare, nella saggistica sembra che in 52 settimane “il podio” sia riservato quasi solo a Vespa, all’aria fritta e di fretta (instant book) e ai Vip. Così mi è venuta una matta voglia di raccontare i miei 12 cartacei preferiti del 2021: rigorosamente anti-Vip cioè scritti da Not Important Person e scelti fra i medio-piccoli e piccolissimi editori. (Ovviamente non sono così settario da bocciare un bel libro solo perché è pubblicato da un grande editore ma di preferenza mi oriento sulle scelte delle piccole case editrici… e raramente vengo deluso).
Fuori i nomi? Add, Alegre, Artemide, Asterios, Becco Giallo, Carocci, Chiarelettere, Enciclopedia delle donne, Fandango, KappaVu, Il maestrale, Mursia, Paper First, Rubettino, Tamu.

A che titolo mi azzardo? Esclusivamente in quanto cartivoro-onnivoro che in un anno legge una cinquantina di libri o poco meno. Nella mia scelta qui sotto ho preferito la saggistica perchè credo che non di solo pane, trame, lotta e gioia (più forse vaccini) si viva ma che sia necessario approfondire e studiare.

1. A gennaio del 2021 avevo appena finito di leggere «Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo» (della Emi cioè Editrice missionaria italiana) di Nicoletta Dentico, esperta – anzi espertissima – di salute globale e cooperazione internazionale, quando l’editore Rubbettino ha spedito nelle librerie «Geopolitica della salute» (sottotitolo: «Covid-19, Oms e la sfida pandemica») scritto da Dentico con Eduardo Missoni, che è medico, docente e molto altro. Pagine che fanno chiarezza sull’Organizzazione Mondiale della Sanità e i “condizionamenti” che sempre più accompagnano il suo agire. L’invito è a non rassegnarsi: è possibile ridare autonomia politica all’Oms e dobbiamo farlo, con una certa fretta, perché costituisce il principale argine «per difendersi dalle nuove crisi sanitarie che già si prospettano all’orizzonte». All’epoca del Covid e delle sue mutazioni regnano pessimismo e ignoranze: la memoria ci ricorda che si può vincere… persino contro le lobby del tabacco. E allora tentiamo.

2. Quando due amiche, cioè Barbara Romagnoli e Marina Turi, mi dissero che stavano scrivendo un libro con protagonista Laura Conti, immaginando che fosse ancora viva e dialogasse con altre donne anche giovanissime, la mia prima reazione fu: «sono impazzite, è troppo difficile». Avevo torto. «Laura non c’è» (Fandango, sottotitolo «Dialoghi possibili con Laura Conti») è un libro riuscitissimo. Rende l’attualità politica di Laura Conti – se fosse viva avrebbe giusto cento anni – in modo splendido incrociando piccoli eventi immaginari con una resa efficace, credibile, intelligente del suo pensiero, di una vita intensa e dei molti, quasi tutti bellissimi, saggi, testi divulgativi e persino romanzi. Una splendida lettura per chiunque ami un po’ questa Terra e pensi valga la pena di impegnarsi per difenderla, tentando così di salvare… noi e le generazioni future. Quasi in contemporanea è stato pubblicato «La via di Laura Conti» – edito da Enciclopediadelledonne, con il sottotitolo «Ecologia, politica e cultura a servizio della democrazia» di Valeria Fieramonte. È una preziosa ricostruzione dei suoi scritti (soprattutto politici e scientifici) contestualizzati con passione e maestria. Un tassello importante alla riscoperta della “primavera ecologica italiana” che con Laura Conti vide protagonisti Giorgio Nebbia, Giulio Maccacaro, Dario Paccino e Lorenzo Tomatis: un pensiero verde, capace di scienza e ribellione, che oggi potrebbe fare da guida sia nell’agire quotidiano che nel necessario programmare un altro mondo possibile.

3. A marzo del 2021 esce «La Q di Qomplotto» ovvero «QAnon e dintorni: come le fantasie di complotto difendono il sistema» (Alegre edizioni) di Wu Ming 1: sono 592 pagine, eppure non annoiano per un attimo. Dopo un 2020 «di pandemia e narrazioni tossiche, e di circoli viziosi tra la prima e le seconde» finalmente qualcuno prova a mettere ordine. Wu Ming spiega che tra le definizioni più diffuse per QA ce n’erano 5 molto interessanti: «1. un gioco di realtà alternativa divenuto mostruoso; 2. un modello di business; 3. una setta che praticava forme di condizionamento mentale; 4. un movimento reazionario di massa che cercava di entrare nelle istituzioni; 5. una rete terroristica in potenza. Ed era diventato tutto ciò in soli tre anni». Il bolognese Wu Ming 1 qui racconta storie e riflette, senza stancare. Intorno a questo libro anche due paradossi: il primo è che in qualche modo Qanon si collega al protagonista e al “metodo” del primo romanzo del collettivo Wu Ming (ma all’epoca, nel 1999, si firmava ancora Luther Blissett) ovvero «Q»; il secondo paradosso è che quando i cosiddetti social cominciano a “censurare” (sul serio o per finta) i quanonisti ne vanno vittime anche le presentazioni – poche, causa Covid – di questo libro. Che comunque ha avuto un meritato successo.

4. «La storia diventa noiosa se è scritta in modo noioso […] La storia diventa inutile se non serve a rispondere alle domande che sorgono spontanee oggi per risolvere i grandi problemi». Massimiliano Lepratti e Giorgio Riolo dimostrano in «Un mondo di mondi» – pubblicato ad aprile 2021 da Asterios con il sottotitolo «L’avventura umana dalla scoperta dell’agricoltura alle crisi globali contemporanee» – che la storia è appassionante e utile. Le pagine scorrono piacevolmente con un occhio attento a «quattro fra i grandi problemi che attraversano il mondo oggi: sviluppo ineguale e disuguaglianza economica internazionale; problemi climatici e ambientali; condizione femminile; fenomeni migratori». Politica, cultura, economia per capire davvero la storia. Per dirla con Fernand Braudel servono tre tempi, quello breve della “politica”, il tempo medio dell’economia e il tempo lungo della «mentalità», intendendo «tutto ciò che contibuisce a creare la coscienza delle persone» e dunque – sintetizzano gli autori – anche «credenze popolari, pregiudizi» e le «concezioni religiose, politiche, artistiche, filosofiche, ecc». Potrebbe essere un ottimo libro di testo se in Italia esistesse una scuola pubblica calata nell’oggi, intelligente e con al centro l’idea di una vera cittadinanza. Peccato vero?

5. La mia quinta scelta non si spiega solo con una passione privata (il jazz). A maggio mi sono sorpreso scoprendo che Valerio Marchi pubblicava con Kappa Vu «John Coltrane: un amore supremo» – sottotitolo «Musica fra terra e cielo». La mia passione privata coincide però con la necessità di indagare sulla musica più importante del ‘900 ma anche con la difficile impresa di comprendere uno strano triangolo dove Africa e America si mescolano in nuove sonorità e canzoni per poi conquistare il mondo, intrecciandosi con una secolare (e non conclusa) repressione dei razzisti contro chi, fra gli oppressi, prende la parola per raccontare la verità e la bellezza. Il testo di Marchi è curioso: infatti il suo progetto teatrale-musicale (bloccato dal Covid) su Coltrane con il supporto del jazzista Francesco Bearzatti e dell’attrice Claudia Grimaz qui si accompagna a un’intervista immaginaria ma possibile (è una selezione e rimontaggio di tante interviste realizzate) a Trane. Completano il libretto la postfazione di Giampaolo Borghello e utili suggerimenti blibliografici. Sarebbe interessante ampliare il discorso ad altri libri (e fumetti) sul jazz: ma lo faremo un’altra volta.

6. Per i suoi quadri utilizzò sangue mestruale, capelli e avanzi di cibo; dipinse su vecchi giornali o tele improvvisate usando le dita invece di matite o pennelli. La sua non fu una scelta estetica d’avanguardia ma una dura necessità: la curda Zehra Dogan era in galera – condannata a 2 anni, 9 mesi e 12 giorni per un quadro accusato di “fiancheggiare il terrorismo” – e sottoposta a gravissime restrizioni. Eppure, riuscì a beffare i carcerieri, facendo poi uscire la maggior parte delle sue opere, esposte in mezzo mondo. Di questa donna straordinaria raccontano le immagini di «Prigione n° 5», curato da Elettra Stamboulis per Becco Giallo.
Con il precedente «Zehra Dogan» – edito da Paper First de «Il fatto quotidiano», di Francesca Nava e Creative Nomads Studio – è l’unico libro italiano che ha raccontato di questa artista e attivista straordinaria. Se oggi è libera e “famosa” non deve ringraziare l’Europa democratica che ha fatto finta di non vedere (come sempre quando si tratta del “comodo” tiranno che opprime la Turchia) cosa le accadeva ma l’impegno di alcuni artisti (su tutti Bansky) e di moltissimi oscuri militanti che hanno resa visibile la sua storia e mostrato i suoi disegni, ricordando che il nuovo fascismo di Erdogan tiene in carcere chiunque (curdo o turco) sia sgradito. In una lettera del 2018 dalla prigione Zehra Dogan scriveva: «Da donna che si ispira al movimento delle donne curde credo nel cambiamento, malgrado tutto. Queste politiche da vomito, banali e trite, arriveranno alla fine prima o poi. È allora che avverrà il grande risveglio dei popoli».

7. Accadde a Macerata, il 3 febbraio 2018, qualcosa di inedito per la scena politica italiana: un uomo sparò a caso per strada contro gente con la pelle nera e ferì 6 persone, alcune un modo grave. Non fu un atto dimostrativo: vennero ritrovati 17 bossoli e 14 frammenti di proiettili; colpi sparati ad “altezza d’uomo” e a distanza ravvicinata. L’aspirante killer si chiama Luca Traini, era un militante della Lega di Salvini. Il 26 marzo 2021 la Corte di cassazione ha confermato la condanna a 12 anni: strage aggravata dall’odio razziale.
La verità giudiziaria è dunque stabilita definitivamente ma per quasi tutti i media tradizionali e per gran parte dei “social” la questione era diversa. Soprattutto l’odio razziale venne tenuto fuori dalle analisi; per una minoranza (che però ebbe paura a dirlo apertamente) quel sanguinoso atto razzista fu giustificato.
La divaricazione fra sentenze e sentire diffuso sui tragici fatti di Macerata viene mostrata in «Un attentato “quasi terroristico”»: una ricerca collettiva (condotta da Guido Anselmi, Monica Colombo, Flavio Piccoli, Federico Pilati, Annalisa Frisina, Andrea Pogliano e Oscar Ricci con Marcello Maneri e Fabio Quassoli che hanno curato il volume) all’interno del progetto PRIN «Media e terrorismi». È uscito da Carocci – con il sottotitolo «Macerata 2018, il razzismo e la sfera pubblica al tempo dei social media» – ed è un documento impressionante. Nella prima sezione i fatti vengono inquadrati nella logica dei «rituali di riparazione» di una comunità e nella «reintermediazione dei social media» (dove subito emerge «il paradigma della bianchezza» che sovrasta il classico “buoni e cattivi” per precipitarci in un “noi” italiani contro gli “altri”). La seconda sezione è una minuziosa ricostruzione sull’interazione fra vecchi e nuovi media, su discorsi (e stereotipi) dominanti, sulle strategie per oscurare chi è fuori dal coro. Seguono il «racconto dei TG» e poi le notizie-spazzatura che giocarono un ruolo chiave nel calunniare la manifestazione antifascista e antirazzista di Macerata. L’ultima sezione si intitola: «Dalla parte del carnefice? I fatti di Macerata e la pervasività del discorso razzista nei media italiani». Chiudono il libro alcune utili schede e una bibliografia.
Più l’analisi è fredda e documentatissima tanto più emerge la conferma che per una certa opinione pubblica italiana – ben guidata dai grandi media – il terrorismo di destra e il razzismo organizzato  non esistono oppure vanno raccontati come (tragiche) barzellette: le scelte politiche di Traini furono annacquate (o ricondotte alle “solite” polemiche elettorali), il suo era il gesto di un folle, di un isolato e anzi «una vendetta» (certo deprecabile ma in fondo comprensibile) per la morte avvenuta, pochi giorni prima a Macerata, di una ragazza italiana per mano di un nigeriano: chi fossero Pamela Mastropietro, la vittima, e Innocent Oseghale, l’assassino, contò pochissimo perché quel che davvero importava è che lei fosse bianca e lui nero. Dunque, un ragionamento (collettivo) parallelo se non identico a quello (solitario) di Luca Traini: perciò dai discorsi dovevano sparire le altre vittime cioè le persone (nere) ferite dal “vendicatore” (bianco).

8. Che ci fa un romanzo in questo elenco? In primo luogo, il titolo, cioè «Tascabile indimenticabile» potrebbe essere una sintetica, verace recensione. In secondo luogo il romanzo (per Il Maestrale) dell’esordiente nuorese Angelo Mazza è il primo – che io sappia – in cui la voce narrante è il libro stesso. Ma se pensate a qualche dotta biobiblografia con erudite discussioni fra il protagonista e i suoi fratelli libri (o gli accademici che vivono nelle alte torri del sapere) vi sbagliate. Qui ci sono odori e puzzi, tenerezze e storiacce, puri pensieri ma anche le materialità più “volgari”.
Ecco l’inizio: «Premetto, vi racconterò tutto degli uomini, gli sputi alcolici e le mani avide e sozze, ma prima che vi facciate strane idee è meglio che vi dica una cosa: io sono un libro, ed è la mia storia che vi vorrei raccontare. Sia chiaro: non la storia per cui io sono libro ma quell’altra vissuta dopo che qualcuno mi diede alle stampe nel lontano 1921, in quel di Firenze, per i tipi di Bemporad». Il nostro eroe si fa chiamare «Tascabile»; chi legge con questo nome lo accoglie e viaggerà con lui lungo 50 anni circa.
Davvero è molto bravo Angelo Mazza ad alternare durezze e schifezze a momenti teneri o ironici. Come è abile a misurare il tempo, quando parlano i libri, con il metro del suo protagonista: dunque non ore o minuti ma righe, pagine… Per esempio: «siamo stati qui tanto di quel tempo» si lamenterà un libro «almeno cinquemilavirgoletrecento volte il tempo impiegato per leggermi».
Chiuso il libro io sono tornato all’inizio per rileggermi le 9 famose righe di Trilussa su una certa tartaruga: le ho capite più in profondità. Potenza di un «Tascabile indimenticabile» e non so bene dove mettere le virgolette.
Se vi state chiedendo “perché un solo romanzo” in quest’elenco vi rispondo con un quasi lapalissiano «perché i mesi sono 12». Se avessi la “tredicesima” avrei aggiunto «La muta» (Carbonio editore) di Aliya Whiteley.

9. «Voglio vivere in una società dove ad andare in galera siano i criminali di guerra non chi ha la coscienza e il coraggio di denunciarli o i giornalisti che ne rivelano la criminalità». Così Stefania Maurizi che alle ultime righe del suo libro «Il potere segreto. Perchè vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks» (Chiarelettere) aggiunge: «Oggi una società così autenticamente democratica non esiste. E nessuno la creerà per noi. Sta a noi combattere per arrivarci».
Un libro su Assange ma anche su Edward Snowden e Chelsea Manning. Sul potere invisibile e criminale. Su «l’abietta vigliaccheria dei media» (c’è chi si stupirà nel trovare fra loro Guardian e New York Times) come scrive Ken Loach nella prefazione. Sul rapimento di Abu Omar. Sulla Cia e sulla sua sorella maggiore (ma assai meno nominata) Nsa. Sulle continue, palesi bugie dei presidenti Usa, incluso Obama. Troverete anche una democrazia con «il guinzaglio corto» come sintetizza l’autrice a proposito dei 4189 cablo sull’Italia (e sul Vaticano) che nel 2011 lei recupera – non erano segreti – grazie al “sistema” indicato da Wikileaks: al governo c’era Berlusconi, il centrosinistra si opponeva (con l’interessante esclusione di Marco Minniti) alle guerre di Bush. Pagine da esporre all’ingresso di un ipotetico museo del servilismo italico.
Su Wikileaks i media mondiali non hanno taciuto, sarebbe stato impossibile. Ma hanno raccontato la storia a rovescio: reggendo il sacco alle inverosimili – e ci voleva poco a verificarne le falsità – accuse degli Usa, denunciando Julian Assange ora come «l’utile idiota» dei russi, ora come chi aiutava Trump contro la beata, anzi santa Hillary Clinton. Sorvolano i grandi media sulle infamie giuridiche dell’Inghilterra ma anche della Svezia (per una inverosimile vicenda di violenze sessuali) e dell’Ecuador che nel 2019 espelle Assange dall’ambasciata in cui era rifugiato perché il nuovo presidente Moreno vuole «riallineare» il suo Paese agli Usa; e sia dannato chi pensa ai 30 denari di Giuda scoprendo che «due mesi prima il Paese latinoamericano aveva ottenuto un prestito di 4,2 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale». In mezzo a tante infamie Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni unite contro la tortura, denuncia gravissime anomalie giuridiche contro Assange: i media lo rendono invisibile, i giudici inglesi quasi lo sbeffeggiano.
«Per la prima volta nella storia Wikileaks ha aperto uno squarcio profondo nel potere segreto, permettendo di accedere a enormi archivi che rivelano come agiscono i nostri governi quando, al riparo dagli sguardi, preparano guerre o commettono atrocità» riassume Maurizi. «Questo libro è un viaggio nella storia di Assange e della sua organizzazione attraverso quello che ho scoperto in oltre dieci anni di lavoro. Proprio perché non ho pagato il prezzo altissimo di Assange mi sento in dovere di raccontarlo e denunciarlo». Lo fa benissimo Stefania Maurizi, rendendo chiare vicende che il giornalismo di regime ha taciuto o incasinato (magari dopo essersi fatto bello con le rivelazioni di Wikileaks). «E’ un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo» scrive Ken Loach. Gli Usa vogliono Assange morto o impazzito e otterranno dai giudici inglesi la più immotivata delle estradizioni: una vendetta ma anche un ammonimento contro chiunque cerchi la verità sui crimini di Stato.

10. Cinque vie diverse ai confini alpini della nostra penisola: belle escursioni per chi ama muoversi anche sui sentieri meno agevoli. Le propone Alberto Di Monte che è geografo e appassionato camminatore ma anche animatore dell’Associazione Proletaria Escursionisti. E se questo “proletaria” – così fuori tempo direbbe qualcuno della sinistra snob – vi fa suonare un campanello d’allarme, avete ragione. Perché nel suo «Sentieri migranti. Tracce che calpestano il confine» (Mursia) Di Monte ci porta di continuo a fiancheggiare il flusso di migranti e profughi provenienti dai vari Sud del mondo che cercano di arrivare al ricco (soprattutto per rapine a mano armata in altrui continenti) Nord – che li rifiuta – sfuggendo da guerre, povertà e catastrofi climatiche che proprio da quel Nord sono perlopiù provocate.
Esseri umani quasi sempre senza nome i protagonisti. I luoghi dove camminano hanno in comune un simbolico quanto concreto confine. Che poi questi invisibili “camminino” è un modo di dire: a volte corrono (perché inseguiti), a volte giocano a rimpiattino – minimi avanzamenti, tragici arretramenti, complicati zig-zag e persino catastrofici ritorni al punto zero di partenza – e altre volte scompaiono così che sarà difficile capire se hanno raggiunto la meta o l’aldilà. Non sono arrampicate, escursioni, piccole avventure per chi ama hiking o trekking; purtroppo sono viaggi al bivio fra vita e morte. Esseri umani in uniforme, aiutati da congegni tecnologici sempre più sofisticati e costosi, danno la caccia ad altri umani: li bloccano, li feriscono, li arrestano, li separano dai loro cari, a volte li uccidono o li spingono in trappole (il freddo è un crudele avversario) dove moriranno.
Cinque percorsi dunque: Ventimiglia, Bardonecchia e Claviere, «la linea immaginaria che unisce i tre laghi tra Luino e Chiasso», il Brennero e il Carso.
Se mai avete sentito parlare dell’«obbligo di soccorso» (in terra come in mare o fra i monti) dimenticatelo: il ricco Nord considera criminali coloro che aiutano chi è in pericolo, questi alieni incomprensibili. Nell’ultima pagina Alberto Di Monte offre la sua semplice risposta: «I migranti sono puramente e semplicemente persone in cerca come le altre: non sono un pericolo, un problema o una questione […] Non dimentichiamo di diventare semplicemente umani»

11. Il romano Fabio Troncarelli – bella penna con le più eclettiche passioni – ha scritto (per Artemide editore) un libro quasi magico su «Il teatro delle ombre» ovvero «le scritture nascoste e le immagini invisibili in codici e mosaici tardo-antichi». La mia scelta più strana in codesta dozzina penso richiederebbe un’articolata spiegazione ma la difficoltà è insormontabile: senza mostrare le bellissime immagini e non potendo dilungarmi in citazioni… potrò solo accennare che nell’ostrica è cresciuta una gran perla. Ci si muove tra figure apotropaiche (che “servono” cioè ad allontanare influssi maligni), Boezio, papa Gregorio Magno, il clero africano, i barbari, l’Anticristo (molti credevano fosse nato nell’anno 493 o nel 496), draghi, la fine del mondo, i «delirantes», censure e autocensure, trompe-l’oeil, mostri dentro mostri, delfini da contrapporre alle “impure” balene, paradossi, «una miriade di esseri invisibili», messaggi cifrati … tutto ciò trova il suo cuore nello scontro fra papato, eresie e la Ravenna imperiale di Giustiniano e di Teodorica.
Il libro è dedicato ad Eusebio. Se pensate al famoso calciatore state sbagliando: anche qui si parla di un giocoliere, come fu l’afroportoghese, ma sconosciuto ai più e ancora enigmatico. Un abilissimo miniatore: «aveva un nome di origine greca ma era un Goto convertito al cattolicesimo». Eusebio si infilò in complotti e in misteri – con la stessa serietà di un lavoro saggistico Troncarelli potrebbe costruire un “giallo” storico – in un tempo di sanguinosi conflitti religiosi ma anche di fecondi «meticciati culturali». Nei mosaici Eusebio dispose «figure e parole dissimulate in modo da essere individuate solo da chi ha la chiave». Insomma, bisogna scovarle: magari «sulla testa dei personaggi rappresentati», fra i capelli o nei bordi dei mosaici; corpi e volti spesso incastrati – cioè nascosti – gli uni negli altri (oggi diremmo alla Escher) dentro i mosaici o gli studi preparatori. Molte di queste “ombre” furono ritrovate e censurate lungo una guerra che ai nostri tempi apparirebbe incomprensibile se Troncarelli non ci prendesse per mano guidandoci anche in sottigliezze teologiche e storiche. Su altre invece possiamo indagare a fondo usando le tecniche più avanzate, inclusi raggi ultravioletti.
Per dirvi quanto mi ha intrigato questo libro sappiate che presto correrò nella a me vicina Ravenna, di binocolo armato, a verificare ciò che nella copertina del libro è troppo decontestualizzato per convincermi del tutto, ovvero per avere sotto gli occhi che nel «corteo di Teodora» sia davvero visibile «un serpente che si snoda flessuosamente… dissimulato tra le pieghe della veste dell’uomo che sta accanto all’imperatrice».

12. Che mai sarà «Il pensiero bianco»? Non gira intorno alla questione l’autore, Lilian Thuram; il sottotitolo è esplicito: «Non si nasce bianchi, lo si diventa». Lo dimostra partendo dalle carte geografiche (all’interno della copertina) e poi intrecciando storia e vita quotidiana.
«Attenzione: quando vi parlano di Cristoforo Colombo visualizzate il momento del suo arrivo. Siete con lui sulla nave o sulla spiaggia con gli amerindi?». Mettersi nei panni degli altri è il primo passo per rivoluzionare la mente. Per dirla con i Sioux: «O Grande Spirito impediscimi di giudicare un uomo finché non avrò camminato tre lune nelle sue scarpe». Ancora a proposito di Colombo: «quanti studenti oggi imparano che oltre il 10 per cento della popolazione mondiale» in seguito alla “scoperta” fu spazzato via dai colonizzatori «più o meno all’inizio di quel periodo che il mondo bianco chiama Rinascimento?».
Donne nere e donne bianche. Le quote segrete nel calcio. Il presunto razzismo anti-bianchi. L’Ubuntu degli africani ma anche il Tianxia, «un pensiero politico concepito in Cina più di tremila anni fa». I reportages di Nellie Bley e il coltan dietro le guerre del Congo. La ferrovia sotterranea di Harriet Tubman e i nuovi schiavi… Saltellando con efficacia fra dati storici e immaginario dominante, fra presunte scienze e clamorose rimozioni è bravissimo Lilian Thuram a restare sempre con i piedi per terra.
È spiegabile (dal punto di vista storico) che persino Rousseau fosse razzista ma prendiamo una sua frase a proposito del sistema schiavista: «Questo è il prezzo da pagare per lo zucchero che mangiate in Europa». E adesso chiediamoci: «Oggi qual è lo zucchero dell’Occidente?». Il cuore di tenebra della democrazia è lo sfruttamento selvaggio che riduce interi popoli alla fame, alle guerre e alle fughe.
È possibile un’alleanza fra quelli che crescendo «sono diventati bianchi» e tutti coloro ai quali con l’invenzione di un colore viene attribuita una condanna? Thuram è convinto di sì e per dimostrarlo parte della storia: «è sempre esistito un discorso diverso da quello dominante». Ma il primo passo – per chi nero non è – costa fatica: deve imparare che sta indossando «la maschera bianca della normalità» e poi chiedersi se è disposto a rinunciarci. Un suicidio “razziale”? No: «decidere di diventare un essere umano che pensa liberamente ed è responsabile delle proprie azioni». E rinunciare al privilegio della “bianchezza” non significa «perdere potere o fierezza» ma entrare nella Resistenza.
Un tempo famoso calciatore Thuram è ora impegnato contro il razzismo con una sua fondazione. Già due i suoi libri tradotti, molto belli: «Le mie stelle nere» e «Per l’uguaglianza» (sottototitolo «Come cambiare i nostri immaginari»). Spiegava già lì che per “decostruire” davvero i razzismi bisogna «rovesciare il mondo».
Piccolo quiz finale: in quarta di copertina c’è il logo della Fondazione Lilian Thuram («éducation contre le racisme») con cinque nomi: Nelson, Rosa, Mahandas, Teresa, Martin. Siete sicuri di sapere quali sono i cognomi giusti?

Post-Scriptum sull’anno che verrà
Il 15 dicembre, mentre finivo la scelta dei miei 12 libri del 2021 (Era Comune) è arrivata la notizia della morte di Gloria Jean Watkins: scrittrice, attivista e femminista afroamericana nota con il nome bell hooks ripreso dalla bisnonna materna. Se avessi avuto il tempo di leggerlo la nuova edizione de «Il femminismo è per tutti» (Tamu editrice, con il sottotitolo «Una politica appassionata» nella traduzione e cura di Maria Nadotti) sarebbe stato quasi certamente il mio libro su dicembre. Adesso è sul tavolino e sarà probabilmente il mio primo “amore” del 2022: mi sembrava giusto scriverlo perché nella mia formazione e riflessione devo molto agli scritti di bell hooks, in particolare «Elogio del margine».

 

 



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