Su Timpanaro, Bodei e dintorni

Riflessione a partire da “Il Verde e il Rosso. Scritti militanti” e “Leopardi e la filosofia”.

Paolo Farina

Premessa: Innanzitutto, una spiegazione delle ragioni della scelta dei due libri, nonché dei loro dintorni, giacché – si vedrà subito – sarà necessario ricondurre i prescelti ad altri libri che popolano la scena in cui quelli sono collocati.

Tre anni or sono Massimiliano Biscuso poneva una cruciale distinzione tra uso e interpretazione del pensiero di un autore: un conto – scriveva – è «restituire il significato» della sua opera, un conto diverso è l’uso che se ne fa per «rafforzare un discorso altro». Ma immediatamente, con finezza, metteva in luce la complessità della distinzione: nessun uso può fare astrazione da un’interpretazione né, d’altra parte, si dà mai un’interpretazione pura, che sia cioè «un puro chiarimento del significato del testo sulla base del testo stesso», dato che questo «non è mai autosufficiente: si rivolge a e ha bisogno di un lettore»[1], che inevitabilmente lo interroga con i propri strumenti d’analisi e le cui domande di senso, quando egli (come nel nostro caso) appartenga ad un tempo postero, nascono da un’esperienza storica lontana e difforme da quella dell’autore. Una complessità, che ovviamente non annulla la distinzione, poiché reinterpretare un testo in nuovi scenari storici e con una diversa sensibilità culturale è comunque un’operazione ben differente dal riscriverlo. E ciò che segna il discrimine – va detto con chiarezza – è il dato filologico: che le chiavi di lettura varino con il mutare dei contesti storici e della cultura e sensibilità dell’interprete non è solo un fatto, è anche un principio fecondo d’inedite prospettive d’indagine, ma ciò non a costo del sacrificio dell’istanza filologico-testuale. Qualora l’ipotesi ermeneutica dovesse prevalere, sul terreno esegetico si produrrebbe una cattiva intepretazione e su quello teorico un uso privo di un’effettiva relazione con il pensiero cui si fa riferimento.

Orbene, gli scritti leopardiani di Timpanaro e Bodei sono esemplari nello stabilire la distinzione e il necessario equilibrio tra interpretazione ed uso, in assenza del quale l’uso diviene abuso e l’interpretazione un mero esercizio formale, esangue, di scarsa o nulla incisività culturale.

  1. Nel 1987 Sebastiano Timpanaro, cui Biscuso dedica un capitolo (il 4°) del suo libro, scrisse un saggio, Il “Leopardi verde”[2], in polemica con Adriano Sofri[3]. Vi affrontava (tra l’altro) una questione cruciale nell’ottica della premessa di questo scritto: che cosa significa attualità di un autore –, e rispondeva che il termine va inteso come «presa di coscienza, da parte nostra, che un autore […] ha messo in luce con particolare lucidità, forza, passione certi aspetti della realtà umana generalmente obliati od occultati, ma tuttora ben presenti nella nostra esperienza della vita» (p. 154). Si vede bene che la domanda conseguente – quale rapporto instaurare con un autore attuale? – implica la dialettica tra uso e intepretazione, posta nella premessa.

Sofri aveva come scopo non tanto stabilire una connessione tra Leopardi e il movimento verde (nell’occhiello del titolo del suo scritto si legge «Giacomo Leopardi padre degli ecologisti»), quanto soprattutto discutere le prospettive del marxismo e le sorti della lotta di classe in una realtà in cui, diversamente dall’Ottocento, il tempo di Marx e Engels, il disastro ecologico è incombente. «Leopardi riletto con occhi verdi offre stimoli straordinari» e, «In particolare, permette di illuminare la dibattuta questione del rosso e il verde», dibattito risalente al 1968, il cui «Iniziatore […] era stato Sebastiano Timpanaro» (p. 212)[4].

La connessione di Leopardi coi verdi è respinta da Timpanaro con decisione sulla base di una fine attenta analisi del concetto di natura in Leopardi, inassimilabile alla problematica dei verdi sia nella fase in cui egli ritiene la natura benigna sia, a maggior ragione, quando a partire dalla metà degli anni venti approda alla concezione della natura matrigna, cieco infelicitante meccanismo di produzione e distruzione. In un caso, Sofri pecca di anacronismo, attribuendo a Leopardi problematiche legate ad uno sviluppo più tardo della civiltà (p. 166); nell’altro caso, la concezione della natura matrigna nulla ha a che vedere con le concezioni dei verdi, dato che la natura è la nemica da cui difendersi e non l’alleata da salvare (pp. 167-169). Insomma, secondo Timpanaro un Leopardi verde semplicemente non esiste (è «una mistificazione inaccettabile», p. 169)[5].

Ma è sul secondo importante motivo di dissenso, relativo alla «dibattuta questione del rosso e il verde», che vale la pena di soffermarsi con attenzione. Secondo Sofri, Timpanaro avrebbe fatto un «’uso antimarxista’» (l’espressione è di Timpanaro) di Leopardi: la fragilità biologica dell’uomo, svelata nello Zibaldone e nell’opera poetica, metterebbe in questione la tesi, centrale in Marx, della disuguaglianza sociale come radice dell’infelicità dell’uomo con la conseguenza di disinnescare la lotta di classe: «Le ragioni delle lotte umane non sono scomparse, e anzi spesso si inaspriscono: ma passano progressivamente in secondo piano di fronte alla minaccia contro la sopravvivenza della terra, e all’altra politica [la disattivazione del conflitto] cui questa fa appello. […] La conclusione di quel saggio di Timpanaro del 1964 è il manifesto ideologico di un leopardismo-marxismo. […] Quella conclusione appare oggi come una precoce constatazione dell’illusione marxista e progressista in genere» (Sofri, pp. 215-216; ma cfr. anche pp. 216-220).

A questa lettura dei suoi scritti e alla prospettiva politica indicata da Sofri come necessità del momento storico Timpanaro reagiva con forte vigore polemico: «la battaglia ecologica è, in Occidente, un aspetto della più generale battaglia anticapitalistica e antimperialistica, perché, finché vi saranno i gruppi di potere a cui si accennava, vi sarà anche l’inquinamento e tutti gli altri disastri ecologici. Altro che sospendere sine die le “lotte fra umani”! Il “Verde” è impotente se non è concepito e praticato come un aspetto del “Rosso” (p. 162; si veda anche p. 190-191, lo scritto del 1989 Il Verde e il Rosso. Memorie lontane e riflessioni attuale).

Su un presunto uso ideologico-politico di Leopardi da parte di Timpanaro ha messo l’accento non solo Sofri, ma anche chi, da una diversa prospettiva, ha ritenuto che questo uso comportasse il venir meno dell’«ufficio del critico» da parte di Timpanaro[6], che si sarebbe servito di Leopardi «per riportare il marxista eccessivamente hegeliano entro gli argini di una più rassicurante ortodossia di regime». Timpanaro non ha mai nascosto quali «presupposti ideologici» lo hanno spinto ad interessarsi di Leopardi (p. 169), ma il punto non è questo: quale studioso si accosta ai testi senza un progetto di ricerca e privo di una metodologia con cui realizzarlo? E quale progetto è formulato prescindendo dalla propria esperienza storica, sensibilità e cultura? Il punto è un altro: vedere se questi presupposti hanno o meno interferito con il lavoro sulle fonti, forzandone prima la scelta, il gioco delle inclusioni-esclusioni, poi la loro interpretazione con il manipolarne il senso autentico.

Anche nell’intervista rilasciata a metà degli anni ottanta a Mirella Naddei[7], Timpanaro non nasconde il retroterra politico-ideologico nel cui orizzonte sono maturati i suoi interessi di studioso; ma, se la sua attenzione a Leopardi è connessa con questo orizzonte (l’orizzonte del suo tempo: quale altro?), i problemi che ha formulato sono squisitamente teorici, relativi al materialismo, al «nesso tra biologicità e socialità dell’uomo» in quanto centrale in una teoria materialista, senza attribuire a Leopardi, forzandone i testi, problemi e soluzioni a lui estranei. Vox clamans in deserto, Timpanaro, sin dalla metà degli anni sessanta, cercò di chiarire il suo pensiero in due modi, approfondendo sul piano teorico (e storiografico) la nozione di materialismo[8] e le conseguenze pessimistiche che ne derivano anche sul terreno della prassi, e precisando, alla luce di questo approfondimento, il senso dell’endiadi «marxismo-leopardismo», che riformulò in «marxismo e leopardismo».

Una spiegazione chiara di che cosa egli intendesse dire con quell’endiadi e che cosa non dovesse intendersi, viene data da Timpanaro proprio in Il “Leopardi verde”. Nel § 7 (Il marxismo e il Leopardi), è motivo centrale ed insistente la questione del metodo di raffronto tra le due versioni di materialismo, leopardiana e marxista. «Non intendevo per “marxismo-leopardismo” una sorta di fusione o di frettolosa ‘sintesi’ tra il marxismo e il pensiero leopardiano, ma battevo l’accento sulla diversità dei due orientamenti di pensiero, sull’esigenza di rifarsi soprattutto all’uno per ciò che riguarda l’uomo come essere storico-sociale, all’altro per ciò che riguarda l’uomo come essere naturale. […] Un problema di rapporti tra Leopardi – o meglio: tra quella corrente del materialismo settecentesco che il Leopardi porta al massimo grado di esasperata coerenza – e il marxismo esiste certamente; ma va affrontato, ripeto, a partire dalla consapevolezza della diversità (p. 170; corsivi miei); «l’attuazione di un pasticcio marxista-leopardiano, di una frettolosa unificazione che falserebbe entrambi i termini da unificare, non è stata mai nei miei propositi (p. 173)[9].

Data questa impostazione, il solo «punto di contatto», ravvisato da Timpanaro «nel rifiuto della filosofia come consolazione dell’infelicità, nella convinzione che l’infelicità rimane tale finché non ne siano state (se è possibile) eliminate le cause» (p. 173), è in definitiva niente più che un punto di tangenza di percorsi che seguono direzioni indipendenti, dal momento che da Marx le cause sono individuate nel rapporto tra uomini storico-empirici e nel rapporto tra uomo e natura ma in quanto mediato dal lavoro e in tal modo ricondotto alla sfera sociale, al «“terreno artificiale” (società, rapporti di lavoro e di produzione, ecc.)» distinto dal «“terreno naturale” (biologicità, animalità che non potrà mai essere interamente superata)»[10], mentre è proprio questo secondo terreno quello su cui secondo Leopardi si gioca gran parte, la parte immedicabile, del destino d’infelicità dell’uomo. In breve, Leopardi, erede del materialismo settecentesco, avrebbe aperto una prospettiva filosofica esterna al marxismo («la natura […] anche come forza gravemente condizionatrice e infelicitante nei riguardi dell’uomo: condizionatrice e infelicitante anche in una perfetta società comunista, destinata, del resto, anche questa a estinguersi con l’estinzione dell’umanità», p. 172): una prospettiva che rischia di sfuggire ragionando sul marxismo al suo interno, nell’hortus conclusus del materialismo storico.

Senza la possibilità in questa sede di un adeguato approfondimento, almeno un cenno tuttavia va fatto ad una questione teorica che mi pare resti non pienamente risolta nella riflessione di Timpanaro, letto non nella veste d’interprete di Leopardi ma in quella di filosofo materialista e pessimista. Nel difendersi dalle obiezioni dei suoi interlocutori, Timpanaro, pur riconoscendo l’approssimazione della sua trattazione del materialismo e la necessità di sodi approfondimenti, ritiene di non essere stato superficiale: «non ho mai ritenuto semplicisticamente che si potesse fermarsi a una giustapposizione, ad una divisione di zone d’influenza: per quanto riguarda l’uomo storico-sociale si segua Marx, per quanto riguarda l’uomo biologico si segua Leopardi» (p. 173). Che la semplicistica sovrapposizione non sia mai stata neppure adombrata da Timpanaro è senz’altro vero, che l’uomo storico-sociale si accordi con l’uomo biologico, e come, resta un problema aperto (e, forse, è destinato a restare tale: non a caso, Timpanaro finì per disgiungere i due –ismi dell’endiadi).

  1. Al libro di Bodei (cui rinvio per le citazioni) è stata dedicata attenzione nel «Corriere della sera», una presentazione (recensione sarebbe parola troppo impegnativa, non foss’altro per la brevità del pezzo giornalistico) apparsa giovedì 14 luglio 2022. Una presentazione sorprendente per le inesattezze che contiene, rivelatrici di una lettura quanto meno frettolosa, se non ideologica del libro, con il rischio di un suo uso strumentale. Si legga la conclusione del pezzo: «Bodei colloca Leopardi in connessione con Schopenhauer, Heidegger, Emil Cioran e con il destino dell’Occidente, trovando riduzionistica la storica appartenenza alla linea del pensiero sensistico e materialistico che va da Locke a Étienne Bonnot de Condillac e da Paul-Henry Thiry d’Holbach sino a Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy» (mio il corsivo) –, e si confronti questa conclusione con il passo (pp. 23-24) del primo saggio (in realtà, ultimo in ordine cronologico[11]) del volume[12]. Dove è chiaro che ciò che a Bodei interessa non è far luce sulle connessioni tra Leopardi ed altri pensatori, collocarlo cioè in una storia di lungo periodo (ciò di cui egli si occupa in altre importanti pagine del libro), ma affermare «la specificità del pensiero leopardiano», la sua assoluta «originalità» rispetto alle fonti, che comunque, salvo le antiche, secondo Bodei appartengono tutte proprio alla linea di pensiero sensistico e materialistico, e rispetto a pensatori successivi, come Schopenhauer e Heidegger, che Bodei dubita possano essere connessi a Leopardi[13].

Già nel titolo del pezzo giornalistico, Leopardi contro la presunzione dell’Illuminismo, titolo che ricalca un passo della presentazione, traspare il travisamento della lettura proposta da Bodei, al quale viene attribuita la tesi della separazione di Leopardi dall’Illuminismo: ossia, precisamente il contrario di quanto egli sostiene. Su questo punto Bodei è infatti inequivocabile. «Leopardi tende […] ad un maggiore, non ad un minore grado di illuminismo» (p. 49, ed anche p. 82): così in uno scritto degli anni novanta[14], in cui appare un sintagma – «completare l’illuminismo» (p. 52) – che percorre gran parte del libro. «Leopardi intende completare l’illuminismo interrotto attraverso un’ “ultrafilosofia” che si collega alla poesia, alla valutazione esatta della natura dell’uomo come essere desiderante e, insieme, incapace di realizzare l’infinità del suo desiderio e della sua ricerca del piacere» (p. 58): passo, questo, del 2002[15] che, in forma non diversa, si legge nella relazione del 2017 al (ricordato[16]) convegno recanatese su Leopardi e la cultura del Novecento. Ora, si può naturalmente dissentire da questa lettura, a mio parere peraltro condivisibile; quello invece che non è lecito fare è, per riprendere un’espressione di cui mi sono già servito, riscrivere Bodei.

Su altri rilievi critici non occorre soffermarsi; credo che tanto basti per questo (come dire?) risarcimento filologico di Bodei. Conviene piuttosto prendere a ragionare su Leopardi e la filosofia.

Come suggeriscono i due curatori del volume, i temi ricorrenti negli scritti di Bodei sono la concezione leopardiana della filosofia nel suo intreccio con la poesia, il rapporto tra immaginazione e ragione, il male e la condizione umana, la natura, la teoria del vulcanismo, il sublime, senza però che siano «trascurati i temi etico-politici» (p. 7). Quest’ultima indicazione è importante. L’attenzione alla dimensione etico-politica è tutt’altro che secondaria nella lettura di Bodei e ne costituisce un aspetto meritevole di approfondimento, sia al fine di una più precisa comprensione di Leopardi sia alla luce del rapporto tra «“terreno naturale”» e «“terreno artificiale”», su cui si gioca il destino di infelicità dell’uomo[17].

Nel pensiero del 12 maggio 1825 (Zibaldone, 4138-4139) Leopardi – è noto – distingue tra il «filosofo di società» e il «metafisico»; l’uno «coll’abito della vita sociale» specula «sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli, e sopra se stesso nei suoi rapporti cogli uomini»; l’altro, «coll’abito della solitudine», si volge invece alla «speculazione e cognizione di se stesso come se stesso; degli uomini come parte dell’universo; della natura, del mondo, dell’esistenza». È indubbio che Leopardi affermi la superiorità della metafisica sulla filosofia sociale e si senta inclinato a questa; tuttavia, non si sottrasse all’altro tipo d’indagine, come documenta lo Zibaldone, oltre al Discorso del 1824 e parte non insignificante della produzione poetica, delle Operette e dei Pensieri. Orbene, di questa indagine Bodei mette in luce con insistenza ed equilibrio ermeneutico aspetti che consentono di collocare Leopardi nel proprio tempo (l’età della Restaurazione) pensato in termini di radicale antitesi: una ‘inattualità’ che lo rende ‘attuale’ ai nostri giorni poveri di pensiero critico.

Nel saggio del 2017 che apre il volume, e nel successivo (Il male e la sofferenza in Leopardi) ricavato da tre pubblicazioni del 1992, 1993 e 1998[18], dunque nell’ultimo e nei primi scritti su Leopardi tra quelli selezionati dai curatori, ricorre un medesimo fondamentale tema: il rapporto tra ragione e immaginazione. Ad una prima fase nel corso della quale Leopardi critica «la ragione geometrica» dei filosofi moderni che hanno ignorato il «sistema del bello», il potere dell’immaginazione e la funzione del desiderio, e, avendo disilluso gli uomini, hanno favorito il sorgere dell’egoismo, segue, a partire (grosso modo) dalla metà degli anni venti, una seconda fase in cui alla ragione è affidato un compito importante, quello di essere rimedio a se stessa. Segue cioè una rivalutazione del vero contrapposto – su ciò giustamente insiste Bodei – alle nuove illusioni degli intellettuali liberali, con cui Leopardi entra in contatto a Firenze e Napoli, e tra queste in specie l’illusione del progresso o, meglio, l’idea che il progresso materiale promuova la felicità dell’uomo. Leopardi coglie, infatti, con precisione i risvolti del progresso, i suoi costi sociali, come Bodei mostra servendosi in particolare della Palinodia al marchese Gino Capponi e de La ginestra (pp. 46-51).

«Il fallimento delle moderne strategie di convivenza» (p. 40) richiede un mutamento radicale nei rapporti tra gli uomini e tra questi e la natura, «quella/che veramente è rea, che de’ mortali/madre è di parto e di voler matrigna» (La ginestra, vv. 124-125). Versi che, se confermano – come Bodei sa bene – quanto si è già visto in Timpanaro (è sul «”terreno naturale”» e non sul «”terreno artificiale”» che si gioca la partita ultima e decisiva della condizione umana), nel contesto in cui si collocano (l’elogio della funzione emancipatrice del pensiero moderno, «per cui solo/si cresce in civiltà, che sola in meglio/guida i pubblici fati», ivi, vv. 73-77), rivelano una verità che potrebbe/dovrebbe costituire un impulso a modificare le strategie di convivenza. Il «verace saper» può avere anche una funzione riparatrice, quella di ricondurre il «volgo», pur nella consapevolezza dell’invincibilità della comune «inimica», a ristabilire «contra l’empia natura» l’alleanza di un tempo e a ristrutturare i rapporti sociali su «l’onesto e il retto/conversar cittadino,/e giustizia e pietade» (ivi, vv. 145-151). Non un «ricuperare» ma una vera e propria ripartenza della storia della civiltà, dato che quei valori «altra radice/avranno allor che non superbe fole» (ivi, vv. 151-154), una ripartenza che dia vita a un’inedita forma di convivenza civile (pp. 27-28), alternativa alla modernità come si è storicamente sviluppata e come da Leopardi è rappresentata nella Palinodia al marchese Gino Capponi.

Potrebbe/dovrebbe … giacché, come sostiene Bodei, «L’ipotesi di Leopardi è ‘atopica’, più che utopica», nel senso che non disegna «una società perfetta nel futuro» (p. 28), ma dalla critica del presente fa scaturire l’esigenza di una società possibile e desiderabile, resa necessaria dallo stato delle cose. In ciò, nell’esercizio esemplare e nella messa a fuoco del bisogno di un pensiero critico aperto alle ipotesi ‘atopiche’, sta l’attualità oggi di Leopardi.


[1] M. Biscuso, Gli usi di Leopardi. Figure del leopardismo filosofico italiano, Roma, manifestolibri, 2019, p. 7 e nota 2.

[2] Apparso in «Belfagor», XLII, n. 6, 1987, pp. 613-637, si legge in S. Timpanaro, Il Verde e il Rosso. Scritti militanti, 1966-2000, a c. di L. Cortesi, Roma, Odradek, 2001, pp. 151-177, da cui traggo tutte le citazioni di passi di Timpanaro.

[3] In «Panorama» (XXV, n. 1108, 12 luglio 1987, pp. 136-141) Sofri aveva pubblicato Sempre verde mi fu, in cui discuteva due saggi di Timpanaro: Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi («Critica storica», III, 1964, pp. 397-431) e Considerazioni sul materialismo («Quaderni piacentini», n. 28, 1966, pp. 76-97); non prendeva in considerazione né Sul materialismo, Pisa, Nistri-Lischi, 19752, né Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Pisa, ETS, 1982.

[4] Lo scritto di Sofri è reperibile in «Il Ponte», LVII, n. 10-11, 2001, pp. 211-220, da cui cito.

[5] Cfr. i §§ 4 e 5 del saggio in cui Timpanaro mette a fuoco L’urgenza del problema ecologico oggi (§ 4) e le ragioni del fallimento nella lotta all’inquinamento (§ 5, Il ‘Verde’ senza il ‘Rosso’). I due paragrafi comportano di «allontanarci per un po’ da Leopardi» (pp. 158 e 165): Timpanaro cioè (e questo è un rilievo da non perdere di vista) distingue nettamente il piano dell’analisi testuale da quello del dibattito ideologico, prendendo le distanze da un uso malinteso, che decontestualizzi l’autore, e tale che le ragioni ideologiche prevalgano sul puntuale lavoro critico di scavo nei testi.

[6] Il severo giudizio si legge in E. Landoni, Questo deserto, quell’infinita felicità. La lingua poetica leopardiana oltre materialismo e nichilismo, Roma, Edizioni Studium, 2000, p. 19. Questo giudizio non è isolato; si veda, ad esempio, quanto scrive un autorevole studioso di Leopardi, Mario A. Rigoni: «Penso sempre che Timpanaro abbia coltivato un’ingannevole passione ideologica e che essa, percepibile anche nello sfondo delle ultime lettere, abbia talvolta condizionato il suo alto e nobile lavoro» (p. 114 in A. Rodighiero (a cura di), Timpanaro-Rigoni: un breve scambio epistolare su Leopardi, «Paragone. Letteratura», LX, s. III, 2009, pp. 109-114).

[7] L’intervista, alla quale si richiama Elena Landoni, apparve in «Napolinotte» il 26 giugno 1984 e in «Misure critiche», XIII-XIV, n. 49-50, 1983-1984, pp. 87-91; si legge anche in «Il Ponte», LX, 10-11, 2004, pp. 62-67.

[8] Nel libro in esame si vedano, in particolare, Considerazioni sul materialismo del 1966 (poi confluito in Sul materialismo, cit.) e Dialogo sul materialismo, un’intervista rilasciata a Fabio Minazzi nel 1991.

[9] Quanto questa intenzione sia estranea a Timpanaro, che non confonde intepretazione ed uso, si coglie in passi come il seguente: «Per ciò che riguarda la rifondazione e rigenerazione del marxismo nell’ambito propriamente politico-sociale, il Leopardi può dare ben poco aiuto», perché «mentre ha chiara coscienza dello spirito di affarismo, di rapina, di meschinità arrogante della nuova società borghese non conosce la lotta di classe, e non è, perciò, un socialista nemmeno premarxista» (p. 171).

[10] Ivi, p. 172. Timpanaro utilizza due espressioni di Antonio Labriola, tratte da Del materialismo storico: dilucidazione preliminare, X. In Considerazioni sul materialismo (p. 13), si richiama anche ad Engels, alla sua tesi di «una fine possibile dell’esistenza della terra stessa, una fine però abbastanza sicura della sua abitabilità», che mette in discussione la prospettiva di progresso della storia: le scienze naturali «quindi riconoscono anche alla storia umana non solo un ramo ascendente, ma anche un ramo discendente». Un’attenzione alle scienze della natura, che Timpanaro ritiene essenziale ad una concezione filosofica non dimidiata dell’uomo e della sua vicenda storica.

[11] La scoperta novecentesca del Leopardi filosofo, relazione letta al convegno di Recanati (27-30 settembre 2017) su Leopardi e la cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza. È su questo scritto che il pezzo giornalistico di fatto si basa.

[12] Perché il lettore possa giudicare testi alla mano, questo il passo di Bodei in questione: «Su quali siano gli apporti teorici del pensiero di Leopardi e su quali siano i nessi tra filosofia e poesia (cioè sulla specificità del pensiero leopardiano) non si è fatta ancora sufficiente chiarezza. Anche associandolo a Schopenhauer e a Heidegger oppure inserendolo, in modo filologicamente più convincente, sulla linea del sensismo e del materialismo, da Locke a Étienne Bonnot de Condillac e da Paul-Henry Thiry d’Holbach sino a Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy, si rischia il riduzionismo. L’originalità di Leopardi consiste, infatti, nel costruirsi una propria visione del mondo attingendo a diverse fonti che vanno – pur comprendendo gli antichi e gli autori ora citati – da Pascal a Bernard de Fontenelle, da Charles-Louis de Montesquieu a Jean-Jacques Rousseau o da Galileo a Georges-Louis Leclerc de Buffon» (ivi, pp. 23-24; miei i corsivi).

[13] Sul retroterra di Leopardi, si veda in particolare, p. 36; su Schopenhauer lettore di Leopardi, più precisamente sull’inadeguata impostazione canonica del rapporto, p. 37, nota 11, e su Heidegger, p. 55, dove in realtà si esclude un legame («manca dunque in Leopardi ogni idea di una denkende Dichtung di tipo heideggeriano, sul modello di Hölderlin»).

[14] Scritto intitolato Il male e la sofferenza in Leopardi, ricavato dai due curatori con poche modifiche da tre pubblicazioni del 1992, 1993 e 1998. (cfr. la nota dei curatori, p. 31).

[15] Il passo si legge in Pensieri immensi. Leopardi e l’ “ultrafilosofia” (cfr., anche in questo caso, per la vicenda editoriale del saggio la nota dei curatori, p. 57).

[16] Cfr. nota 11.

[17] Timpanaro è considerato da Bodei studioso di riferimento, e con Timpanaro Luporini (pp. 9-10), sebbene sulla tesi di un Leopardi «progressivo» nei saggi del libro traspaiono riserve per un uso anacronistico di categorie come «progressista» e «nichlista» (cfr. pp. 13, 50 e 136).

[18] Cfr. nota 14.



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