Le due Italie (incommensurabili) di Segre e La Russa

Il passaggio di consegne fra la senatrice a vita e il nuovo presidente del Senato ha simbolicamente inaugurato l’inizio di questa legislatura che si annuncia molto buia.

Cinzia Sciuto

Non poteva essere simbolicamente più emblematico di così questo inizio legislatura. A quasi cento anni dalla Marcia su Roma che segnò l’inizio del regime fascista in Italia, a una delle sopravvissute a quel regime tocca l’ingrato compito di consegnare la presidenza del Senato della Repubblica, nonché seconda carica dello Stato, a chi di quel regime è un notorio nostalgico (nel 2015 alla Camera dei deputati dopo aver con sorriso sornione e ammiccante dichiarato di essere un «esperto» di fascismo, passando a un tono serissimo disse: «Io penso che prima o poi un dibattito storico serio sulle ombre ma anche sulle luci del fascismo questa aula debba farlo»).

Durante la campagna elettorale in molti hanno criticato chi, come si è fatto anche da queste pagine, metteva in guardia dal pericolo di un ritorno – sotto altre e nuove spoglie, naturalmente – di rigurgiti fascisti. E forse i nostri critici avevano anche, ahimè, ragione sul piano strettamente elettorale: l’antifascismo non è, evidentemente, un tema dirimente nelle scelte elettorali di molti italiani. Perché in Italia, a differenza che in altri Paesi, l’antifascismo non è – come invece dovrebbe essere – il terreno comune e condiviso da tutte le forze politiche, che poi si dividono sul resto. E l’avvicendamento fra Liliana Segre e Ignazio La Russa ha platealmente mostrato quanto questo comune terreno antifascista manchi.

A un discorso di straordinaria levatura morale, civile e politica della senatrice a vita, che ha sottolineato la radice ineludibilmente antifascista della nostra Costituzione – un antifascismo che Segre fa iniziare con Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti nel 1924 («la Costituzione», sono le parole testuali della senatrice, «non è un pezzo di carta ma testamento di centomila morti di una lotta che non inizia del 1943 ma che vede come capofila Giacomo Matteotti») – ha fatto da controcanto un meschino discorsetto che sugella la sdoganatura dei neo-post fascisti ormai giunta fino alle più alte cariche dello Stato. Dopo un riconoscimento di rito alle parole di Segre – quasi una excusatio non petita: «non c’è una sola parola di quello che ha detto che non abbia meritato il mio applauso» – fra una citazione di Pertini e vari riferimenti alla propria famiglia, La Russa ha infarcito il suo discorso della solita retorica cerchiobottista “i morti sono tutti uguali”, omaggiando esplicitamente Violante, che questa retorica ha avuto la colpa storica di aver iniziato.

Ieri è stata inaugurata una fase buia della nostra storia repubblicana. È nostro dovere vigilare affinché questa fase buia non diventi nera e la nostra Costituzione non ne esca indebolita per dimostrare che «un popolo non può essere rappresentato dai contrasti di un’ora, né la civiltà di una nazione può essere dedotta da un frammento di secolo» (Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, 1931).

CREDIT FOTO: ANSA/ALESSANDRO DI MEO



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