L’illusione della pace

L’aggressione di Putin a un Paese europeo ci ha tolto, insieme a fondamenti politici considerati intoccabili e ora da rimodulare, la speranza in un mondo stabilizzato e con essa l’ultima grande illusione, quella della pace.

Teresa Simeone

La più grave crisi europea dal dopoguerra sta mettendo a nudo errori passati e ci sta esponendo, come mai finora, al rischio del futuro: si è in presenza di una svolta epocale al cui confronto quella del Covid appare, ora, decisamente più gestibile, nonostante le tensioni e le difficoltà che ha creato in questi due terribili anni. La pandemia ha smontato le nostre certezze in tema di sicurezza sanitaria, la guerra ucraina quelle in campo politico. L’orizzonte della normalità, di cui faticosamente sembrava che stessimo riappropriandoci, si allontana sempre più, come il mantenimento di una pace nella cui illusione ci eravamo cullati dalla fine della seconda guerra mondiale e che la costruzione di un organismo mondiale, come l’ONU, e internazionale, come l’UE, si credeva potesse garantire.

Princìpi saldi, che sembravano inderogabili, come il disarmo della Germania, il ripudio della guerra e la neutralità della UE rispetto a ogni ingerenza nella politica e da parte di Stati vicini, la dismissione di qualsiasi fonte energetica che non fosse rinnovabile e green, addirittura il rifiuto di un esercito europeo in difesa dei paesi membri, inconcepibile fino a qualche mese fa, si stanno lentamente sgretolando dinanzi all’avanzare di una guerra che Putin ha scatenato e che la NATO ha, in qualche modo, con il suo allargamento ad est, permesso che si preparasse. Persino la Svizzera, la cui neutralità armata risale al XVI secolo, ha tolto gli indugi e si è allineata agli altri Paesi europei. Mai come adesso la pace è in pericolo.

Da un lato, inoltre, assistiamo ai quotidiani inviti di Zelensky a un maggiore impegno della UE per bloccare il massacro di militari e civili, il che, dal punto di vista di un presidente il cui Paese è sotto attacco, è legittimo, dall’altro alla doverosa, necessaria cautela con cui si risponde a tale appello. Qualunque intervento da parte della NATO o della UE, ce lo stiamo ripetendo da giorni, costituirebbe il casus belli, l’avvio della più disastrosa guerra che l’umanità potrebbe mai sostenere. E, per scongiurarla, ci vediamo costretti a confidare nell’azione mediatrice di Paesi come la Turchia e la Cina, Stati in cui i diritti umani, civili e politici non sono esattamente al centro dell’azione governativa.

Putin, con l’invasione di un paese sovrano, ha squarciato il velo di Maya che per tanto tempo ha nascosto la natura aggressiva che è parte, come sosteneva Freud, dell’essere umano, in continua lotta tra pulsione di vita, Eros, e pulsione di morte, Thanatos. Nell’umanità ci sono, in realtà, sia la pace che la guerra, sia la forza che unisce che la spinta al conflitto. Ritorna alla memoria l’immagine, spaventosa e suggestiva insieme, cui ricorre Schopenhauer per rappresentare iconicamente l’aggressività che è negli esseri viventi, quella della formica gigante dell’Australia che, divisa a metà, continua, attraverso le due parti, a farsi la guerra: “La formica bulldog australiana rappresenta per noi uno straordinario esempio; poiché, quando la si taglia in due, comincia una lotta fra la parte della testa e quella della coda; quella ghermisce questa col morso, questa si difende validamente pungendo quella; la battaglia dura di solito una mezz’ora, fino alla morte o fino a che i due tronconi vengono trascinati via da altre formiche”.

Evidentemente, la radice del male non è del tutto eliminabile e continua a crescere sotto la coltre di una pace fragile, sempre da difendere. Credevamo che dopo le brutture della seconda guerra mondiale il Mai più! che risuonava potesse sostituire il È successo, succederà ancora. Eppure, non c’è una via alternativa allo sforzo diplomatico che deve essere praticato senza sosta, anche quando appare inutile.

Lo stato dei fatti rimanda a uno stallo in cui, da un lato, c’è una Russia in evidenti difficoltà rispetto ai piani di una guerra lampo che in pochi giorni risolvesse le sorti dell’aggressione, dall’altro un Paese che resiste. Quanto siano spesso sbagliate le previsioni lo hanno dimostrato i due conflitti mondiali: la Grande guerra è durata dal 1914 al 1918, la seconda dal 1939 al 1945. Certamente stiamo parlando di combattimenti che hanno visto man mano allargare i Paesi coinvolti, ma, in ogni caso, sono iniziati nella supposizione che tutto si potesse risolvere in breve tempo. È altrettanto vero anche nel caso di guerre locali o comunque estese a pochi Paesi (alcune si stanno ancora combattendo in tante parti del mondo): il Vietnam, l’Afghanistan stanno a dimostrare che spesso i popoli reagiscono in maniera imprevedibile rispetto ai piani tattici e strategici pianificati a freddo, lontano dai campi di battaglia. D’altronde, perché gli ucraini continuano a difendersi strenuamente? Perché sanno che l’alternativa è il redde rationem di coloro che hanno resistito. Pare che qualche spiraglio si stia aprendo sul fronte delle trattative ma come conciliare, anche in riferimento alla neutralità su cui entrambe, Federazione Russa e Repubblica Popolare Ucraina, si scontrano (ormai il separatismo delle regioni Donetsk e Luhansk nel Donbass e il riconoscimento della Crimea sono un fatto), la volontà di Putin di insediare un governo fantoccio con un presidente filorusso, come  Lukashenko in Bielorussia, con il sacrosanto principio di autodeterminazione del popolo ucraino e l’imprescindibile eliminazione di Zelensky? Si dovrà lavorare molto su questo fronte e, forse, anche quella resistenza con cui si sta combattendo in Ucraina, nell’allungare i tempi di una vittoria russa, può servire a rendere più trattabile la propria condizione. Ormai non è in discussione la neutralità, bensì come si dovrà configurare, quali spazi concedere all’autonomia ucraina e quali garanzie rispetto all’adesione NATO dare alla Federazione. Ciò che, in tutta questa situazione, è cambiato è la percezione della nostra sicurezza: l’aggressione di Putin a un Paese europeo ci ha tolto, insieme a fondamenti politici considerati intoccabili e ora da rimodulare, la speranza in un mondo stabilizzato e con essa l’ultima grande illusione, quella della pace.



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