L’imbarazzante silenzio su Ikram Nazih, la ragazza italiana detenuta per “blasfemia” in Marocco

A quasi due mesi dall’arresto per un post su facebook, è vergognosa e inaccettabile l’inazione della politica sulla sorte della ventitreenne italo-marocchina.

Raffaele Carcano

Da alcuni decenni le diplomazie internazionali si trovano ad affrontare una nuova tipologia di casi, riguardanti però un tema decisamente arcaico: la blasfemia. Dopo la fatwa di Khomeyni contro Salman Rushdie e la pubblicazione delle vignette danesi, siamo arrivati qualche mese fa al ritiro dei prodotti francesi in Turchia: non era piaciuto che Macron avesse difeso il diritto di chiunque di poter deridere il sacro. Sempre per una denuncia di «blasfemia», nei giorni scorsi i nervi sono diventati una volta di più tesissimi tra India e Pakistan, e si è arrivati al saccheggio di un tempio. Da quando l’islam si è fatto politico (1979: nascita della repubblica iraniana) è stata letteralmente un’escalation.

Anche l’Italia ha ora a che fare con una storia complicata: una nostra connazionale è detenuta per «blasfemia» in un carcere marocchino. La ventitreenne Ikram Nazih è stata infatti condannata per direttissima a tre anni e mezzo di reclusione e a una multa di quasi cinquemila euro per aver condiviso un post che parodiava una sura del Corano. Che l’avesse rapidamente cancellato non è stato tenuto in alcuna considerazione. Ha fatto l’errore, Ikram, di ritornare in Marocco per passare qualche giorno in famiglia: è stata arrestata già in aeroporto, perché una pia confraternita locale (quasi sicuramente allertata da qualche zelante musulmano residente in occidente) aveva presentato denuncia contro di lei, del tutto ignara che le si stava tendendo una trappola diabolica.

Che una nostra connazionale sia languendo in prigione per un motivo così risibile sembra però non interessare praticamente nessuno. Gli articoli di giornale dedicati alla vicenda sono stati sinora pochissimi, e per le televisioni Ikram rimane un’emerita sconosciuta. La copertura mediatica è molto inferiore a quella riservata a Patrick Zaki, a sua volta arrestato all’aeroporto del Cairo per motivi politici più di un anno e mezzo fa. Ma la differenza di trattamento è semplicissima da spiegare. Se attaccare un dittatore patentato come al-Sisi è un gioco da ragazzi, dare l’impressione di proteggere la blasfemia è invece un rischio che pochi hanno il coraggio di correre. Perché la blasfemia può essere praticata anche contro la chiesa cattolica, che la criminalizza né più né meno dell’islam (non è passato poi così tanto tempo da quando, per offesa alla religione, si finiva in carcere anche da noi). Meglio, dunque, non toccare proprio il tasto, anche se finire dietro le sbarre per aver condiviso un post apparirebbe assurdo a chiunque – a prescindere dal contenuto del post.

Ciò non toglie che, passati ormai quasi due mesi dall’arresto, il silenzio sia sempre più ingiustificato, a maggior ragione visto che sono passate le festività in cui il re del Marocco concede per tradizione alcune grazie. In particolare, è imbarazzante il silenzio sulla vicenda del mondo liberal e progressista: sembra proprio che si impegni allo spasimo soltanto per dar ragione all’estrema destra, che lo accusa di far invariabilmente scena muta di fronte a qualunque crimine compiuto in nome o per conto dell’islam. Anche se, riguardo alle vicissitudini di Ikram, si sta più o meno comportando allo stesso modo.

Ancora più ingiustificata è però l’inazione politica. Vero, non si tratta di un episodio isolato: scontiamo la sempre minore autorevolezza del nostro paese nei confronti degli stati arabi (come il caso Zaki e quello di Giulio Regeni dimostrano sin troppo abbondantemente), e del resto il Marocco potrebbe rinfacciarci che il vilipendio è ancora oggi un reato anche per il nostro codice penale (fascista). La stessa doppia cittadinanza di Ikram non aiuta – e soprattutto il fatto che la seconda è quella di un paese che spende enormemente più tempo a darsi un’immagine moderata che a praticarla realmente. Le autorità marocchine devono a loro volta fare i conti con masse islamiche facilmente infiammabili contro chiunque ritengono che abbia offeso la loro religione: lo stesso al-Sisi ha fatto agitare contro Zaki l’accusa di propagandare l’omosessualità. Ma rimane vergognoso e inaccettabile che il ministro degli esteri Luigi Di Maio non sia ancora riuscito a profferire una sola parola sulla sorte di Ikram.

E dire che una petizione che ne chiede la scarcerazione ha superato le 50.000 firme: il “popolo della rete” sembra molto più attento e sensibile di chi fatto carriera in suo nome. Tocca dunque a noi sgolarci per pretendere la liberazione di Ikram. Anche ad agosto. Perché soltanto alla libertà deve essere vietato andare in vacanza.



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