Parlare non è mai neutro

Monica Lanfranco

Luce Irigaray scrisse il saggio Parlare non è mai neutro nel 1991, e ancora serve tirarlo in ballo, a partire dal titolo. Nonostante ci sia chi pensa, scrive e sostiene che c’è ben altro di cui discutere, il tenere a fuoco la questione del linguaggio è fondamentale in una democrazia. Solo per cenni: c’è voluto molto tempo, e lavoro, per spiegare che scrivere sui giornali clandestino o clandestina riferendosi a chi arriva in Italia senza un biglietto regolare significa definire la sua presenza in modo assai differente rispetto all’ usare la parola migrante.

Lo stesso tempo e lavoro sono necessari per sottolineare che l’odio on line viaggia attraverso le parole misogine, che sono il brodo di coltura dell’omofobia, di ogni altra forma di violenza, e che questa è una ferita aperta dentro il luogo collettivo che ormai frequentiamo più dei nostri amici e della nostra famiglia. Molto lavoro ci vuole a rendere visibile che la legittima, e necessaria, critica delle visioni politiche altrui finisce quando diventa umiliazione e mortificazione dell’altra, come accaduto nel caso degli insulti misogini verso Giorgia Meloni.

Un urrà quindi per la puntualizzazione di Beatrice Venezi sul suo voler sparire come donna in una professione così particolare come quella della direzione d’orchestra: perché ci costringe a ribadire che le parole sono fondative e che, mettendo al mondo il mondo, ci indicano, quando le scegliamo, che tipo di prospettiva abbiamo.

E qui è bene lasciare la parola a un’esponente del settore: Gianna Fratta, musicista che si definisce maestra d’orchestra (personalmente sono molto affezionata alla parola maestra per il suo profondo significato di guida) ha reagito immediatamente dopo l’affermazione di Venezi secondo la quale «La mia professione ha un nome, ed è direttore».

«Già li sento i vari “i problemi sono ben altri”, “pensate ai contenuti”, “le lotte non sono queste”, “ministra è cacofonico”, “il ruolo non ha sesso”, ha scritto Fratta in una lettera affidata alla sua pagina Facebook. «Ci combatto da una vita e grazie alle mie lotte di direttrice d’orchestra e alle lotte di tutte quelle prima di me, la signora di ieri può stare su un podio; cosa impensabile fino a qualche decennio fa. Ma torniamo alla nostra lingua, a come, se ce ne fosse bisogno, può essere modificata per come si modifica la realtà, a come può diventare strumento di emancipazione, di cambiamento, di parità. Riflettevo, ad esempio, sul fatto che nessuna SARTA si sognerebbe di dire “scusi, mi chiami SARTO, lo preferisco”, mentre ancora esistono avvocate, direttrici d’orchestra, ministre che rivendicano il cosiddetto “maschile professionale”, retaggio di una sottocultura che degrada il femminile. Non è che siamo più autorevoli, credibili, competenti se ci facciamo chiamare col maschile, siamo solo meno consapevoli, dunque più insicure. Strano, poi, che più il lavoro è figo, altolocato, più numerose sono le donne dei no, scusi, preferisco ministro, prego, mi chiami ingegnere, per cortesia, direttore, per carità, avvocato».

Al sito dell’Enciclopedia delle donne c’è il bel ritratto di Antonia Brico, direttrice d’orchestra rifiutata nel 1930 dal baritono John Charles Thomas perché il cantante non gradiva essere diretto da una donna; il teatro dovette restituire il denaro al numeroso pubblico che aveva acquistato i biglietti per la terza serata di concerto diretto da Brico, reduce dai successi europei dove aveva diretto, prima donna in assoluto, la Filarmonica di Berlino (la miglior orchestra del mondo). Non si dà, nella storia, un caso analogo al contrario, perché non ci sono donne che si sono rifiutate di essere dirette da un uomo.

Abbiamo dato per scontato tutte, noi donne, che nella piramide educativa sociale e politica il nostro sesso, presente in maggioranza ai livelli iniziali della vita, via via scomparisse lasciando spazio agli uomini nei luoghi che contano.

Dalla casa alla scuola alla politica è stato ovvio, anche agli occhi di donne istruite e colte, che la maggioranza degli esseri umani autorevoli e potenti fosse di sesso maschile, e quindi abbiamo percepito come normale che il maschile sia migliore, dominante, più autorevole, perché da tutta la vita assumiamo che il maschile è sia individuale (il singolo maschio) sia “universale” (la specie umana) e quindi ci ingloba.

Chiamarsi con il nome femminile diventa, pure se è linguisticamente corretto e grammaticalmente necessario, una diminuzione che rende palese l’interiorizzazione della subalternità al sesso di riferimento, non importa se da qualche decennio le donne sono più visibili anche in luoghi poco tempo fa ostili ai loro corpi e ai loro cervelli.

Se salutate un gruppo misto usando il femminile (ciao a tutte) i maschi presenti vi faranno notare che ci sono anche loro: se, come accade nella totalità dei casi, si usa il maschile (ciao a tutti) le donne non obbietteranno di essere state dimenticate dal saluto: semplicemente sono abituate a essere invisibilizzate all’interno del maschile.

Una donna è libera di cambiare il suo nome per se stessa: per esempio Louise Veronica Ciccone ha scelto di chiamarsi Madonna quando ha iniziato la sua carriera nel pop.

Altro è piegare il nome della propria categoria lavorativa in una torsione anti grammaticale evocando un neutro professionale inesistente, perché ciò danneggia tutte le donne coinvolte nel settore. Si parla, infatti, di un mestiere, non del tuo nickname o nom de plume.

In due battute surreali ho trovato balsamo alla tristezza, al fastidio e alla stanchezza provate di fronte alla resistenza di una donna adulta e completa al proprio essere professionista, e ve le propongo.

Annalisa Marinelli su Facebook ha chiosato: «Io poi non capisco perché complimentarsi tanto con Achille Lauro per le sue performance gender fluid e polemizzare ferocemente con un uomo che fa il direttore d’orchestra vestito da donna con capelli lunghi e biondi e trucco impeccabile. Vuole farsi chiamare Beatrice, sarà pure libero di farlo, no?».

Su Twitter @Tremenoventi conclude in bellezza: Chiamatemi direttore, non direttrice. «Zia, è letteralmente italiano». «Casomai zio».

Ecco.

 

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