L’ecatombe delle lingue

Ogni volta che una lingua – non importa quanto minoritaria – scompare e che, con essa, scompaiono le tradizioni culturali e le conoscenze tradizionali che quella lingua veicolava, viene strappato via un pezzetto della trama vivente di cui il pianeta è intessuto, e l’intero mondo della vita ne esce un po’ più fragile, più vulnerabile e con minori speranze per il futuro. In un’ottica bioculturale, proteggere e sostenere la diversità linguistica e culturale è imprescindibile per preservare la biodiversità e la salute degli ecosistemi, e viceversa.

Luisa Maffi

Negli ultimi decenni si è lavorato con crescente interesse allo sviluppo di strumenti utili per analizzare lo stato attuale e le tendenze della diversità linguistica su scala globale. La spinta iniziale verso un tale interesse è venuta dalla presa di coscienza del fatto che molte delle lingue del mondo sono sempre più esposte al rischio d’estinzione, a causa dell’interruzione della trasmissione intergenerazionale delle lingue. Fino a poco tempo fa, tuttavia, le conoscenze circa la situazione delle lingue erano perlopiù aneddotiche e prive di sistematicità. I linguisti avanzavano stime prudenti sull’entità della perdita di diversità linguistica, suggerendo che tra il 50 e il 90% delle circa 7 mila lingue parlate sulla Terra avrebbe potuto essere considerato estinto, o quasi, entro il 2010. È divenuto presto evidente come fosse imprescindibile ottenere dati più rigorosi e sistematici per avere una stima precisa dell’estensione e della rapidità di questa allarmante crisi estintiva.

Più di recente, un ulteriore slancio per la valutazione della diversità linguistica globale è venuto da un contesto politico internazionale, grazie al riconoscimento, da una parte, dei legami che sussistono tra la diversità biologica e la diversità culturale (compresa la diversità linguistica) e, dall’altra, dell’importanza delle lingue e delle «conoscenze ambientali tradizionali» per la tutela della biodiversità. Importanti organizzazioni internazionali (tra cui Iucn, Wwf, Unep, Cbd, Unesco e altre) hanno fatto proprie dichiarazioni di principio e, in alcuni casi, hanno inaugurato programmi di lavoro che insistono sulle connessioni tra biodiversità e diversità culturale. La Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite ha sottolineato l’importanza delle conoscenze ambientali tradizionali per la conservazione della biodiversità. Nell’articolo 8j della Convenzione si enuncia che ognuna delle parti contraenti:

Sotto riserva della sua legislazione nazionale, rispetterà, preserverà e manterrà le conoscenze, le innovazioni e le prassi delle comunità indigene e locali che incarnano stili di vita tradizionali rilevanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica, e favorirà la loro più ampia applicazione con l’approvazione e il coinvolgimento dei detentori di tali conoscenze, innovazioni e prassi, incoraggiando un’equa ripartizione dei benefici derivanti dall’utilizzazione di tali conoscenze, innovazioni e prassi.

L’attuazione della Convenzione ha innescato una serie di lunghi e intensi negoziati e discussioni tra i governi, le organizzazioni non governative e le comunità indigene e locali, le quali sono le effettive detentrici di quelle «conoscenze, innovazioni e prassi […] rilevanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica» richiamate nell’articolo 8j. Uno dei risultati di tale processo è stato la creazione di una serie di target, con relativi indicatori, per valutare e monitorare i progressi rispetto al proposito della Convenzione di contrastare la riduzione della biodiversità. Tra gli obiettivi individuati, ve ne sono alcuni che si riferiscono alle disposizioni contenute nell’articolo 8j sulla protezione e la promozione delle conoscenze tradizionali. Uno degli indicatori selezionati a questo scopo è «Tendenze della diversità linguistica e numero di parlanti lingue indigene».
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