Insicurezza globale: l’eredità di promesse non mantenute

Tra gli anni ’80 e ’90 ci hanno parlato di un mondo senza confini, senza guerre, senza ideologie. Alessandro Colombo nel suo nuovo libro spiega come l’attuale rivincita dell’insicurezza è il prodotto delle promesse dell’ordine internazionale liberale e del rapporto inversamente proporzionale tra crescita della sorveglianza e sovranità statale.

Roberto Rosano

Alessandro Colombo insegna Relazioni Internazionali presso il Dipartimento di Studi Internazionali, giuridici e storico-politici dell’Università degli Studi di Milano. Discutiamo del suo ultimo saggio, Il governo mondiale dell’emergenza. Dall’apoteosi della sicurezza all’epidemia dell’insicurezza (Raffaello Cortina editore, 2022), in cui parla di tutto ciò che ha contribuito a distruggere il sogno liberale della sicurezza, dall’attentato alle torri gemelle, passando per l’epidemia da covid19, fino alla recente guerra in Ucraina.

Professor Colombo, alla fine del capitolo III di questo libro, Lei parla di “messa in scena” permanente dell’insicurezza. L’espressione mise en scène per un francese, è sinonimo di regia

Per “messa in scena” non intendo che siano mancate o manchino le ragioni oggettive di insicurezza, ma solo che queste ragioni sono state spettacolarizzate, semplificate e, molto spesso, esagerate – come è avvenuto nell’architettura retorica e strategica della cosiddetta “guerra globale al terrore”.  Quanto ai registi, inutile dire che non mi passa neanche per la testa di immaginare un complotto planetario ordito da qualche centrale globale della sorveglianza. È vero per molti versi il contrario. Non solo perché la messa in scena dell’insicurezza (e la sorveglianza che ne consegue) è praticata da un insieme eterogeneo di attori, pubblici e privati, a volte in collaborazione e a volte in competizione tra loro. Ma, soprattutto, perché ciò che la rende così invadente è proprio il fatto di essere sempre più orizzontale, diffusa, dispersa tra una pletora di soggetti che sembrano impazienti di sorvegliare senza preoccuparsi di essere, a propria volta, sorvegliati.

Ha anche chiamato l’ultimo paragrafo del capitolo IV: “il residuo teatrale. La perfezione tecnica dell’esecuzione”…

Il “residuo teatrale, in questo caso, si spiega in rapporto al registro dell’opacità che ha accomunato tutte le guerre euro-americane dell’ultimo trentennio: le cosiddette “guerre umanitarie” degli anni Novanta del Novecento, la “guerra globale al terrore”, la sua perpetuazione negli “omicidi mirati” con droni – tutte guerre lontanissime dalla brutale visibilità dell’attuale guerra in Ucraina. Queste guerre alternano, appunto, lunghi intervalli di tempo nei quali le operazioni sono condotte a distanza, in segreto e nella totale indifferenza delle opinioni pubbliche, a “emergenze” periodiche nelle quali tutto ritrova la propria giustificazione (e la propria celebrazione) nella “messa in mostra” dei colpevoli raggiunti dalla spada della Giustizia: la traduzione davanti alla giustizia di Milosevic, Mladic o Saddam Hussein … 

Così come l’uccisione di Al-Zarkawi, di Osama bin Laden o di al Baghdadi…

Questo spettacolo non contraddice lo sprofondamento della guerra in controllo permanente di polizia, anzi lo porta definitivamente a compimento. A maggior ragione perché lo spettacolo della punizione non serve più a mobilitare i consociati, ma solo a convincerli che la loro sicurezza è in buone mani. La vittoria non ha più niente del trionfo politico, ma è solo la dimostrazione che la sorveglianza funziona.

Tra gli anni ’80 e ’90, grossomodo, ci hanno parlato di un mondo senza confini, senza guerre, senza ideologie … Si propagandava l’universalizzazione del mercato e della democrazia. L’attuale insicurezza, quella che Lei definisce “la rivincita dell’insicurezza”, è il prodotto di queste promesse dell’ordine internazionale liberale?

A prima vista sembrerebbe esattamente l’opposto: l’insicurezza degli ultimi quindici anni può essere considerata, tra le altre cose, come il prodotto della crisi dell’ordine internazionale liberale. Ma questo non toglie che esista un rapporto strettissimo tra l’apoteosi della sicurezza di trent’anni fa e l’ossessione dell’insicurezza di oggi. Intanto, perché le promesse degli anni Novanta non hanno ancora smesso di costituire la matrice o persino l’“unità di misura” attraverso la quale le élite politiche e intellettuali si ostinano a interpretare e valutare la realtà attuale. E poi perché, oltre che suggerire l’obiettivo irrealistico (e radicalmente impolitico) di un mondo senza competitori e senza alternative, avere spinto sempre più avanti l’aspirazione alla sicurezza ha contribuito paradossalmente a creare le condizioni perché ad aumentare fosse proprio l’insicurezza – come è avvenuto, per esempio, con il disastroso esperimento di ingegneria sociale inaugurato dall’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, e come si è ripetuto con l’intervento della Nato in Libia nel 2011.

La letteratura politologica, sociologica e giuridica ci parla di un’espansione della sorveglianza e della prevenzione. Questa “espansione” si salda al contemporaneo declino della sovranità, secondo Lei?

Il rapporto tra espansione della sorveglianza e declino della sovranità può essere spiegato in almeno due modi. Da un lato, il declino della sovranità mette in crisi quel “patto sul rischio” che aveva sostenuto la modernizzazione all’interno delle società nazionali, consentendo di controllare e compensare le insicurezze prodotte dal sistema industriale grazie alla mediazione permanente delle istituzioni statuali. Dall’altro lato, e in conseguenza di ciò, in un contesto nel quale i singoli Stati non sembrano più in grado di “filtrare” il disordine esterno per trasformarlo in ordine interno, anche la sorveglianza deve cessare di essere un fenomeno “nazionale” se vuole continuare a essere efficace. È l’argomento che si è potuto impiegare contro il terrorismo, la crisi finanziaria, la pandemia, il mutamento climatico e, più recentemente, la minaccia “comune” della Russia e della Cina. Ed è l’argomento che, da qui, tende sempre di più a estendersi fino a coprire fenomeni meno definiti quali la disinformazione, la propagazione di false notizie, la diffusione dell’estremismo o dell’odio e, più recentemente, la propaganda dei Paesi ostili.

La guerra oggi sembra mascherarsi come una forma rafforzata di sorveglianza. Nel mondo liberale si fa la guerra usando coperture eufemistiche, “operazione di polizia”, “operazione chirurgica”, “caccia”…

Questo travestimento della guerra dietro l’apparenza della pace era già stato uno dei prodotti della nebbia di eufemismi dell’ultimo secolo. Ma a portare fino in fondo il travestimento si sono aggiunte, nell’ultimo trentennio, le caratteristiche peculiari delle “nuove guerre”, simboleggiate al massimo grado nel mito delle “guerre chirurgiche” o“a costo zero”. In una situazione nella quale le operazioni militari sono condotte “a distanza” e in modo da ridurre al massimo i rischi per le proprie forze – anche a costo di appaltare la parte umanamente più costosa della guerra ad attori “locali”, quali l’Uck in Kosovo nel 1999, l’Alleanza del Nord in Afghanistan nel 2001, le milizie armate in Libia nel 2011, i peshmerga curdi in Siria tra il 2014 e il 2015 e, oggi, le truppe regolari ucraine – chi  decide la guerra non è obbligato ad assumersene fino in fondo la responsabilità…

Anzi può persino convincersi che quella che ha deciso non sia, in realtà, una guerra…

Ma qualcosa di simile a un provvedimento penale o morale su vasta scala, legittimato in nome di valori dichiarati irrinunciabili quali il rispetto dei diritti umani, la promozione della democrazia o la difesa degli aggrediti, ma banalizzato dal fatto che chi rivendica l’irrinunciabilità di questi diritti sa fin dal principio di non dovere mettere in gioco, per difenderli, la propria vita e il proprio benessere, anzi si premura come prima cosa di individuare chi dovrà metterli in gioco al suo posto.

Che cosa intende per “messa in comune di tutte le minacce”?

Qui sta, credo, uno dei principali paradossi politici, giuridici e culturali di quello che è stato celebrato come humanitarian turn. Da un lato – ed è, naturalmente, il lato più promettente – il fatto che tutte le minacce siano avvertite e trattate come minacce a tutti apre lo spazio per una comunità internazionale dell’impegno reciproco: una comunità nella quale non è più legittimo e, da un certo momento in poi, neppure concepibile restare indifferenti ai mali che colpiscono gli altri. Ma, dall’altro lato, la “messa in comune” delle minacce agisce come un imperativo permanente alla mobilitazione, facendo sì che tutti siano chiamati a mobilitarsi continuamente contro qualcuno o qualcosa. Con l’aggravante che, di fronte a quelle che sono rappresentate come “minacce contro l’umanità”, anche la neutralità non è più possibile – o almeno non è possibile senza essere scambiata per complicità.

 

Foto: Youtube | screen dal video di IAIChannel 



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