L’intreccio tra politica e giustizia in Usa: i processi a Donald Trump e a Hunter Biden

L’accavallamento fra le prossime presidenziali statunitensi e le vicende giudiziarie è ormai un dato di fatto. E se ciò è evidente in relazione alle accuse mosse a Trump, il mescolamento fra il piano politico e quello giudiziario potrebbe prodursi anche in riferimento al Presidente Biden: il processo al figlio Hunter potrebbe mettere in discussione la seconda candidatura del padre.

Elisabetta Grande

L’accusa rivolta il 1 agosto 2023 a Trump dal procuratore federale Jack Smith è certamente la più devastante e al contempo la più insidiosa fra quelle finora mossegli. Non solo – a differenza delle due precedenti – riguarda fatti commessi durante il mandato presidenziale. Si tratta anche dell’accusa più grave che possa essere rivolta a un Presidente: l’aver cospirato per tradire con l’inganno il proprio paese. Confezionati secondo un sistema di scatole cinesi, in modo che all’eventuale venir meno di uno resti comunque in piedi l’altro, al centro di tutti e quattro i capi di imputazione stanno i fatti che dimostrerebbero il complotto di Trump per impedire la transizione pacifica del potere. Un fatto che, qualora provato, configurerebbe un vero e proprio attacco al cuore della più antica democrazia costituzionale del mondo.

Agli occhi di molti – e certamente del comitato investigativo della House of Representative che ha sollecitato il procuratore speciale ad esercitare l’azione penale – l’incriminazione dell’ex presidente è una mossa non solo attesa, ma necessaria per ribadire la rule of law, ossia il principio che il diritto si pone al di sopra della politica e dei suoi esponenti. Nessuno è al di sopra della legge, insomma, neppure un presidente o un ex presidente. In fondo per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 hanno pagato, a volte in maniera davvero molto – forse troppo – pesante, più di 300 uomini e donne, condannati a lunghe pene detentive e spesso a carcerazioni preventive in isolamento completo. Perché, dunque, chi ha creato le condizioni per l’assalto, sol perché allora presidente e ora ex presidente, dovrebbe invece rimanere impunito?
Sotto un differente profilo però, e agli occhi di altri, l’incriminazione di Trump per i fatti del 6 gennaio sembra mostrare un volto opposto: non si tratterebbe di un’affermazione della legalità sulla politica, bensì di una politicizzazione del sistema giuridico.

La questione è davvero spinosa perché mai forse come in questo caso giustizia penale e politica paiono intrecciarsi indissolubilmente. L’incriminazione non è, infatti, rivolta semplicemente contro un ex presidente. Essa è invece mossa contro chi oggi appare il sicuro avversario del candidato democratico alle prossime presidenziali, del cui governo il rappresentante dell’accusa, anche se procuratore speciale, è pur sempre espressione. Per quanto l’obiettivo ultimo possa non consistere nell’influenzare la partita presidenziale del 2024, se provata in dibattimento l’accusa potrebbe tuttavia determinare un caduta di popolarità presso i suoi sostenitori, cui sarebbe dato ricavarne l’evidenza dell’inganno politico nei loro confronti, con ovvie vantaggiose conseguenze per Joe Biden sul piano elettorale. È per via di questo stretto intreccio fra prossime presidenziali e incriminazione dell’avversario di Biden da parte del dipartimento di giustizia, che il momento scelto per l’esercizio dell’azione penale sia ritenuto da molti sbagliato. L’incriminazione, che avrebbe potuto essere mossa prima, procrastinata invece fino ad oggi radicherebbe, infatti, in milioni di americani la convinzione che si tratti di una giustizia penale posta al servizio di interessi di parte, con ciò che ne discende in termini di crollo proprio di quel principio di legalità (rule of law), che si sarebbe invece voluto riaffermare.

Né la decisione di esentare Trump di un’imputazione per incitazione all’insurrezione, che in caso di condanna avrebbe comportato l’impossibilità per lui di assumere incarichi ufficiali federali (e quindi, in caso di vittoria elettorale, la presidenza), placa le preoccupazioni che il dipartimento di giustizia sia stato trasformato in un’arma politica (weaponizing) allo scopo di sconfiggere un avversario. Una tale scelta rende, invece, tutto sommato inutile l’obiettivo di un serio controllo di legalità sul politico poiché, laddove Trump riuscisse a vincere le elezioni presidenziali del 2024 pur essendo stato condannato per un fatto grave quale l’aver cercato di sovvertire le basi democratiche del sistema, potrebbe pur sempre concedersi la grazia e occupare la presidenza.
Un vero corto circuito, dunque, quello che si prospetta con questa nuova incriminazione federale, che risulti sostanziata o meno. Provare le accuse non è peraltro impresa facile per Jack Smith, giacché egli potrà ottenere una condanna solo provando il dolo di Trump, ossia dimostrando che l’ex presidente sapeva di mentire quando denunciava i brogli elettorali: non esattamente una banalità.

Il fuoco di imputazioni formulate nei confronti dell’ex presidente non si è però arrestato con la seconda accusa a livello federale. Il giorno prima di ferragosto, infatti, la procuratrice statale della Georgia ha fatto partire un nuovo procedimento penale contro Trump (il quarto, in totale, a vederlo ad oggi coinvolto), ipotizzandolo parte di un’organizzazione criminale volta a sovvertire illegalmente il risultato elettorale a suo favore. La sovrapposizione con l’accusa federale per fatti in parte analoghi potrebbe ora creare non pochi problemi a Jack Smith, non ultimo il mancato ottenimento di una collaborazione processuale in cambio dell’immunità da parte di concorrenti nel reato, che all’uopo il procuratore federale non aveva incriminato, a differenza di quel che ha fatto la procuratrice della Georgia. L’uso della fattispecie penale dell’organizzazione criminale (c.d. RICO conspiracy) permette, inoltre, a quest’ultima di estendere la sua competenza ben al di là dei soli fatti commessi in Georgia, ciò che nuovamente pone la questione di quanto fosse davvero il caso di far partire un procedimento statale o invece – trattandosi di livello nazionale – lasciare operare il solo piano federale. È però l’impossibilità di auto concedersi la grazia, qualora condannato, che rende l’incriminazione della Georgia più pericolosa per Trump e presenta ulteriori interrogativi relativi all’intreccio fra piano giudiziario e piano politico.

Piano giudiziario federale e piano politico si potrebbero d’altronde mescolare anche in un altro processo “caldo” in corso negli States: quello contro Hunter Biden, il cui patteggiamento è stato eccezionalmente bloccato da un giudice nominato da Trump, che pur un titolare dell’accusa sorprendentemente generoso –di un dipartimento di giustizia facente capo a Biden padre, anche se a suo tempo nominato dalla presidenza Trump – era d’accordo a concludere. Investigato in relazione a due evasioni fiscali, nonché per la detenzione illegale di un’arma perché dipendente da sostanze stupefacenti, tramite i suoi legali Hunter Biden aveva infatti raggiunto un accordo (plea bargain) con il prosecutor, David C. Weiss. In forza di quel patto Hunter sarebbe stato penalmente sanzionato senza andare in prigione per i meno gravi reati fiscali, in relazione ai quali si sarebbe dichiarato colpevole, mentre sarebbe stato sottoposto a una mera misura alternativa in relazione al terzo e più grave fatto, per il quale l’accusa avrebbe chiesto l’archiviazione. Di fronte alla richiesta – del tutto inusuale – di approfondimenti da parte del giudice federale, che sollevava dubbi sull’accordo, quest’ultimo doveva però saltare per la sua ambiguità sulla totale immunità per ogni altro fatto di reato commesso da Hunter Biden, che ne sarebbe eventualmente discesa. Dopo l’attribuzione della qualifica di procuratore speciale allo stesso Weiss, che prelude a un’investigazione sulle faccende legate agli affari internazionali di Hunter, anche il figlio dell’attuale presidente finirà così sotto i riflettori mediatici di un processo, i cui contorni potrebbero essere assai più ampi di quelli finora prospettati. Ciò potrebbe convincere il partito democratico a cambiare candidato per la presidenza 2024. Secondo un sondaggio di Reuter/Ipsos il 26% degli elettori, infatti, si era già a giugno dichiarato meno disponibile a votare Joe Biden in caso di dichiarazione di colpevolezza da parte del figlio e corrispondente patteggiamento per i reati di cui sopra. Un’indagine più approfondita sulle condotte poco trasparenti di Hunter, e un processo che coinvolga collateralmente anche Joe, potrebbero certamente spostare ancora più voti a svantaggio di quest’ultimo. Nulla di più opportuno, allora, che cambiare l’attuale candidato, la cui età avanzata e la difficile situazione cognitiva già per molti democratici rappresentano un problema.
Nel suo La democrazia in America, il Visconte Alexis de Tocqueville scriveva: “Negli Stati Uniti c’è raramente una questione politica che presto o tardi non si trasformi in una questione giudiziaria”. Oggi siamo oltre: le questioni giudiziarie sembrano modellare quelle politiche… con buona pace della rule of law!

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CREDITI IMMAGINE 1 Wikipedia | Gage Skidmore, 2 Wikipedia | Center for Strategic & International Studies



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