L’Italia spaesata fra Regioni ed Europa nel 160° anniversario dell’Unità

Mauro Barberis

Il 17 marzo 1861, giusto centosessant’anni fa, Vittorio Emanuele II, dopo la vittoria sull’Austria nella seconda guerra d’indipendenza, l’annessione della Lombardia e l’impresa dei Mille, proclamava ufficialmente la nascita del Regno d’Italia, assumendo il titolo di re per sé e i propri discendenti. La festa dell’Unità d’Italia fu istituita nel 1911, nel cinquantenario, replicata nel 1961, il centenario, e solo nel 2011, anche per opera del Comitato presieduto da Giuliano Amato, ha suscitato un po’ di discussioni, con gli studiosi che si dividevano fra neo-sabaudi, la maggioranza, e neo-borbonici. Solennità civile, la festa dell’Unità, senza sospensione delle attività lavorative o scolastiche, dunque non particolarmente idonea a scaldare i nostri cuori. Non oso immaginare come potrebbe essere celebrata in piena pandemia, poi: in smart working, con un minuto di raccoglimento?

Eppure, mai come quest’anno ci sarebbero ragioni per chiedersi chi siamo e dove vogliamo andare. Ci siamo interrogati tante volte, ritualmente, sull’identità italiana, magari proiettandola all’indietro sin sull’Impero romano e su tutte le organizzazioni politiche, religiose o culturali che hanno avuto la fortuna, o la disgrazia, di fiorire nel Belpaese. In una storia così lunga, così piena di Rinascimenti e Risorgimenti da far pensare subito ai molto più lunghi medioevi e secoli bui, si trova sempre un anniversario per celebrarci o denigrarci. Basti pensare ai recenti libri di successo su Dante per il settecentesimo anniversario della morte, solo perché il suo fiorentino è diventato il nostro italiano, o sui neo-italiani, che la pandemia avrebbe reso migliori, peggiori, o chissà.

Insomma. bisognerebbe trovare urgentemente qualche buona ragione per inorgoglirci e per sentirci davvero uniti. Perché in centosessant’anni forse non ci siamo mai sentiti così divisi, così confinati nei nostri territori, così sballottati fra identità differenti. Forse ce ne accorgiamo più facilmente a Genova e a Trieste, due città escluse dalla Grande Y dell’Alta Velocità ferroviaria, e messe non benissimo anche con i trasporti aerei: per dire che anche quello contribuisce all’unità. A Genova, ci ricorda Andrea Acquarone, la fine della Repubblica ligure, nel 1814, venne vissuta come un’annessione al Piemonte; a Trieste, racconta Mauro Covacich, quando ci si spostava verso Occidente si diceva «vado in Italia».

Oggi non è più questione di campanili. A dividerci è la nostra almeno triplice appartenenza, con l’Italia a fare da cerniera fra le Regioni e le loro variegate colorazioni sanitarie, ormai tendenti al rosso, e l’Europa, nostra zattera di salvataggio finanziaria. In un mondo sempre più globale e multipolare, poi, dove da ovunque ci si può collegare in tempo reale con qualsiasi altrove, salve le differenze di fuso orario, è sempre più difficile collocarsi da qualche parte. Così, in questo momento non ci sentiamo italiani per patriottismo o sovranismo, figurarsi, ma perché speriamo tutti che da Roma venga finalmente un credibile piano di vaccinazione nazionale, dopo i tanti esperimenti regionali. Non pretendiamo che, come in altri paesi, tutti gli iscritti al servizio sanitario ricevano la prenotazione per telefono: ci accontentiamo di molto meno, Franza o Spagna purché ci si vaccini. Per le celebrazioni, il ritorno alla normalità, persino per la restituzione di uno straccio di futuro, ci sarà sempre tempo dopo.



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