La lezione dell’abacus economics di Liz Truss

L’ignominiosa caduta del governo Truss ha posto fine a un pericoloso esperimento economico. Ora siamo di fronte al rischio di passare da un dogmatismo ideologico a un altro. Per trarre una lezione utile dalle vicende del Regno Unito, è necessario capire cosa sia davvero successo in quei famigerati 44 giorni.

Emilio Carnevali e Ignazio Cabras

Nell’aprile del 1985, pochi giorni dopo essere stato eletto segretario generale del Partito Comunista sovietico, Michail Gorbačëv si recò in visita in un distretto della periferia di Mosca. La strada che conduceva al locale ospedale – raccontò in seguito un membro del suo staff – era ancora calda e fumante dell’asfalto fresco che avevano posato poco prima del suo passaggio. Nelle corsie, i malati erano impersonati da zelanti funzionari della sicurezza, perfettamente rasati e ben pasciuti: tessevano le lodi del cibo e del personale medico, ma facevano fatica a descrivere esattamente quale malattia avessero.

Fu così che tra le prime battaglie intraprese da Gorbačëv fu quella di avere accesso a informazioni attendibili: una impresa estremamente ardua perfino per il leader supremo dell’allora impero sovietico.

Nei 44 giorni in cui Liz Truss è stata la prima ministra britannica, Downing Street è sembrata ricordare quell’ospedale visitato da Gorbačëv: una messa in scena appositamente studiata per non far filtrate verità sgradite al capo. Quel che è peggio, è che sia stata la stessa leader del partito conservatore ad organizzare la recita, circondandosi di “yes men” e negando ripetutamente l’evidenza contenuta nei dati pubblicamente disponili sulla situazione economica britannica.

È importante che dall’esperienza del governo Truss siano tratte lezioni utili per il futuro. Ma per farlo è fondamentale capire cosa sia successo esattamente. Diverse letture dei fatti danno indicazioni differennti sui vincoli di politica economica con cui i futuri governi britannici dovranno fare i conti. Non solo il nuovo governo guidato da Rishi Sunak, che si troverà a gestire una politica economica emergenziale, ma anche e soprattutto il governo che uscirà dalle prossime elezioni politiche.

Janan Ganesh, Financial Times, scrive che la disastrosa esperienza del governo Truss ha travolto tanto l’utopia libertaria della destra del partito conservatore quanto il sogno progressista della sinistra britannica. Insomma, non ci sarebbero alternative all’austerity, che veniva incautamente liquidata come abacus economics da Liz Truss. L’abacus economics altro non sarebbe che la razionale presa d’atto di non poter vivere, come paese, al di sopra dei propri mezzi.

Eppure, forse è possibile offrire una lettura dei fatti che eviti semplicistiche contrapposizioni ideologiche e rimanga ancorata a quei dati che con tanta risolutezza si è cercato di ignorare durante i famigerati 44 giorni.

Quando Liz Truss è diventata premier, nel Settembre del 2022, il tasso di disoccupazione era al 3,5% (il più basso dal 1974) e l’inflazione al 10,1% (la più alta dal 1982). L’inflazione era inoltre ritenuta ancora lontana dal picco atteso per l’inizio del prossimo anno. In estate Bank of America e Citigroup stimavano l’inflazione rispettivamente al 15% e al 18% entro gennaio 2023. In un contesto del genere, il governo Truss ha approvato un piano di tagli alle tasse in deficit da 45 miliardi di sterline – con una parte sostanziale a beneficio alle fasce più ricche della popolazione – e un piano biennale di sussidi “generalizzati” ai consumi energetici di famiglie e imprese dai costi difficili da prevedere, ma che per i primi sei mesi sono stati stimati dallo stesso governo intorno ai 60 miliardi. Era chiaro che perseguire quella strada significava costringere la Banca d’Inghilterra a intraprendere una stretta sui tassi di interesse ancora più aggressiva di quella che aveva già in programma per tenere sotto controllo l’inflazione e frenare la svalutazione della sterlina.  Una volta che i mercati hanno incorporato questa aspettativa nella valutazione degli assets, ecco che si è scatenata la tempesta finanziaria perfetta che ha abbattuto i muri di cartapesta del villaggio Potëmkin eretto a Downing Street. A fine agosto il tasso di interesse sui titoli governativi decennali britannici era sotto il 2%. A fine settembre aveva sfondato la soglia del 4,5%. Il crollo del valore di questi asset ha fatto scattare margin calls su contratti derivati stipulati dai fondi pensione inglesi che avevano come collaterali proprio titoli governativi. L’iniziale vendita dei titoli ha dunque innescato un meccanismo perverso che ha messo a rischio la stessa stabilità finanziaria del Regno Unito. Le banche commerciali hanno perfino congelato l’elargizione di nuovi mutui immobiliari nell’impossibilità di formulare previsioni attendibili sull’andamento dei tassi futuri.

Per inciso: i mercati non avevano paura che il Regno Unito non fosse in “grado di pagare il conto” dei tagli di tasse promessi. La solvibilità di uno stato che emette titoli del debito pubblico denominato nella propria valuta non può essere così facilmente messa in discussione. Lo ha dimostrato l’intervento di acquisti di titoli a lunga scadenza varato lo scorso 28 settembre dalla Banca d’Inghilterra. Intervento eccezionale, sì. Ma fino a un centro punto. Nell’aprile del 2020, appena scoppiata la pandemia da Covid 19, la Banca d’Inghilterra si è resa protagonista di una iniziativa ancora più radicale, quando ha attivato la cosiddetta “Ways and Means Facility”: si trattava, di fatto, di uno “scoperto di conto” tramite il quale il governo britannico poteva attingere a riserve monetarie illimitate senza nemmeno passare per l’emissione di titoli di stato. Anche allora il governo inglese ha speso senza preoccuparsi del “conto” da pagare in seguito. E i rendimenti dei titoli governativi sono addirittura scesi, dato che i mercati si aspettavano una politica molto accomodante da parte della Banca d’Inghilterra sul fronte dei tassi di interesse.

All’apice della recente crisi, molti osservatori hanno lanciato l’allarme quando il rendimento sui titoli quinquennali inglesi ha superato quello dei titoli italiani di equivalente durata. Chi fosse andato a controllare l’andamento dei credit default swap, ovvero il costo di assicurarsi dal rischio di un eventuale default sovrano, avrebbe visto che quelli inglesi rimanevano ampiamente al di sotto di quelli dell’Italia, un paese che gestisce il proprio debito pubblico in un contesto istituzionale del tutto diverso.

Insomma, i mercati non temevano affatto che il Tesoro inglese “finisse i soldi”. Le finanze del governo britannico non funziono con le stesse regole con cui funzionano le finanze di una singola impresa o di una singola famiglia. Quel che i mercati temevano era una disastrosa politica economica, che mandasse l’inflazione fuori controllo, aggravasse la situazione di deficit delle partite correnti (attualmente all’5,5% del prodotto interno lordo), indebolisse ulteriormente la sterlina, facesse impennare i tassi di interesse e crollare conseguentemente gli investimenti pubblici e privati, con un impatto devastante anche sulle prospettive di crescita di lungo periodo.

È lecito sperare che con l’uscita di scena di Liz Truss ci si sia liberati dal dilettantesco dogmatismo di chi pensava di poter comodamente piegare la realtà alla propria ideologia.  Ora bisogna augurarsi di non essere all’alba di un periodo in cui il dogmatismo del pareggio di bilancio “costi quel che costi” prenda il posto di una intelligente e avveduta politica economica informata da dati attendibili, analisi efficaci, obiettivi ben ponderati.

Quanto al sogno progressista, che sarebbe morto insieme al governo Truss, la sinistra britannica non ha motivo di disperare. Raramente nella storia recente si è vista una così propizia coincidenza fra le “ragioni economiche” a favore di una maggiore tassazione degli strati più abbienti della popolazione, e le “ragioni di giustizia sociale” a favore di una maggiore redistribuzione della ricchezza. Se la sinistra britannica saprà concentrarsi sulle ragioni piuttosto che sui sogni, potrà avere a portata di mano una occasione davvero storica.


La versione originale in inglese di questo articolo è stata pubblicata come “Expert Comment” dalla Northumbria University di Newcastle (Regno Unito).

CREDIT FOTO: EPA/TOLGA AKMEN



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