Lo scandalo del giudice che giustifica la sharia

Per il sostituto procuratore di Perugia Franco Bettini le violenze su una donna passerebbero in sott’ordine se c’è di mezzo la religione.

Maria Mantello

Salsabila Mouhib per anni ha subito le violenze del marito Abdelilah El Ghoufairi, che le imponeva il velo integrale, le vietava di lavorare, la recludeva in casa, le aveva sequestrato i documenti di identità personali.
Reati gravissimi, ma che sembrerebbero passare in sott’ordine se c’è di mezzo la religione.

A sostenerlo è il sostituto procuratore di Perugia Franco Bettini che ha chiesto l’archiviazione del fascicolo d’indagine a carico di El Ghoufairi, aperto a seguito della querela della moglie, che aveva trovato il coraggio di ribellarsi a quella sottomissione coniugale che – come lei stessa ha dichiarato – era un «morire lentamente ogni giorno».
Ma per il giudice, essendo la coppia di fede islamica, quel marito non avrebbe fatto altro che applicare i precetti previsti.

Insomma la religione elevata a criterio di giudizio per stabilire la consistenza degli elementi per un procedimento a carico di El Ghoufairi, porta Franco Bettini a scrivere che «la condotta di costringerla a tenere il velo integrale rientra, pur non condivisibile in un’ottica occidentale, nel quadro culturale dei soggetti interessati». E ancora: «Il rapporto di coppia è stato influenzato da forti influenze religiose-culturali alla quale la donna non sembra avere la forza o la volontà di ribellarsi».

Eppure Salsabila Mouhib la forza e il coraggio della volontà l’aveva trovati. Aveva chiesto aiuto alla magistratura.
Una scelta difficile proprio a causa di quel contesto d’origine «influenzato da forti influenze religiose-culturali». E quanto deve esserle costato superare il tabù della sottomissione, a cominciare da quel velo: pubblica bandiera della negazione dell’autonomia e della libertà di esistere in quanto donna!

Ma secondo Bettini, la denuncia della donna è inconsistente, di qui la proposta al Gip di archiviazione:
«Le evidenze emerse a seguito delle attività d’indagine non consentono di ritenere configurabile o sostenibile in termini probatori il reato rubricato. Dalle dichiarazioni rese, la donna non sarebbe mai stata minacciata di morte, né avrebbe subìto aggressioni fisiche tali da costringerla alle cure sanitarie».
Insomma la voleva ferita, sfregiata, magari moribonda!

Allora, a maggior prova d’incriminazione, perché non mandare a processo solo se ci scappa la morta?
Per tutto il resto la si potrebbe fare franca! A maggior ragione se il giudice requirente sembra più preoccupato di legittimare usi e costumi ammessi magari dove regna la sharia, ma che per la laica Repubblica italiana sono inconciliabili con la democrazia.

A ridosso della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne, mi piace ricordare che femminicidio è qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento psico-fisico, fino alla schiavitù o alla morte.
E il contrasto e la lotta a tutto questo è anche la garanzia per le donne di non vedersi precluso l’accesso alla giustizia!

 

(credit foto EPA/NIELS WENSTEDT)



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