Lo scherzo è una piccola rivoluzione?

Dal sabotaggio culturale del Billboard Liberation Front alle parodie del marketing della Shell, una riflessione sul rapporto tra arte, satira e attivismo.

Emanuela Marmo

In Anatomia della critica, Frye scrive: «La distinzione principale tra ironia e satira è che la satira è ironia militante», è una forma di umorismo, cioè, che esige almeno una norma morale implicita, altrimenti non sarebbe possibile prendere posizione nei confronti del mondo. Non a caso la satira, che Contemori nel 1993 definisce «il genere specifico della comunicazione di massa», caratterizza il linguaggio pubblico di artisti e attivisti, soprattutto quando il bersaglio politico va colpito e sabotato sul piano del discorso.

Di recente mi sono interessata agli studi e alle performance di LM Bogad, artista performativo e attivista, professore alla UC Davis, direttore del Center for Tactical Performance e co-fondatore del Clown Army. Ponendomi delle domande sull’efficacia delle proteste attuate in forma satirica, ho cercato risposte in Electoral Guerrilla Theatre: Radical Ridicule and Social Movements, in cui Bogad descrive e analizza le campagne internazionali di artisti performativi che si candidano a cariche pubbliche come forma di scherzo radicale, nonché in Performance tattica: sulla teoria e la pratica del gioco serio, che analizza l’utilizzo del teatro dell’invisibile e di strada nelle battaglie (guerriglie) per i diritti umani e civili. Tra i case history che Bogad analizza ci sono, inevitabilmente, il Billboard Liberation Front e le Guerrilla Girls, casi che tradizionalmente rappresentano le caratteristiche e le potenzialità del culture jamming.

Il sabotaggio culturale di questo genere di attivismo artistico o creativo mira a sovvertire la cultura di massa, nelle sue metafore e nei suoi simboli. La modalità più diffusa è la manomissione dei cartelloni pubblicitari perché «È chiaro che Colui che controlla la pubblicità parla con la voce della nostra epoca » (Billboard Liberation Front). L’umorismo attira l’attenzione degli spettatori, il jamming culturale interferisce con i valori attraverso i quali i marchi aziendali ci indeboliscono, ci umiliano, ci addestrano.

Andrew Boyd è stato protagonista di svariate campagne creative per il cambiamento sociale, ad esempio, dei Billionaires for Bush, un’organizzazione di teatro di strada che fingeva satiricamente di sostenere George W. Bush mentre di fatto informava le persone delle conseguenze economiche e sociali della sua politica. Il gruppo si vestiva emulando i ricchi personaggi dell’establishment. Secondo Andrew Boyd, la nostra società è attraversata da verità dure e violente che l’umorismo può tanto sminuire quanto umanizzare, predisponendo le persone ad agire secondo imperativi più etici. La satira, cioè, può perforare l’aura di autorità, perché interrompe lo spettacolo dell’egemonia e rende l’attivismo più accessibile alle masse.

La filosofia dello scherzo, in passato, è effettivamente riuscita a mobilitare intorno a obiettivi politici anche personalità non ufficialmente schierate in cause o battaglie civili. Forse qualcuno di voi ricorderà il Natale dell’89, quando la Barbie Liberation Organization (BLO) modificò trecento Barbie e GI Joe in modo che le Barbie dicessero frasi come «I morti non dicono bugie», «La vendetta è mia» e i GI Joe,«Adoro fare acquisti con te» oppure «Pianifichiamo il nostro matrimonio da sogno». L’impresa non fu facile perché bisognò manomettere le schede elettroniche dei giocattoli, riconfezionarli come nuovi e portarli nei punti vendita. Furono coinvolti non solo attivisti ma anche personaggi noti che prestarono la loro voci. La reazione mediatica raggiunse l’obiettivo: ne scaturì una discussione sugli stereotipi di genere che altrimenti sarebbe stata considerata incresciosa o fuori luogo.

Tra gli artisti che uniscono arte, satira e attivismo posso senz’altro segnalarvi Spelling Mistakes Cost Lives. Le tematiche sulle quali è maggiormente impegnato l’artista riguardano l’ambiente e le strategie di promozione del potere militare. Tra i tanti progetti, la mostra My Hell Bus fornisce un esempio eccellente di ciò che intendo per rapporto tra arte, satira e attivismo. Si tratta di una parodia satirica della politica e del marketing della Shell, della quale sono denunciate le retoriche di greenwashing (di cui hanno riso anche gli Yes Man, attivisti che operano secondo il concetto che “le bugie possono esporre la verità”). Nel 2017 Shell ha lanciato una campagna di greenwashing chiamata Make The Future con cui presentava idee per combattere il cambiamento climatico: «Non importava che non funzionassero o fossero così costose da essere inattuabili. Nell’ultimo decennio la strategia dell’industria petrolifera sul riscaldamento globale è passata dal negare al ritardare […] L’investimento in “energia verde” della Shell curiosamente corrisponde a quanto la Shell spende per il marketing: sono tentato di pensare che l’unica ragione per cui le compagnie petrolifere investono in parchi solari e turbine eoliche sia che avranno qualcosa da fotografare per la loro pubblicità sui combustibili fossili».

Sul suo sito web, tuttavia, l’artista racconta qualcosa di molto interessante avvenuto durante il processo creativo: proprio mentre allestiva la mostra, esponendo quelli che lui immaginava come gli assurdi, improbabili “piani di Shell” (sostituire gli iceberg sciolti con polistirolo, riciclare l’acqua usata nel fracking in una bevanda rinfrescante), iniziò a domandarsi se alcune delle sue idee, congegniate per deridere quelle effettivamente messe a punto dalla Shell, non corressero il rischio di diventare reali. Le fantasie paradossali della satira non sono mai abbastanza spinte, nella realtà accade di peggio: «Le esigenze della strategia aziendale e le contraddizioni del capitalismo spesso producono eventi che sono auto-satirici in un modo più divertente e oscuro, perché è reale ma anche perché, a suo modo perverso, è normale».

Le situazioni reali che superano la satira sono innumerevoli. L’artista ne cita alcune: il papa che mette all’asta la sua Lamborghini per beneficenza; i post celebrativi che l’FBI dedica a Martin Luther King; l’esercito americano che realizza munizioni da addestramento biodegradabili, in quanto dotati di semi che rendono più verdi i poligoni di tiro (sensibilità ambientale finalizzata a uccidere con più precisione l’uomo?); la Baker Hughes che mette una punta rosa alle sue trivellatrici di petrolio… per sensibilizzare contro il cancro al seno o, ancora, la Shell che sponsorizza la produzione di un set Lego con le istruzioni per costruire una piattaforma petrolifera (così da penetrare nell’immaginario infantile con la stessa violenza con cui perfora il suolo). Sono queste, le cose «incredibilmente normali che troverai nel capitalismo in fase avanzata che non dovrebbero essere satira».

Alla domanda perché protestare o combattere ridendo, possono essere date molte risposte. Jack Napier, uno dei fondatori del Billboard Liberation Front, rispondeva: «Il futuro non può essere evitato, quindi perché non goderselo?»

Il punto fondamentale della questione è che la satira non gode affatto.



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