DisOrientaMenti: lo smantellamento della scuola per il mercato del lavoro

Nessuno da solo è in grado di fermare il processo innescato da questa visione della scuola votata al mondo del lavoro, che a me pare una deriva, ma posso decidere di non collaborare alla sua realizzazione: tirarmi indietro da un ruolo che (in bilico tra ingenuità e illusione) avevo pensato di poter ricoprire è la mia forma di resistenza.

Valentina Raimondi

Non occorre scomodare la letteratura pedagogica per condividere il fatto che l’empatia sia l’habitus che permette la trasmissione di conoscenze ed esperienze, aprendo, così, la via all’apprendimento. Le emozioni, poi, che il (bravo) docente è capace di suscitare con la sua passione fanno il miracolo: trasformano l’oggetto del sapere in oggetto del desiderio (Recalcati), recuperando il concetto di studium come passione.
Negli ultimi anni, tuttavia, dall’approccio psico-pedagogico si è passati ad una ‘medicalizzazione’ di qualsiasi forma di disagio scolastico, con il risultato allarmante che la psico-pedagogia si è trasformata nella ‘psicologizzazione’ generalizzata di ogni difficoltà: già dieci anni fa Giorgio Israel aveva evidenziato i rischi di questa progressiva metamorfosi della scuola “da centro di istruzione a centro assistenziale globale” (“Il Messaggero” 8 settembre 2013). Ma la ‘mutazione genetica’ della scuola è andata avanti e ormai, sempre più spesso, la reazione (in)naturale di studenti e famiglie di fronte ad un brutto voto è l’inizio di una terapia psicologica. Un tempo nemmeno troppo lontano se si prendeva un 4 la reazione naturale era un impegno maggiore armati di buona volontà e sollecitati da una famiglia non disposta a giustificare a prescindere. Va tanto di moda in tutti gli ambiti fuorché a scuola il termine ‘metallurgico’ resilienza: ma risollevarsi dopo un insuccesso scolastico non è una sana forma di resilienza? Non è imparare ad orientarsi (altra parola chiave dei nostri mala tempora) nelle inevitabili difficoltà della vita? Cadere e risollevarsi. Invece no: terapia, supporto psicologico. L’insuccesso, in molti casi, poi, è attribuito ai docenti, sotto attacco ormai da anni, con il risultato di un generale discredito sociale e di uno svuotamento del loro ruolo. Paragone audace: Socrate afferma chiaramente nell’Apologia platonica che il processo che subisce nel 399 a.C. è il risultato di una lunga campagna denigratoria iniziata oltre vent’anni prima. Paragone audace, ripeto, ma il meccanismo è lo stesso. Tanti, troppi si permettono ormai di parlare di scuola, di giudicare i docenti, di fare indebite pressioni; lo strumento peggiore: le chat di genitori e/o di studenti, un florilegio di accuse (e minacce) contro l’insipienza dei docenti, fomentate da faccine e dal linguaggio social sempre meno sociale e socievole. Risultato: uno cade da cavallo e non prova a risalire, no, perché il problema è senz’altro il cavallo!
In un capitolo del suo ultimo libro, Tre ciotole, la compianta Michela Murgia presenta la figura di un docente a colloquio con una madre; naturalmente la figlia – afferma la madre- va dallo psicologo perché ha problemi scolastici. Su quell’avverbio il professore nato dall’acuta penna della Murgia riflette, perché naturalmente “rivela l’inclinazione a trattare come una patologia tutto quello che somiglia ad un fallimento”.
Qualche mese fa mi sono candidata a frequentare i corsi per docenti tutor/ orientatori, nonostante non avessi apprezzato il gioco di parole assurto a titolo del percorso di formazione, OrientaMenti. Non avevo, però, alcuna forma di preclusione: ho ricoperto anche la Funzione Strumentale per l’orientamento in uscita e per i PCTO, ex alternanza scuola lavoro (ASL). Dopo il primo sgomento, infatti, ho pensato che solo mettendomi in gioco avrei potuto capire la ratio di questi percorsi di orientamento alle professioni, una ratio, va detto, che per il liceo classico non è immediatamente perspicua. Anzi, diciamolo, era tutta da inventare. E così è stato fatto: grazie ai contatti con università, accademie, istituti di alta formazione, centri di ricerca, teatri, musei, è stato possibile individuare e realizzare percorsi formativi con effettive ricadute. Nel complesso, dunque, un bilancio positivo. Ho iniziato, quindi, il corso con buone speranze, che, però, si sono infrante subito. Non contesto certo la professionalità dei relatori, ma l’impostazione di fondo, in particolare per due ragioni.
La psicologizzazione diventa un modus operandi curricolare. Con l’idea di mettere al centro lo studente (e chi può avere da ridire su questo?), nelle lezioni online destinate ai futuri docenti tutor e orientatori d’Italia fioriscono termini come talento, carattere, didattica orientativa, germinati dall’humus delle soft skills (perché le hard non si possono neanche più nominare). La cornice di pensiero che tiene insieme questo quadro è l’idea, ripetuta a mo’ di mantra, dell’improrogabile necessità di un superamento della vieta ottica trasmissiva del sapere, rimpiazzato da nuove tecniche (e tecnologie) metodologiche: il focus non è più su cosa si debba trasmettere, ma piuttosto su come farlo per aderire a logiche più moderne, agili e attraenti. Contenuti e trasmissione sono banditi per lasciar spazio a didattiche orientative, cooperative, socio- emotive, ecc. ecc. Non si capisce, a questo punto, come faccia un insegnante bravo ad appassionare gli studenti; la passione scaturisce proprio da quei contenuti che si vogliono sacrificare (o almeno semplificare, ridurre, e simili) sull’altare del metodo: quella poesia, quel pensiero, quella storia, quella formula, quel problema, quel personaggio interessano, incuriosiscono, entusiasmano perché vengono trasmessi (lo dico, sì, trasmessi) con amore da quei docenti che continuano a studiare e perciò a coltivare la passione per la propria disciplina e non per la didattica della propria disciplina (cfr. Settis, “Il Fatto Quotidiano” 15 marzo 2018). I docenti, così, non sono più dei mediatori culturali, ma diventano dei facilitatori (soft!) con il compito di cucire un vestito adatto a ciascuno studente. Siamo molto oltre la didattica personalizzata: sta iniziando l’era della scuola à la page. Questo vestito, poi, è quello che gli studenti dovranno indossare il primo giorno di lavoro, perché è stato confezionato per questo.
Il lavoro, infatti, è il cardine di questo progetto di formazione destinato ai docenti tutor/ orientatori (cfr. anche Bonsanto, “MicroMega” 23 agosto 2023). Se questo ci ha fatto storcere il naso all’epoca dell’introduzione dell’ASL, ora dovremmo prendere definitivamente le distanze. Tutto il percorso di orientamento è dichiaratamente finalizzato a superare lo iato (mismatch) tra mondo della scuola e mondo del lavoro, un divario – dicono – sempre più profondo, che è compito della scuola colmare. La scuola, insomma, non forma la società, ma al contrario è la società a prescrivere alla scuola le forme entro cui deve muoversi in relazioni alle diverse richieste del mercato del lavoro. C’è da preoccuparsi, e tanto.
Avevo capito che come docente non avrei mai dovuto chiudere gli studenti in abiti ad hoc da indossare come divise, ma, per continuare la metafora tessile, aprirli al pensiero di tutti i tessuti possibili, di tutti i tagli possibili, di tutte le confezioni possibili, entro cui, liberamente, potessero scegliere il vestito preferito, ma anche due, tre…, e cambiarli, e buttarli, e rifarli parallelamente alla progressiva acquisizione di conoscenze garantita dal loro percorso formativo; avevo capito che la paideia non è uno strumento, ma il fine ultimo dell’umana esistenza; avevo capito che il sapere formasse l’essere (sapere per essere) e non che l’essere condizionasse il sapere (essere per sapere): evidentemente Socrate si è sbagliato; avevo capito e amato la bellezza del sapere per sapere e non del sapere per fare/lavorare: anche Aristotele ha preso un abbaglio.
Avevo capito questo e con questa idea di fondo ho insegnato per oltre vent’anni.
Nessuno da solo è in grado di fermare il processo innescato da questa visione della scuola, che a me pare una deriva, ma posso decidere di non collaborare alla sua realizzazione: tirarmi indietro da un ruolo che (in bilico tra ingenuità e illusione) avevo pensato di poter ricoprire è la mia forma di resistenza.
Valentina Raimondi, docente di greco e latino (liceo classico Luciano Manara-Roma)
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CREDITI FOTO Flickr | neuetes^^



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