Lo spartiacque ucraino e la stretta strada per la sinistra

Le vicende ucraine di questi ultimi due anni hanno lacerato la sinistra ancora più di quanto già non fosse lacerata, stavolta persino sul piano analitico: la visione geopolitica, campista, antimperialista ha fatto dimenticare ai più il sostegno all’autodeterminazione dei popoli e il dovere della soldiarietà internazionalista. La strada per la sinistra è ancora più stretta di prima, ma stiamo trovando nuovi compagni con cui percorrerla.

Sinistra per l'Ucraina

All’indomani dell’invasione del 24 febbraio 2022 ci siamo resi conto che un nuovo spartiacque storico si stava imponendo con prepotenza in questo ventunesimo secolo. Non tanto perché la guerra in Ucraina fosse la prima o l’unica guerra con la quale avevamo avuto a che fare negli ultimi decenni ma perché questa guerra è stata capace di cambiare, o perlomeno, mettere maggiormente in luce, quanto l’azzardo del regime di Putin potesse essere pericoloso in una situazione nella quale non solo il timore del disastro nucleare era più vicino rispetto al passato, ma in una fase storica nella quale i limiti del cosiddetto “sviluppo” e il rischio del disastro ambientale e climatico per tutta l’umanità sono ben visibili e incontestabili.
Un tale spartiacque, in termini tanto teorici quanto progettuali, ha provocato una frattura nella sinistra altrettanto profonda. Non si tratta di una frattura come le altre: non è ricomponibile bensì definitiva. Il fallimento del socialismo reale e la conversione al mercato autoregolato da parte di tutte le grandi potenze mondiali – vecchie o emergenti che siano – avevano fatto sperare per qualche tempo nella creazione di una rappresentazione diversa del mondo, attraverso quello che fu definito il movimento altermondialista. Il fallimento di quel movimento con Genova nel  2001 e la misura della sua inefficacia con la seconda guerra del Golfo nel 2003 non avevano comunque compromesso nel tempo la bontà dell’analisi che esso proponeva: in poche parole, le vignette che rappresentavano amaramente quel movimento come un soggetto che aveva ragione ma che, di fatto, si dove accontentare solo di quella, sottintendevano il primato dell’analisi a sinistra a prescindere dai fallimenti delle prassi storiche e delle rappresentazioni di un nuovo mondo da realizzare.

Con l’invasione dell’Ucraina è saltato anche questo primato: il terreno comune dell’analisi condivisa si è frantumato. Esistono analisi diverse e diversi giudizi e rappresentazioni di alternativa, si scontrano Weltanschauungen diverse, biforcazioni di prospettiva analitica e progettuale inaspettate ma inevitabili di fronte ai cambiamenti del secolo.

Sebbene riteniamo che quanto accaduto sia effetto soprattutto dell’incapacità di liberarsi di schemi e categorie analitiche vecchie di troppi decenni, insufficienti a capire un mondo nel quale tanto le cosiddette democrazie quanto le autocrazie dialogano, si scontrano o fanno affari ignorando qualunque differenza ideologica peraltro sempre più flebile, avevamo ritenuto utile fare riferimento al passato, creare una prima piattaforma sulla quale confrontarci e ritrovarci.

Nel marzo dello scorso anno, in questa piattaforma avevamo sottolineato come non si potesse prescindere dal valore dell’autodeterminazione dei popoli e non avevamo nascosto il nostro stupore di fronte ad una parte consistente della sinistra che aveva rifiutato apertamente di sostenere il diritto di autodeterminazione e dell’indipendenza del popolo ucraino. Il riferimento storico espresso in quella piattaforma recitava: “Nel 1915 a Zimmerwald si incontrarono attivisti socialisti e sottoscrissero un manifesto che proclamava: la  pace è possibile soltanto a condizione che venga condannata ogni idea di violazione dei diritti e delle libertà dei popoli. Essa non deve condurre né all’occupazione di interi paesi né ad annessioni parziali. No alle annessioni, palesi o mascherate, e no anche all’assoggettamento economico che, a causa della perdita di autonomia politica che esso comporta, diventa ancor più intollerabile. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione deve essere il fondamento incrollabile nel sistema dei rapporti tra nazione e nazione”.

Questo è un principio di base che tutti ritenemmo valido ma allo stesso tempo tale piattaforma non poteva rimanere solo una dichiarazione di intenti e ci ponemmo quattro specifici obiettivi da perseguire:

  1.  Un lavoro di approfondimento della conoscenza del mondo dell’ex-Urss. Troppi parlano e scrivono senza conoscere. Creare un flusso di scambio di informazioni e notizie su quanto avviene in quei Paesi.
  2.  Una interlocuzione con tutti coloro che nell’ex Urss sostengono una prospettiva democratica e di sinistra.
  3.  Iniziative pubbliche e online per far conoscere e allargare la discussione su questi temi su scala nazionale e internazionale.
  4.  La solidarietà concreta con le popolazioni direttamente coinvolte nella guerra e l’opposizione democratica alla Russia putiniana tanto quanto alle misure antisociali e repressive del governo Zelensky.

L’essenza della premessa della piattaforma e queste 4 linee di azione hanno contraddistinto l’azione del gruppo di Sinistra per l’Ucraina, un gruppo eterogeneo, dichiaratamente di sinistra, anche se con origini diverse e vario in termini generazionali ma che ha sempre saputo trovare una linea comune in maniera relativamente facile anche durante le faglie che sono venute ad aprirsi in questi ultimi anni se non addirittura mesi.

I compagni di strada nella sinistra italiana sono via via diminuiti: come non possiamo sopportare l’ipocrisia di quei soggetti che sostengono incondizionatamente il popolo ucraino e allo stesso tempo assumono una posizione filoisraeliana noncuranti del massacro che si sta compiendo nella striscia di Gaza, così non possiamo concordare con l’ipocrisia di coloro che giustamente sostengono i diritti del popolo palestinese e la resistenza curda ma allo stesso tempo negano il diritto di autodifesa del popolo ucraino e la sottovalutazione, se non la colpevole negazione, dei massacri dell’esercito russo in Ucraina (quanto valgono di meno per questi ultimi le decine di migliaia di morti a Mariupol rispetto a quelli di Gaza?).

In un mondo in rapida trasformazione e transizione egemonica nel quale milioni di persone rischiano di subire pesantemente la storia di questo secolo sappiamo che non esistono popoli di serie A e di serie Z, e che il sostegno alla loro autodeterminazione se non addirittura alla loro sopravvivenza non può essere condizionato né da visionarie strategie geopolitiche in chiave antioccidentale né dalle classiche ipocrisie di difesa della democrazia occidentale. Se da un lato è inutile elencare i disastri che l’Occidente ha compiuto e compie tuttora sul Pianeta, dall’altro non riponiamo nessuna fiducia nell’alternativa (non) proposta da quell’accozzaglia di paesi che vanno sotto il nome di BRICS, figli di quell’uguale capitalismo estrattivista che sta distruggendo il Pianeta, uniti solo in chiave anti-occidentale ma incapaci di proporre una qualsiasi alternativa antisistemica.

Chi si illude che i BRICS siano altro e rappresentino ciò che porterà pace e riscatto per interi popoli, vive in un mondo che non esiste. Le realtà sono quelle dello sciita Azerbaijan che strappa il Nagorno Karabakh alla cristiana Armenia con la stragrande maggioranza di armi fornite da Israele, dei Vietnamiti che chiedono armi ai vecchi nemici statunitensi per difendersi dall’espansionismo cinese, di un indice Gini della stessa Cina che mostra come le disuguaglianze interne al paese stiano aumentando vertiginosamente.

La via che abbiamo scelto appare stretta, e con pochi compagni disponibili a seguirci; al pari dell’invasione russa abbiamo spesso aspramente criticato le misure repressive e antisociali del governo Zelensky e questo non è piaciuto a molti ucraini ma, a tale proposito, quello che spesso la sinistra occidentale non vuole capire della nostra posizione è facilmente spiegabile da ciò che aveva espresso sin dall’inizio dell’invasione Oksana Dutchak: “…ovviamente questa guerra non ha nulla a che fare con il nostro governo di merda (di merda, come molti altri). Controllate i fottuti sondaggi di opinione, che ad alcuni di sinistra piacciono molto quando sostengono il loro punto, dimenticandosene immediatamente quando lo mettono in discussione. Se mai questa guerra ha avuto a che vedere con il governo ucraino, il governo ucraino stesso ha smesso di essere rilevante un secondo dopo che la propaganda russa ha iniziato a parlare di “soluzione della questione ucraina” e di “denazificazione” della popolazione, in massa.’’

Ma i nostri compagni di strada non si sono limitati all’asfittico mondo della sinistra occidentale: esiste un mondo di sinistra nei paesi dell’est, ignorato, sottovalutato, e considerato da quella altrettanto residuale sinistra italiana che, però, si distingue da quest’ultima per avere rappresentanti più giovani di 30, 40 e più anni; questa nuova generazione è cosciente sia dei disastri e dell’oppressione del socialismo reale quanto dei disastri e dei crimini dell’aggressività capitalista.

Organizzazioni come Sozialny Rukh (Соціальний рух)  e Solidarity Collectives (Колективи Солідарності) sono compagne di strada e di confronto di questi mesi così come non è mancata la conoscenza, la valorizzazione e il confronto con giovani intellettuali ucraini come la stessa Oksana Dutchak, Hanna Perekhoda, Vladyslav Starodubtsev, Aliona Nyasheva, Taras Bilous e tanti altri. Non sono mancati i contatti e i confronti con dissidenti russi come Ilya Budraitskis e  la denuncia della situazione di tanti dissidenti russi e bielorussi esuli o incarcerati , tra cui Vladimir Kara Murza, e tra i quali quello di Boris Kagarlickij è solo il nome più noto.

Non sono neppure mancate le azioni di solidarietà concreta come il sostegno alle popolazioni colpite dalla distruzione della diga di Nova Kakhova e il progetto di “Giuditta Rescue Car” di Ludovico Gualano impegnato nella ricostruzione dei villaggi tra Kherson e Mykolaiv in collaborazione  con Solidarity Collectives.

Compagni di strada ci sono, quindi, non molti in occidente, e la sinistra radicale occidentale ha compiuto scelte in  questi anni a nostro avviso suicide e profondamente errate come già, a pochi giorni dell’invasione, il 29 marzo del 2022 aveva denunciato, tra gli altri, Gregor Gysi, che fu presidente del Partito della Sinistra Europea dal 2016 al 2019, un uomo della ex Germania est e che le dinamiche dell’est le ha conosciute molto bene. Purtroppo gli ammonimenti di Gysi sembrano caduti nel vuoto, così come la sinistra occidentale sembra lanciata verso la sua estinzione per incapacità di comprensione di un mondo che le sfugge.

Di sinistra, però, riteniamo ce ne sia bisogno, che sia indispensabile la ricostruzione di un immaginario di un mondo diverso e di azioni concrete per provare a costruirlo ce n’è bisogno tanto ad ovest quanto ad est.

Noi ci siamo, continuiamo e cerchiamo altri compagni di strada.

CREDITI FOTO: Commons UA



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