Uomini e donne: quell’asimmetria di fondo con cui fare i conti

Il recente stupro di gruppo di Palermo impone di riflettere, ancora una volta e in maniera radicale, sui rapporti asimmetrici fra uomini e donne.

Cinzia Sciuto

Le frasi degli stupratori di Palermo sono un pugno nello stomaco, un concentrato di cultura violenta e misogina che speravamo di esserci lasciati alle spalle e che invece la cronaca pressoché quotidiana ci dice essere ancora ostinatamente diffusa. E che a incarnarla siano dei ragazzi intorno ai vent’anni non fa che rendere ancora più amare le considerazioni che attorno a questa vicenda si possono fare. Il branco contro una singola vittima (“eravamo cento cani sopra una gatta”), il brutale e incontrollabile istinto maschile di prevaricazione e violenza (“la carne è carne”), la denigrazione delle donne e della loro libertà sessuale (“voleva farsi a tutti, alla fine gli abbiamo fatto passare il capriccio”), il ruolo della pornografia (“una cosa così l’avevo vista solo nei porno”), la completa indifferenza nei confronti della vittima (“lei non voleva, diceva no basta”).
La notizia di questo stupro in branco giunge a pochi giorni di distanza da quella del femminicidio di Anna Scala, massacrata dal suo ex dopo che lei lo aveva già denunciato due volte per precedenti aggressioni. E ancora alcuni giorni prima le cronache ci hanno raccontato l’assassinio di Sofia Castelli per mano anche in questo caso del suo ex fidanzato che si era introdotto in casa sua e chiuso nell’armadio in attesa del suo rientro. Tutte aggressioni premeditate, nelle quali colpisce il fatto che l’istinto di violenza prevale nettamente sulla consapevolezza delle possibili conseguenze.

So che a molti – specie fra gli uomini – questa frase non piacerà ma è necessario dirsi le cose per come stanno: questi uomini non rappresentano un’anomalia, ma sono espressione estrema e violenta dell’asimmetria di fondo che caratterizza le relazioni fra uomini e donne: esiste forse un solo uomo che si sia mai sentito in pericolo fisico trovandosi in un contesto di sole donne? Esiste un uomo che abbia mai avuto paura salendo su un taxi guidato da una donna di notte? Esiste un uomo che abbia pensato una sola volta nella sua vita “oddio c’è una donna che mi sta seguendo” e abbia accelerato il passo per mettersi in salvo? Esiste un uomo che si sia mai posto il problema di come vestirsi per evitare di attirare attenzioni indesiderate da parte delle donne? Tutte esperienze che invece rappresentano un vissuto pressoché quotidiano, comune e condiviso dalle donne, esperienze talmente introiettate che spesso non ci facciamo neanche più caso. Questi sono fatti, e a nulla valgono le scrollate di spalle autoassolutorie degli uomini: “Ma non siamo tutti stupratori, io non ho mai alzato le mani su una donna” et similia. Ci mancherebbe. Il punto è che quando una donna cammina di notte per strada e un uomo la segue (chiunque sia poi quest’uomo e quali che siano le sue reali intenzioni), si attiva un meccanismo di allerta che non si attiverebbe se a seguirla fosse una donna. Anzi, in questo caso scatterebbe immediato un senso di solidarietà: almeno siamo in due, meno male.

Dobbiamo allora rassegnarci a vivere costantemente nella paura? Niente affatto, ma non dobbiamo neanche nasconderci il fatto che l’esercizio della libertà da parte delle donne è una quotidiana sfida a questa asimmetria, e che per questo ha bisogno di un contesto sociale, culturale, educativo che lo sostenga e lo promuova condannando, stigmatizzando, rendendo tabù qualunque comportamento che lo ostacoli.
È per questo che le femministe insistono così tanto sulla denuncia di comportamenti – le molestie, il “catcalling”, il linguaggio volgare e misogino, il consumo ossessivo di pornografia, la reificazione del corpo della donna – che ovviamente non sono sullo stesso piano di uno stupro o di un femminicidio e che tuttavia sono anch’essi espressione dell’asimmetria di fondo di cui sopra e contribuiscono in maniera prepotente a creare quel contesto nel quale le donne stanno sempre in allarme: se a fischiarmi dietro per strada fosse una donna non scatterebbe quello stesso meccanismo di autodifesa, perché so che quella donna non rappresenterà mai un pericolo per me in quanto donna.
In questo lavoro di promozione della libertà delle donne, repressione e educazione rappresentano due facce della stessa medaglia: la repressione senza educazione sarebbe vana perché non riuscirebbe a spezzare definitivamente il circolo della violenza, l’educazione senza repressione sarebbe ingenua, perché una repressione seria e giusta, segnalando quando un comportamento non è più tollerato da una società, fa essa stessa parte integrante del meccanismo educativo.
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IMMAGINE DI COPERTINA: I sette indagati e la vittima immortalati dalle telecamere di video sorveglianza la sera del 7 luglio scorso.

 



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