Il problema ambientale è un problema di democrazia

“Gli allarmi della comunità scientifica sul collasso ecosistemico sono inascoltati dalla classe politica”. Pubblichiamo l’intervento del climatologo al confronto “La periferia salverà la città” che si è tenuto lo scorso 22 maggio nell’ambito dell’Iper-Festival, il Festival delle Periferie di Roma.

Luca Mercalli

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Questo contributo è inserito nel numero di MicroMega+ dell’11 giugno 2021.

Non sono, forse, la persona più adatta a parlare di periferie urbane, vivendo oggi in mezzo alla natura, però comunque in una periferia montana, periferia della nazione, trovandomi a otto chilometri dal confine francese in una piccola borgata di una ventina di case, a 1.650 metri di quota, in alta Valle di Susa. Conosco però bene le periferie urbane, essendoci nato: ho passato la prima parte della mia vita in una periferia di Torino, nella periferia industriale di una grande città.

Fatta questa premessa, provo a rispondere a una domanda: cosa rappresentano le periferie oggi? Ritengo che, così come sono, le periferie non possano salvare le città. Sono luoghi dove, nella maggior parte dei casi, la vita non è bella, dove non si vive bene. Migliorandone però gli elementi oggi non conformi a una buona qualità della vita, le periferie possono essere un’opportunità: luoghi estremi delle zone urbanizzate, spesso hanno ancora aree non cementificate al loro interno o nei loro pressi. Per questo, per la vita del futuro, le periferie possono rappresentare una opportunità. A una condizione, però: che il verde che ancora circonda le periferie venga difeso.

Oggi, purtroppo, una periferia è fusa con un’altra ed è sempre più raro vedere un quartiere rappresentare uno stacco di unità territoriali diverse. Ogni paese limitrofo alle grandi città sta subendo la stessa metastasi delle aree urbane, aggiungendo a sua volta urbanizzazione: le periferie si stanno fondendo in zone che potremmo definire di contatto dove la campagna, la collina, in alcuni case le foreste diventano sempre più marginali, una scacchiera confusa in cui le zone urbanizzate stanno avendo la meglio.

Laddove c’è, invece, una cesura netta ecco che quel punto di contatto può rappresentare “qualità della vita”: chi vive o vivrà in quelle zone avrà a disposizione un’aria un po’ più pulita e, soprattutto, maggiori aree verdi che si traducono in vivibilità migliore dal punto di vista climatico. Le aree verdi temperano gli estremi climatici, soprattutto nei mesi estivi: tolgono tre, quattro gradi a quella che chiamiamo “isola di calore urbana”, la zona di caldo esaltata dai materiali con cui è costruita la città. Ampie zone verdi garantiscono l’evaporazione dell’acqua dal fogliame e un certo refrigerio. Attenzione, però: la natura non può fare più di quanto la fisica consenta. Nei confronti dei grandi cambiamenti climatici del futuro, temo che anche queste fasce verdi saranno insufficienti per il confort urbano: entro i prossimi decenni, nelle città di bassa quota, della pianura e della costa, ci attendiamo valori che supereranno ampiamente i quaranta gradi. Già oggi, un anno su due, dobbiamo affrontare un paio di giorni con temperature di 40, 41 gradi anche al Nord Italia. Al sud anche di 45 gradi. Verso la seconda metà del secolo tutti gli scenari ci dicono che arriveremo a sfiorare i 50 gradi. Toglierne tre o quattro grazie alle fasce verdi non risolverà la situazione: passare da 50 a 47 gradi è un vantaggio modesto. Sicuramente è meglio avere del verde che non averlo, ma data la situazione di criticità nei cambiamenti climatici che difficilmente verranno moderati in tempo utile, il futuro che ci aspetta è segnato. A distanza di sei anni, l’Accordo di Parigi non è ancora in vigore. Vedremo se a Glasgow, quando a novembre si terrà l’ennesima conferenza delle Nazioni Unite (COP26), ci saranno impegni un po’ più concreti. Oggi, l’obiettivo di rimanere sotto un aumento di due gradi entro la fine del secolo mi sembra utopico. Andremo verso valori più elevati, con punte estreme durante l’estate che costituiranno qualcosa di inedito per la vita delle nostre città.

In questo scenario, non oso immaginare cosa accadrà nelle zone padane, dove al problema dell’elevata temperatura si aggiungono quelli dell’elevata umidità relativa dell’aria e della bassa ventosità. Le case che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni, inoltre, sono di pessima qualità energetica: si infuocano se esposte al sole di giorno e il cemento restituisce buona parte del calore accumulato durante la notte. Come si vivrà in queste aree urbane?

Certamente, possiamo fare interventi urbanistici per non peggiorare la situazione, ma la strada da percorrere è una sola: smettere di sigillare altro suolo, smettere di aggiungere altri fabbricati. Non ne possiamo più. Eppure, in questo scenario, il ministro Roberto Cingolani, che tanto parla di “transizione ecologica”, continua ad aggiungere quando dovremmo iniziare a togliere. Perché è solo così che possiamo andare verso una vera transizione ecologica: togliendo cemento e infrastrutture. Fermando l’emorragia di suolo.

Il mio è un invito disperato: dobbiamo fermare la cementificazione, stoppare la speculazione edilizia, i centri logistici, le pedemontane, i nuovi gigantismi ferroviari. Eppure, la strada intrapresa, ancora una volta, va verso la deregolamentazione: stanno togliendo ogni vincolo, con l’unico obiettivo di far ripartire l’economia, quella vecchia, il business-as-usual. Quindi, avanti con le ruspe, avanti con le betoniere. Sono decenni che cerchiamo di sensibilizzare la politica e l’economia, la società, all’importanza e soprattutto all’irreversibilità che comporta la perdita di suolo. Ma fino a oggi siamo stati – diciamo così – sfortunati e non abbiamo ottenuto nulla.

Per questo vedo, in futuro, un abbandono delle periferie. Chi potrà se ne andrà. Io l’ho fatto, sono andato via dalla città inseguendo una qualità della vita migliore (sul tema ha scritto un libro, intitolato appunto Salire in montagnandr). Salire in quota è stata una decisione “climatica” per adattarsi alla temperatura che aumenta. Fortunatamente l’Italia è piena di montagne e zone collinari, serbatoi interessanti di migrazioni verticali, migrazioni che dovranno essere controllate e programmate visto il grande patrimonio di borghi spopolati presenti che possono essere ripopolati, sempre mantenendo la regola di non cementificare. Una regola molto facile da spiegare e da applicare: ripopolare zone periferiche recuperando il patrimonio immobiliare esistente, senza cementificare un solo metro quadrato di nuovo.

Le nostre periferie possono e devono essere gestite nello stesso modo. Per chi non potrà spostarsi abbiamo davanti una sola strategia possibile: più verde, anche per produrre cibo. Dobbiamo estendere gli orti sociali, collettivi, che possono dare produzione di cibo locale a chi abita in periferia. E poi riqualificare i grandi condomini inefficienti dal punto di vista energetico, arrivando anche all’abbattimento e alla ricostruzione ma senza aumentare le cubature. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno per le periferie, per renderle luoghi accoglienti, operando come si fece al momento della nascita delle nostre città: accumulando esigenze umane quotidiane, non farne terreno di speculazione.

Le mobilitazioni dal basso, le vertenze “periferiche”

Ogni giorno ricevo inviti o appelli di persone che si mobilitano, dal basso. Comitati che si battono, ad esempio, contro l’abbattimento di alberi in una città. Il problema è che spesso “la politica” si ripara dietro le normative. Faccio un esempio: il codice della strada del 1992 ha inserito la norma che su tutte le strade extraurbane non dovranno più esserci alberate. Motivi di sicurezza. Tradotto: sono tollerate le alberate esistenti ma, via via che gli alberi muoiono, non saranno ripiantati. Inoltre, i comuni sono “invitati” a tagliare le alberature esistenti lungo le strade. In Italia viviamo in un mare di contraddizioni. Invece di fare tutta questa pubblicità per piantare nuovi alberi, perché non salviamo almeno quelli esistenti?

Quante volte abbiamo visto foto di sindaci che si fanno immortalare mentre piantano un alberello nel cemento cittadino? Pura propaganda. Parliamo di verde ma ci guardiamo bene dal chiudere l’emorragia dei sistemi perniciosi che ci stanno portando al collasso ecosistemico globale, come tutte le ricerche dimostrano. Mi chiedo: cosa c’è di più importante? Parliamo della nostra sopravvivenza. Dal basso, purtroppo, si possono fare poche cose. Lo dico chiaramente: sono frustrato. Sono trent’anni che lotto nei comitati e non ho mai ottenuto niente, dalla vertenza contro il supermercato sotto casa alla grande opera cementificatrice che distruggerà la Valle di Susa, con due tunnel da 57 chilometri per fare cosa? Trasportare più merci! Per la crescita!

In Italia, è evidente, non basta nemmeno la conoscenza: tutti sanno benissimo cosa servirebbe al nostro Paese. Io sono consigliere scientifico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), un istituto governativo. Praticamente ogni anno, nel rapporto sul consumo di suolo, denunciamo come questo fenomeno sia una drammatica emorragia, da fermare. Non servono 60 milioni di italiani più o meno consapevoli del problema, perché questa consapevolezza è già dentro il governo. Alla politica basterebbe prendere il rapporto che ha sulla prima pagina il timbro “Repubblica italiana”, portarlo in Parlamento e prendere le giuste decisioni. Ecco, vorrei dire alla nostra classe dirigente: ma voi del Parlamento ascoltate i consigli scientifici degli organi interni al governo o no? Purtroppo, ho l’impressione che siano invece le grandi imprese costruttrici a essere ascoltate, visto che stiamo ancora parlando del Ponte sullo Stretto.

In Italia c’è un problema di democrazia: non siamo considerati, né come cittadini, né come ricercatori. La comunità scientifica, che studia, pubblica, mette i numeri per definire gli allarmi, non ha interlocutori. Recentemente il ministro Cingolani, all’Orto Botanico di Roma, durante la presentazione del Rapporto sul capitale naturale ha affermato che “la biodiversità va difesa”, che “c’è un problema di consumo di suolo”. Bene, e allora io chiedo a Cingolani, dov’è la legge per tutelare il suolo? È lei il ministro, non sono io. Io non posso fare niente se non parlare. Ma sono trent’anni che parlo, non ce la faccio più. E intanto ogni secondo due metri quadrati di suolo se ne vanno. Questa non è solo la mia disperazione, ma è anche quella dei miei colleghi: nelle mailing list, nei forum, nei convegni in cui sono riuniti esperti di ogni settore, dalla biodiversità ai sistemi marini, dal clima all’ambiente in generale, non c’è un solo esponente che abbia voce in capitolo, che sia ascoltato. Ormai è chiaro: la democrazia non funziona. Siamo in un’oligarchia controllata da un gruppo di poteri industriali e immobiliari. Questa è la triste verità.


La periferia salverà la città. Il video integrale del dibattito

Con: Luca Mercalli – Climatologo e divulgatore scientifico, Presidente della Società Meteorologica Italiana, Francesco Ferrini – Professore ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, Alessandra Valentinelli – Storica, urbanista, Forum territoriale permanente del Parco delle Energie, Paolo Pileri – Docente di Pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano, Giacomo Lepri – Presidente della cooperativa agricola Co.r.ag.gio, Giulia Barlozzari – Gruppo ambiente e territorio (GAT) della Libera assemblea di Centocelle Moderano Ylenia Sina e Andrea Spinelli Barrile



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